Indagine su Giulio: Tremonti network


Indagine su Giulio: Tremonti network

di Oscar Giannino

Aveva problemi Ezio Vanoni con Alcide De Gasperi, figuriamoci oggi che i tempi sono ben diversi. È questa la reazione che si coglie da Giulio Tremonti sul tanto ordire e macchinare a proposito del suo futuro politico, della presunta infedeltà al premier, di quel che pensi davvero e di quel che dica e faccia dire. È un anno che la barca del centrodestra, dopo la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, balla scossa da venti sempre più formidabili. Ma a speculare su vere o presunte rotture animate da Tremonti sono da sempre o nemici esterni o qualcuno nel governo e nella maggioranza che ancora non ha capito l’aria che tira sui mercati.

Per questo Tremonti è paziente, tutte le volte gli chiedono di rifare il punto in materia di «fedeltà a Silvio». Dal 2008 Tremonti allinea interviste in cui ripete di essere fiero e felice di essere il ministro dell’Economia del premier, su questo non ha mai deflettuto. Cosa diversa è chiedere a lui di difendere i toni oltranzisti ed estremisti, tipo i volantini sui magistrati brigatisti alla procura di Milano. Quando Berlusconi rimprovera Tremonti di non difenderlo (accade, nei colloqui a quattr’occhi, accade eccome), questi gli risponde che come ministro dell’Economia lui non dà una mano a rinfocolare le polemiche col Colle, ma semmai è più utile a stemperarle. In realtà a via Venti Settembre si pensa che a lanciare all’interno della maggioranza ogni tot settimane accuse di infedeltà a Tremonti sono, talora, operazioni di parti del centrodestra che pensano con esse di guadagnare peso, nell’eventuale transizione al postberlusconismo. È così che è stata vista l’intervista polemica del ministro della Cultura Giancarlo Galan sul Giornale diretto da Alessandro Sallusti.

Oppure, in passato, più spesso si è trattato della lunga coda polemica alimentata un tempo da Pier Ferdinando Casini e Fini, e trapiantatasi poi anche nel Pdl contro «l’unico che tiene tutte le cifre in mano, non le condivide e ci svuota di significato politico». Ma sotto questo profilo, in realtà, Tremonti fa intendere che le cose vanno molto meglio che in passato. Certo, ci ha provato Giuliano Ferrara, due mesi fa, a strattonare vigorosamente da par suo il Cavaliere, invocando la famosa «frustata all’economia» da incardinare a Palazzo Chigi invece che a Venti Settembre, descritta sospettosamente dal direttore del Foglio per qualche giorno come antro di cacadubbi e ormai ex difensori del premier. Ma Tremonti neanche ha risposto. In realtà, nell’inferno dell’eurodebito e mentre saltavano Grecia, Irlanda, Portogallo, e tra un po’ pure magari la Spagna, Tremonti stesso riconosce che la polemica dei suoi colleghi di governo contro i tagli c’è stata, sì, ma nettamente meno puntuta e temibile che in passato.

La manovra dello scorso luglio, quella che ha ristretto energicamente i saldi e consentito con realismo di poter mettere nel mirino l’azzeramento del deficit entro il 2014, ha sì provocato la protesta di Roberto Formigoni per i tagli alla Lombardia virtuosa, ma con Mariastella Gelmini, sul nodo delicatissimo dei tagli per miliardi alla scuola, l’accordo finale è stato blindato.

Ha dovuto faticare prima sui giornali che direttamente sui suoi colleghi, Tremonti, ma il bilancio finale del 2010 è che la stampa internazionale e italiana ha finito per riconoscerglielo appieno il merito di avere saputo evitare all’Italia di finire dov’era sempre finita in passato, e cioè alla testa dei paesi sospettati dai mercati.

Il punto delicato è un altro. La distinzione mai detta a voce alta, nel Pdl, è tra chi pensa che la miglior difesa, dai giudici come dai no del Quirinale, sia la difesa a spada tratta a mo’ di legione tebana, per respingere ogni ipotesi di fine «alla Craxi», e tra chi invece ritiene che l’oltranzismo sia controproducente, perché alla fine i danni e le tensioni che crea sono maggiori dei benefici. La vera accusa finora mai esplicitata a Tremonti, è quella di essere uno dei più autorevoli esponenti del secondo partito. Come a dire, paradossalmente: Giulio la pensa come Gianni Letta.

Inutile tentare di strappare al ministro risposte dirette sul punto. Alza le spalle, sorride e dice macché. Di fatto, ma su questo è azzardo personale di chi qui scrive, credo che la risposta vera data a quattr’occhi a Berlusconi sia un’altra. Guarda Silvio che su questo io mi confronto tutti i giorni con l’unico altro collega di governo con cui condivido praticamente tutto, cioè Maurizio Sacconi, visto che io mi occupo dei conti e lui del welfare e della tenuta sociale. E Sacconi è tra quelli sempre in prima fila, abitualmente, nel difendere Berlusconi contro gli eccessi della giustizia come da quelli dell’ostilità mediatica.

E con Sacconi, in effetti, la condivisione politica di Tremonti potrebbe in realtà essere assai più approfondita e  sistemica di quella descritta dal solito cliché del ministro dell’Economia che come unico rapporto vero conterebbe solo sulla Lega. Qui veniamo allo schema di fondo che appena appena si intravede, ma che in effetti potrebbe costituire una novità vera negli sviluppi del centrodestra, qualunque cosa avvenga della leadership di Berlusconi.

Le contese che da anni si trascinano su Pdl partito-non partito, le cene tra parlamentari pdl che hanno fatto salire la tensione, tra Claudio Scajola che torna e Angelino Alfano asceso e rientrato in due giorni come possibile delfino, ripropongono in realtà una delle costanti degli ultimi 17 anni: Silvio fa lievitare le aspettative su coordinatori e congressi del partito solo per ingannare il tempo tra un’elezione e un’altra nella quale ciò che serve è il comitato elettorale al quale sovrintende il premier in persona, e che affida a chi dice lui. Al contrario, dopo questi anni di crisi economica mondiale, per la prima volta proprio i due ministri con maggiori responsabilità economiche e sociali, Tremonti e Sacconi, hanno finito per radicare nel tempo un rapporto sempre più serio, profondo e strutturale con una serie di grandi reti che innervano la concretezza reale italiana.

Tremonti non porta solo il consenso europeo e la stima personale più elevata da Berlino a Parigi, a Londra fra tutti i politici del centrodestra attuale. L’intero mondo delle fondazioni bancarie, con pivot Giuseppe Guzzetti, ha ormai con Tremonti un rapporto solido, dal grande accordo di sistema in Cassa depositi e prestiti al Fondo Italia per rafforzare le medie imprese, fino ai recentissimi aumenti di capitale deliberati dalle banche italiane, senza le code polemiche e le tensioni che invece caratterizzano istituti di credito come le Landesbanken germaniche.

Su questo architrave, che ha aggiunto finanza privata alle ristrette possibilità di quella pubblica, si dispiega poi il blocco economico sociale che ha finito per ritrovarsi, sia pur talora e anzi spesso chiedendo di più, sulle misure più di svolta dell’agenda di governo, dalla rottura con la Cgil sulle deroghe contrattuali per scambiare produttività alle imprese e salario detassato ai lavoratori alla riforma soft ma d’impatto dei coefficienti previdenziali e delle rendite parametrate all’età attesa, alla riforma dell’apprendistato per gli artigiani. In altre parole, qui stiamo parlando di Cisl e Uil, delle grandi associazioni del commercio e dell’artigianato, di pezzi molto rilevanti di un movimento cooperativo non solo bianco, ma che ha messo in cantiere il superamento comune delle vecchie logiche di appartenenza. È la complessità «densa» di queste reti una delle possibili scommesse sul futuro di un centrodestra che affidasse il proprio futuro a radici ben più concrete dei congressi territoriali dell’attuale Pdl, e che facesse appello a una vera e propria leva di nuova classe dirigente, temprata nella rappresentanza associativa di interessi reali, e uscendo dal meccanismo di cooptazione che non ha molto aiutato sinora il centrodestra, in periferia come in centro.

Sullo sfondo di tutto questo, è inutile nasconderselo, c’è l’ombra di un’interlocuzione «pesante» come quella del Gran Commendatore nel Don Giovanni: il rapporto con la Chiesa italiana, immaginando non del tutto a torto che lo stile birichino del premier non entusiasmi, ma per l’oggi e per il domani su temi come la bioetica la sinistra non offre garanzie, e nemmeno i tecnocrati radical-chic che potrebbero dar corpo alla suggestione di Luca di Montezemolo.

Dall’agenda di Sacconi rivolta a tutto il laicato cattolico alle visite riservate, passate e prossime, di Tremonti oltretevere, la Chiesa italiana intesa come Cei e il Vaticano sono entrambi attentissimi, costruendo insieme pezzi diversi della presenza cattolica postruiniana. La sinistra pensa di avere carte da giocare sul fronte della moralità pubblica, ma la Chiesa è attenta a chi garantisce scelte di fondo in materia di valori e scuola.

Ammettiamolo, sono congetture. Nulla detto o accennato da Tremonti conferma questo scenario di un centrodestra neocollateralista, assai diverso dalla struttura a comitato elettorale al servizio di Silvio. Del resto, se questa ipotesi di centrodestra tremontian-sacconiano fosse fondata, il modello sarebbe quello di una maxirete pesante, assai più che di un leader personale ammazzatutti. Il che costituirebbe la vera risposta alla domanda: ma che voti prende, Tremonti, dopo Silvio che è un campione? Voti per una squadra di scelte concrete, non voti per un asso solitario.

Il decreto legge di inizio maggio, con l’attuazione del Piano nazionale di riforme, costituirà un nuovo ponte concreto verso l’idea di reti sociali condivise. Il successo di Mario Draghi candidato alla Bce porta anche la firma cooperativa di Tremonti, e in pochi ci avrebbero scommesso. La figuraccia, obiettiva, sulla Parmalat, acchiappata dai francesi della Lactalis con marameo alle divisioni italiane tra banche, impresa e politica, dimostra che anche a Tremonti non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma attenti che la Cassa depositi e prestiti e il Fondo sovrano Italia hanno in serbo interventi a sorpresa di un qualche peso, nella geografia degli interessi italiani. Insomma, come dimostra il sondaggio di Panorama, meriti e talento di Tremonti sono riconosciuti dagli italiani. Quanto al ruolo futuro, le carte da giocare sono forse parecchio diverse da quelle ricorrenti sulla bocca dei suoi critici, che in Tremonti vedono l’antipatico professorino, tagliente nei calembour ma isolato nel suo gelo.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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