Parmalat-Lactalis: il padrone francese che vuole mungere l’Italia


Parmalat-Lactalis: il padrone francese che vuole mungere l’Italia

di Stefano Cingolani

L’ hanno chiamato «emiro dell’oro bianco», perché nessuno in Francia ha più potere nella filiera del formaggio, vera icona nazionale. Ma Emmanuel Besnier, 40 anni, non viaggia in Falcon aziendali, non possiede ville con rubinetterie dorate, non frequenta l’alta società. Provinciale, riservato fino a sembrare invisibile (rare le foto sui giornali, una delle poche 4 anni fa durante un’acquisizione in Croazia), sparagnino. Come lo hanno educato il padre e il nonno. Con 2,4 miliardi di patrimonio, la famiglia mette insieme la quindicesima fortuna della République, eppure lui fa la spola tra Laval e Parigi in treno, classe economica. Né fama, néfashion, né politica (anche se il milieu è storicamente gollista). Tutto nell’ombra.

Dei sindacati meglio fare a meno e, se proprio non si può, vanno affrontati senza troppe cerimonie. Quanto alle cooperative, che in Francia controllano il latte, papà Besnier ne ha spezzato il monopolio, trattando direttamente con 20 mila fornitori. Insomma, un mondo industriale d’altri tempi che anche l’Italia conosce bene (si pensi a Caprotti, Maramotti, Ferrero). Un mito, ben alimentato.

Quando nel 2007 acquista la Galbani dal fondo Bc Partners, Emmanuel sale su un furgoncino alle 6 del mattino e, vestito come un venditore, con quel volto rotondo da ragazzo col naso a punta che lo fa somigliare un po’ a Tin Tin, visita i «pizzicaroli» romani per capire bene come funziona la distribuzione al dettaglio. Il meccanismo gli piace, rinnova l’intero parco auto e poi esporta il sistema in Ucraina. Toccare per credere, seguire da vicino i prodotti, assaggiarli nelle colazioni del mattino in barba al colesterolo. Ecco la cultura da piccola fabbrica locale, trasformata all’improvviso in una multinazionale che, con l’acquisizione della Parmalat, sfida ormai Danone e Nestlè.

Lactalis resta un impero segreto, il più misterioso di Francia. Non essendo quotata, la società non pubblica bilanci; se è proprio obbligata, paga una multa piuttosto che parlare. Si ragiona su stime approssimative, le cifre vere, nascoste ancor più della vita privata, sono ormai depositate alla Consob che le sta esaminando e dovrebbe renderle note alla fine del mese. Fonti aziendali fanno trapelare che il 2010 s’è chiuso con un aumento del fatturato e degli utili. Quanto ai debiti, cresceranno anch’essi. I Besnier hanno sempre preferito comprare con denaro contante; ma la Parmalat costa 3,3 miliardi di euro (al prezzo di 2,6 per azione), è un boccone troppo grosso, il più grande dopo la Galbani, che fattura 1,2 miliardi.

I Besnier non hanno mai guardato in faccia a nessuno. Ai grandi magazzini Leclerc, che non accettano il diktat di alzare i prezzi, da un giorno all’altro smettono di consegnare i propri prodotti. A France 3, la rete televisiva pubblica che vuol trasmettere un documentario antipatizzante, minacciano di togliere la pubblicità. La magistratura nel 1999 ha condannato il direttore generale Marcel Urion per frode e réclame ingannevole (avrebbero trovato acqua ossigenata, che serve come battericida, nel siero per il formaggio). «Filibustieri su un mare di latte» li fustiga Les Echos, quotidiano economico che fa capo a Bernard Arnault, il patron della Lvmh. Vuoi vedere che aveva ragione Honoré de Balzac a proposito delle grandi fortune?

Laval, cittadina incastonata tra la Bretagna, la Normandia e la Loira, territorio degli Angiò già signori di Sicilia, mostra il volto della vera ricchezza francese, radicata nel territorio. Dimenticate Parigi e le vetrine della Ville lumière, la potenza transalpina s’annida nella satolla provincia. Una costante storica, dai Michelin a Bolloré.

In un caseificio di Laval, il capostipite André Besnier comincia a fabbricare il primo camembert nel 1933. Ucciso da un infarto nel 1955, prende le redini il figlio Michel a soli 27 anni. L’impresa è minuscola, ha appena 50 dipendenti, ma il giovane erede risucchia a uno a uno i concorrenti locali. Nel 1968 lancia Président, marchio che porta la maison alla ribalta. Michel Besnier continua a comprare, con una determinazione famelica. Nel 1990 s’impadronisce di Bridel, maggior produttore di latte e burro transalpino, aggiunge il Roquefort Société e sbarca oltreconfine. Quando muore, il giorno di Pentecoste del 2000, lascia all’erede, il trentenne Emmanuel (gli altri figli, Jean-Michel e Marie, si tengono in disparte), il compito di sfondare in Europa e nel mondo. L’Italia è un terreno di conquista ideale con Invernizzi, Locatelli e Cademartori da tempo senza padrone, ma soprattutto con la Galbani.

Nell’azienda del Bel Paese danno un giudizio positivo della gestione Lactalis. A cominciare dai sindacati i quali, fra l’altro, sostengono l’acquisizione della Parmalat. La Galbani è cresciuta all’estero (da 40 a 103 paesi), aumentando fatturato e profitti. Anche se comanda un francese, l’azienda è meno verticale rispetto all’era Danone (1989-2002). In sostanza, il gruppo si articola in una confederazione di aziende e marchi con attenzione all’autonomia e alla cultura della prossimità, in particolare nell’approvvigionamento della materia prima, che rappresenta oltre i tre quarti del costo. Sotto la Danone, la Galbani importava il 60 per cento del latte, per lo più dalla Germania; con la Lactalis il rapporto s’è rovesciato. Che succederà alla Parmalat? Besnier assicura che verranno privilegiati gli allevatori nazionali, anche se l’Italia non è autosufficiente.

La scalata parmigiana è stata condotta da mani italiane: per la parte industriale, Alberto Sala che ha guidato la Galbani e ora è direttore generale in Francia, per la strategia finanziaria Patrizia Micucci, responsabile dell’investment banking alla Société Générale. È lei ad avere consigliato di prendere in contropiede la cordata nazionale in corso di lenta, lentissima formazione, lanciando un’opa totale. Il via libera venuto da Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy va a vantaggio dei francesi, ma nello stesso tempo li invita a trovare una mediazione. Martedì 3 maggio si è riunito il consiglio straordinario della Parmalat e l’amministratore delegato Enrico Bondi ha chiesto di alzare il prezzo a 2,8 per azione, lo stesso offerto ai fondi di investimento per la prima tranche del 29 per cento.

Besnier non è tipo da compromessi e va per le spicce. Ma non sempre i suoi metodi funzionano. Lo ha dimostrato l’assalto alla Yoplait, secondo produttore mondiale di yogurt: la cooperativa Sodiaal, proprietaria del 50 per cento, ha preferito l’americana General Mills (quella dei gelati Häagen-Dazs), nonostante gli allevatori in piazza contro l’imperialismo yankee, si dice spinti anche dalla Lactalis sotto l’occhio benevolo del ministro dell’Agricoltura Bruno Le Maire.

Poche settimane per leccarsi le ferite, poi la campagna d’Italia, alla ricerca del riscatto. Come Carlo VIII nel lontano 1494, ha di fronte solo piccoli eserciti in guerra tra loro. Ma quante divisioni può dispiegare la Lactalis? Si chiede Les Echos: «Il gruppo possiede i mezzi finanziari per sostenere le sue ambizioni planetarie? La famiglia è davvero sola nel capitale?». Le risposte sono nelle carte che la Consob sta studiando. Intanto, il presidente Giuseppe Vegas rilegge Richelieu, secondo il quale la politica non è l’arte del possibile, ma «l’arte di rendere possibile quel che è necessario».

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