C’è bisogno di altri ordini professionali?

Foto d'archivio: uno stetoscopio (FRANCO SILVI /ANSA)

Foto d'archivio: uno stetoscopio (FRANCO SILVI /ANSA)

Mr Pmi ha incontrato le «professioni non ordinistiche», espressione con cui si indica tutte quelle professioni non regolamentate (ma meglio sarebbe dire protette) da uno specifico albo: in tutto si tratta di 3 milioni di lavoratori di settori che vanno dai servizi alle imprese alle attività di cura e comunicazione.  

All’incontro, lunedì mattina, si è «iniziato un percorso condiviso» ha spiegato Giuseppe Tripoli, alias Mr Pmi. In Parlamento, infatti, sono in discussione alcuni disegni di legge che puntano a regolamentare queste attività orfane di un ordine professionale. Mr Pmi ha detto che bisogna dare un «adeguato riconoscimento alle nuove professioni», con attività di sostegno, supportate da un severo ed efficiente sistema di accreditamento e certificazione. L’importante, però è che non si faccia in futuro il passo successivo, l’istituzione di un ordine (che semmai andrebbero ridotti: ce ne sono 18 oltre a 8 collegi, ossia a quelle professioni cui si accede con diploma o laurea triennale). Stando all’ultimo testo della riforma in esame alla Camera, le professioni non regolamentate non potranno organizzarsi in ordini o collegi: è forse necessario introdurne di nuovi oltre a quelli esistenti per garantire la qualità dell’attività e la certificazione a tutela del cliente? Il legislatore, per ora, pensa di no, ma in futuro chissà…

Che a certe professioni ad alta utilità sociale debbano essere riconosciuti particolari privilegi, ma anche controlli più severi, è un’idea, infatti, assai radicata in Italia, presente dalla fine dell’800 (mutuata dalla Francia) e rafforzatasi con le corporazioni durante il fascismo. Tuttavia la loro funzione appare inadeguata, se non a volte di ostacolo (vedi il caso delle tariffe minime), secondo l’Antitrust, al mercato del lavoro odierno. E l’impressione, a volte, è che la nascita di un nuovo ordine sia auspicata non per ottenere maggiori garanzie a tutela della professione svolta e del ruolo in seno alla collettività, ma solo per goderne i privilegi. Anche perché l’equiparazione tra attività professionale e attività d’impresa, come dovrebbe essere in uno Stato liberale, in Italia suona troppo spesso come una bestemmia.

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