Maurizio Sacconi: “Così vi taglieremo le tasse”


Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi

Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi

di Stefano Vespa

«Abbiamo iniziato un percorso solido e strutturale sulla spesa, che è la premessa della riduzione della pressione fiscale. Però è un percorso che non tollera discontinuità, altrimenti la Grecia è dietro l’angolo». Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e senatore del Pdl, in questa intervista a Panorama insiste sulla necessità della stabilità, è certo della continuità del governo «perché non vi è alternativa politica in grado di mantenere il controllo della spesa pubblica» e ribadisce la necessità di collegare i salari alla produttività.
Così come di rivedere gli accordi del 1993 sulla rappresentanza sindacale e la contrattazione. E la riforma fiscale può essere l’occasione per ridisegnare il nostro modello sociale.

Ministro Sacconi, come si concilia la tenuta dei conti pubblici con un sostegno a imprese e cittadini?
In generale, dobbiamo saper crescere senza l’uso smodato del debito pubblico, riducendo sia la pressione fiscale sia le regole oppressive. Per farlo dobbiamo muovere dalla coerente adozione del criterio dell’antropologia positiva, ovvero dall’«io mi fido fino a prova contraria».

Un esempio?
Un monumento dell’antropologia negativa fu la norma dell’allora ministro Vincenzo Visco che stabiliva un controllo preventivo sull’apertura di una partita Iva. I controlli devono essere di norma successivi.

Da varie parti, anche nella maggioranza di governo, si chiede però di ridurre la pressione fiscale.
Nei tre anni passati abbiamo agito strutturalmente sui quattro grandi settori della spesa per preparare la riforma fiscale: previdenza, sanità, finanza locale e pubblico impiego. Abbiamo determinato regole di sostenibilità dei conti previdenziali, ora si tratta di proseguire sapendo che se ci fosse discontinuità politica si correrebbe il rischio di tornare indietro, come fece nel 2007 il governo Prodi correggendo la riforma Maroni sulle pensioni.

E sugli altri settori?
Nella sanità abbiamo cominciato con i commissariamenti al Centro-Sud e stabilendo i costi standard che vanno ora resi effettivi anche per eliminare la fiscalità di svantaggio nel Mezzogiorno; nella finanza locale si dovrà portare a regime il nuovo meccanismo di responsabilità fondato sui fabbisogni standard dal quale può derivare una minore pressione fiscale; nel pubblico impiego, dopo il blocco dei salari, è necessario applicare la riforma Brunetta. Sono grandi voci che hanno bisogno di manutenzione, per questo invoco la stabilità politica e di governo, perché l’opposizione su di esse non dà nessuna garanzia. La stabilità è come la salute: ci si rende conto di quanto vale solo quando viene meno.

Che segnali devono attendersi le imprese e i lavoratori, soprattutto quelli con salari bassi?
Il primo segnale è la cosiddetta leva regolatoria, che va semplificata quando deriva sia da leggi che da contratti. La strada della deregolamentazione va decisamente perseguita, così come va reso ancora più stretto il collegamento fra salari e produttività.

Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, ha detto che gli accordi del 1993 sulla contrattazione e sulla rappresentanza sindacale sono morti. C’è spazio oggi per una nuova definizione?
Quegli accordi per me sono nati morti ed è certamente possibile riscriverli, come abbiamo cominciato a fare con la riforma contrattuale del 2009, prima pietra fondamentale senza la quale non avremmo avuto le intese nei tre stabilimenti Fiat di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Dobbiamo riconoscere il primato dei contratti aziendali attraverso i quali le parti sono portate a condividere obiettivi e risultati. Solo così cresceranno i salari ovunque la maggiore efficienza lo consente.

A proposito della Fiat, l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, si è lamentato che in Italia non sia apprezzato come negli Stati Uniti e lei ha commentato sottolineando che si tratta solo di una minoranza. Marchionne non potrebbe contribuire fornendo più dettagli sui piani per l’Italia?
La minoranza che lo contesta è piuttosto agguerrita, perché riunisce come più volte è accaduto nella storia nazionale sindacato conservatore, magistratura ideologizzata, ambienti finanziari concorrenti e media compiacenti con tutti questi. Marchionne ha cominciato a realizzare gli impegni presi. A Pomigliano gli investimenti sono partiti e fra poco verranno sfornate le prime Panda. Ha preso degli impegni per Mirafiori e Grugliasco, in quella Torino che deve rimanere il cuore del gruppo. Ora si tratta di garantire che quegli accordi possano essere messi in pratica, anche in presenza di sentenze sfavorevoli, attraverso nuovi accordi e, se necessarie, nuove norme di legge.

Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nelle recenti considerazioni finali ha chiesto tra l’altro maggiore protezione sociale per chi ha perso un posto di lavoro e ne cerca un altro. Come replica?
Con i 37 miliardi di euro che abbiamo speso in due anni. Durante la crisi abbiamo adottato, insieme con i tedeschi, la più alta ed estesa protezione del reddito e dei rapporti di lavoro.

Quanto conterà la riforma dell’apprendistato che avete allo studio?
Le competenze fanno parte della competitività. L’Italia ha un capitale umano debole sia per ragioni demografiche sia per le insufficienti conoscenze legate al disastro educativo generato dagli anni Settanta. La svolta che con il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, abbiamo cercato di imprimere è di integrare apprendimento e lavoro come con il nuovo apprendistato che vogliamo sia il contratto tipico con il quale i giovani entrano nel mercato del lavoro.

Un tema caldo, all’interno della riforma fiscale allo studio, è il quoziente familiare. Che previsioni fa in merito?
La persona, la famiglia e l’impresa sono i parametri della riforma fiscale, che può essere l’occasione per ridisegnare il nostro modello sociale. Spendiamo più di 60 miliardi per la famiglia, però poi proteggiamo poco quella numerosa. È quindi un problema di rimodulazione delle risorse. Parliamo di prestazioni, ma anche di deduzioni e detrazioni. L’obiettivo dev’essere quello di premiare il nucleo familiare più numeroso, scomponendo e ricomponendo sia l’assetto fiscale che le prestazioni sociali connesse.

L’esito dei referendum del 12 e 13 giugno influenzerà la stabilità e le scelte del governo?
Non credo proprio. Opinioni differenti sui quesiti ci sono nella maggioranza come nell’opposizione. Io, per esempio, mi avvalgo del diritto a non concorrere al quorum per quesiti che non condivido e i costituenti hanno non a caso preteso la metà più uno degli aventi diritto. Quanto al Pd, come ha bene osservato Nicola Rossi che lo ha lasciato, alla prima prova da sforzo ha subito abbandonato le posizioni liberalizzatrici sulla gestione dell’acqua per ripiegare sulle più tradizionali tesi della sinistra di radice comunista.

Commenti

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Il 11 Giugno 2011 alle 18:49 pv21 ha scritto:

Placebo >

Dal 2008 il Debito pubblico è cresciuto di 235 miliardi. Nel 2010 sono scattati tagli per 24 miliardi. A luglio vedremo una manovra “correttiva” da 3-5 miliardi. Per riequilibrare il bilancio ci vorrà un’ulteriore cura da 40 miliardi.

Da mesi Tremonti ripete che “sono i numeri a dettare la politica” e che “non c’è più un soldo per nessuno”.

Berlusconi promette di nuovo la riforma fiscale?
Ecco allora spuntare la riduzione dell’aliquota Irpef dal 23 al 20%. Sono 450 euro l’anno di tasse in meno da pagare.
Insieme però spunta anche l’aumento dell’IVA su beni e servizi (alimentari, elettricità, gas, trasporti, ecc.). Per una famiglia “media” si prospettano così aumenti di spesa sui 200 euro l’anno.
Non basta.
Tremonti dichiara altresì di voler “riordinare” (snellire) il capitolo agevolazioni e detrazioni fiscali. Aumenterà la quota di reddito imponibile.

Cosa resta del beneficio “atteso” dalla promessa riduzione delle tasse? Poco o niente.
E’ come quella TAGIOLA TRIBUTARIA che corrode il potere d’acquisto di dipendenti e pensionati …
http://www.vogliandare.it/nat/.....sd1.html

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