Giulio Tremonti al centro del mirino


Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti al suo arrivo all'assemblea di Confartigianato all'Auditorium Parco della Musica, Roma, 14 giugno 2011.

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti al suo arrivo all'assemblea di Confartigianato all'Auditorium Parco della Musica, Roma, 14 giugno 2011.

di Oscar Giannino

Il quorum ai referendum puntualmente è venuto, e non è stata una sorpresa. Per dirne una, al Corriere della sera non hanno pubblicato i sondaggi di Renato Mannheimer che davano il quorum raggiunto tra il 55 e il 62 per cento, forbice azzeccata, visto che alla fine la partecipazione si è fermata esattamente a metà, solo per non farsi dire dal governo che via Solferino lavorava per la spallata al governo. Ma i politici avrebbero dovuto sapere che le cose si mettevano male per l’esecutivo. E di sicuro uno che lo sapeva e si è mosso di conseguenza è stato Giulio Tremonti. Come vi abbiamo detto una settimana fa, in caso di quorum raggiunto e di ulteriore mazzata al governo la sua posizione sarebbe stata più forte e non più debole, poiché più debole è ovviamente Palazzo Chigi.

Ed è proprio per questo che il ministro dell’Economia ha preferito dedicare le due ultime settimane a un’accorta regia in cui la diplomazia e i toni misurati prevalgono su ogni polemica.

In altri tempi le uscite di Silvio Berlusconi sulla necessità al più presto di un riforma fiscale energica decisa da Palazzo Chigi e da Via Venti settembre solo proposta, le allusioni a quattr’occhi sull’inchiesta napoletana, le dichiarazioni di Roberto Maroni sull’inopportunità della prudenza fiscale rispetto all’impellenza del fare, e del fare subito, avrebbero provocato ben altre reazioni da parte del ministro. Questa volta no. Tremonti ha scelto la via della pazienza. E della politica. Di persona l’ha spiegato più volte, a Berlusconi come a Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Maroni.

Ve l’avevo detto già l’anno scorso, ha ripetuto il ministro, che era meglio andare a votare quando eravamo più forti nell’opinione pubblica, piuttosto che aspettare, esporci all’erosione dei consensi per gli attacchi dirompenti, e al ricatto degli «aggiunti» alla maggioranza in Parlamento. Ora datemi retta, aggiunge il ministro, è vero che la carta di riserva c’è ancora, e si chiama appunto riforma fiscale. Ma ce la dobbiamo giocare politicamente bene. Con astuzia e intelligenza. Non serve a nulla buttarla sul tavolo in pochi giorni, come fosse la reazione a una sconfitta. Al contrario, se vogliamo che la riforma fiscale costituisca un pezzo essenziale della ripresa di un consenso solido intorno al centrodestra, dobbiamo arrivare a presentarla solo quando il polverone si sarà almeno un po’ dissipato. Seguendo tutti d’accordo una triplice strategia.

Primo: evitare innanzitutto e se possibile aspre polemiche tra noi. Al netto della necessità degli amici della Lega di arrivare a Pontida con qualche uscita un po’ a effetto che capisco benissimo visti i malumori della base, pensa il ministro.

Secondo: fatemi costruire e datemi anche voi una mano a tessere una fitta strategia del consenso preventivo, fra tutti gli attori sociali ed economici, intorno alle finalità condivise della riforma e agli strumenti per realizzarla.

Terzo: lasciate a me i passaggi tecnici preventivi che ho in mente e ora vi spiego, da cui in poco tempo faremo discendere la delega in Parlamento e la prima parte attuativa della riforma, in questa legislatura ma come ponte verso il futuro, per chiedere il consenso alle prossime politiche.

Ecco i tre presupposti che spiegano il Tremonti diplomatico di questa fase, l’assenza di quelle battutine tranchant che talora usa per scavare un fossato agli interlocutori ai quali le riserva. Ecco perché Tremonti ha riparlato a lungo con il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, prima di intervenire al convegno dei giovani industriali a Santa Margherita, incassandone il consenso ripetuto anche in Assolombarda a una riforma a parità di gettito e non in deficit, che abbassi il prelievo a imprese e lavoro dipendente ma che recuperi questa minor pressione estendendo altrove la base imponibile.

Ecco perché Tremonti l’indomani ha fatto lo stesso alla festa della Cisl a Levico, incassando il sostegno del segretario Raffaele Bonanni e l’elogio della tenuta dei saldi pubblici, e quasi promettendo di scendere ad ascoltarli nelle piazze quando i confederali torneranno insieme a chiedere meno tasse sul lavoro. Ecco perché ha fatto lo stessa cosa all’assemblea della Confartigianato, martedì 14.

La costruzione del consenso sociale con imprese e sindacati include anche la Cgil, se possibile. Perciò Tremonti per la prima volta parla anche di estendere i contratti aziendali per la produttività, ma in cambio chiede alle aziende di impegnarsi per meno contratti a tempo determinato e «cocopro » e più contratti a tempo indeterminato. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che è impegnato passo passo nella stessa strategia, ha qualche dubbio in più sul sindacato rosso, ma è convinto che tanto sarà Susanna Camusso a non avere la forza per farsi autorizzare in Cgil a una vera trattativa. A Berlusconi e alla Lega Tremonti lo ripete fino alla noia: dobbiamo presentare la riforma solo quando saremo forti del consenso più ampio di tutti i soggetti economici italiani più importanti. Più spieghiamo prima che cosa abbiamo in mente e lo condividiamo con loro, più sostegno e forza avremo nel tempo successivo, quando si tratterà di passare dall’impegno ai fatti.

Perché il più delle novità che Tremonti ha in mente riguarda proprio l’impatto sociale degli interventi, non solo la minor pressione su impresa e lavoro. Per questo uno dei passaggi preventivi sarà l’illustrazione, fra pochi giorni, dei quattro rapporti tecnici preparativi della riforma. E, in particolare, dei report redatti da Vieri Ceriani della Banca d’Italia e da Mauro Marè, ex collaboratore di Giuliano Amato e riformista a tutta prova.

Il primo sull’enorme mole di detrazioni e deduzioni accumulatesi nei decenni (quasi 500) di legislazione fiscale caotica, oggi per accontentare questo e domani per accontentare quello, con oltre 160 miliardi di euro di minor gettito per lo Stato, l’equivalente cioè dell’intero gettito Irpef e 50 miliardi più di quel che incassi l’iva. Il secondo report sul confuso assommarsi di misure fiscali in materia di assistenza sociale e previdenza, sostegno alla famiglia e alla casa, alla formazione e per tutti i bisogni primari.

Al premier, Tremonti ripete che quando al Tesoro hanno avuto in mano i rapporti i primi a cadere dalle nuvole (visto che niente di tutto questo si riesce a capire dal bilancio dello Stato e dell’Inps) sono stati il ragioniere generale Mario Canzio e il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Solo dopo che avremo sciorinato tutte le cifre come oggi finalmente le abbiamo identificate potremo meglio condividere con imprese e sindacati alcuni interrogativi di fondo, dice il ministro. Ha senso continuare a dare le pensioni di reversibilità per decenni a prescindere dal reddito del percettore, o bisogna stabilire griglie di disincentivo fiscale? Ha senso continuare a dare le detrazioni a prescindere dal reddito, quando abbiamo levato l’Ici sulla prima casa? E via continuando.

Quanti più nodi scioglieremo di questo tipo tanto più potrò recuperare gettito per meno tasse a imprese e lavoro, e tanto più apparirà chiara la nostra filosofia. Quel che conta di più non saranno le tre aliquote Irpef, del 20, del 30 e del 40 per cento, con cui più realisticamente dovremo ridisegnare il sistema abbandonando l’aliquota più alta indicata nel 1994, quel 30 per cento a 100 mila euro che oggi gli italiani considererebbero un premio ai ricchi. Quel che conta è che si capisca che le nostre detrazioni e deduzioni riordinate saranno a favore della famiglia, della formazione ricorrente del lavoratore, della tutela del suo reddito quando viene meno, non del suo posto di lavoro com’era e dov’era, l’impostazione sbagliata che ereditiamo dagli anni 70.

E poi meno sprechi: le risorse per fare la riforma fiscale devono arrivare in primis dai tagli ai costi della politica, ha ribadito Tremonti parlando all’assemblea della Confartigianato. «Come prima cosa» ha detto «è fondamentale che la classe politica dia un buon esempio, ci sono molti costi della politica che devono essere ridotti, non conta quanti soldi valgono, conta che così puoi legittimarti nel disegno di un Paese nuovo».

Per questo però, conclude Tremonti con i suoi alleati, datemi retta. Piantatela lì di dire che ho fatto solo tagli lineari, perché altrimenti vi replico che voglio per primo una riforma da 70 miliardi di euro, però i tagli aggiuntivi mi date la delega dal notaio per farli io. E piantatela anche di invocare la riforma domani, perché mostrate solo di non avere chiaro che la crisi greca e dell’eurodebito è di nuovo sul punto di esplodere in un fungo atomico. La riforma si fa perché resti per vent’anni e perché disegni una società nuova, non perché duri una settimana sui giornali.

Il Tremonti accorto, che non minaccia le dimissioni e che indica una strategia di lunga lena, ad alcuni fa pensare che lavora per sé come leader, non per Silvio. Ma a pensare male di questo il centrodestra fa male a se stesso. Detta fuori dai denti: forse che il centrodestra ha delle alternative, in queste materie, rispetto a chi ci ha evitato di finire nel mirino dei mercati e di Bruxelles?

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Devi aver fatto log-in per inserire un commento.


richard-branson
richard-branson



rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101