Cina: il paese delle disuguaglianze

Cina, operai migranti (Credits: AP Photo/Vincent Thian)

Cina, operai migranti (Credits: AP Photo/Vincent Thian)

La Cina festeggia oggi il novantesimo anniversario della fondazione del Partito, all’insegna dei successi raggiunti sul piano della lotta alla povertà, dell’urbanizzazione, del miglioramento della qualità della vita, ma anche del ruolo strategico ed economico che la nazione è riuscita a ritagliarsi sullo scacchiere internazionale. La propaganda del partito ha convinto la popolazione che la Cina continuerà a fare progressi, quindi non serve a nulla preoccuparsi o protestare perché ci si ritiene vittime di un sopruso o di un abuso: é compito del partito eliminare gli ultimi focolai di disuguaglianze sociali, e del partito, è quasi superfluo ricordarlo, ci si può fidare.

Quando però si iniziano ad analizzare dati economici e non slogan di propaganda, è facile convincersi che la Repubblica popolare fa sempre più fatica a mantenere la parola data. I decenni del boom economico avevano convinto i cinesi che presto la nazione sarebbe stata letteralmente travolta da felicità, benessere e uguaglianza. E invece mentre una buona fetta della popolazione è diventata effettivamente più ricca, un’altra è oggi significativamente più povera.

Dal 1978 al 2010, il reddito a disposizione delle famiglie nelle aree urbane è passato da poco più di zero a 19.100 dollari, mentre nelle zone rurali pur partendo dallo stesso punto è stata appena superata la soglia dei 5.500 dollari. Un quadro confermato dall’indice di Gini, il coefficiente che misura la distribuzione del benessere nella società: nel 2010 quello cinese è arrivato a 0,47, in una scala in cui lo zero indica totale uguaglianza e uno massima disuguaglianza. E a livello internazionale la soglia dello 0,4 è considerata il limite oltre il quale si rischia di raggiungere un “pericoloso grado di disuguaglianza”.

Per la Cina, un paese in cui la popolazione rurale rappresenta ancora più del 50% del totale, l’enorme differenza tra redditi di città e di campagna implica anche che le famiglie rurali, nonostante il boom economico, si ritrovino ancora oggi a dover consumare una grossa fetta dei loro guadagni in beni di prima necessità, senza lasciare quindi spazio per un miglioramento progressivo dello stile e della qualità della vita.

Oggi, a novant’anni di distanza dalla fondazione del partito e a più di trenta dall’implementazione delle riforme economiche, sarebbe opportuno chiedersi se sia giusto pagare un prezzo così alto per lo sviluppo. O meglio, se non sia arrivato il momento di concentrarsi non tanto sulla crescita complessiva del paese, quanto su quella delle aree “dimenticate”. Anche perché a soffrire di più per queste differenze sono i lavoratori migranti, che rappresentano altresì i gruppi che negli ultimi mesi sono scesi in piazza per chiedere maggiori diritti, mettendo in difficoltà il partito. Ecco perché Pechino ha iniziato a richiedere l’approvazione di un salario minimo per gli operai migranti e ad aiutare le famiglie rurali riducendo le aliquote fiscali che pesano su di loro. Misure importanti ma che, da sole, non basteranno a far tornare l’indice di Gini a livelli accettabili.

Commenti

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Il 7 Settembre 2011 alle 20:42 unospiritolibero ha scritto:

Con tutto il rispetto, viene da chiedersi se questo è un articolo scritto per fare cassa, per raggiungere la soglia per il patentino da giornalista, oppure per accontentare un editore anticinese. Soprattutto, viene da chiedersi se chi l’ha scritto è mai stato in Cina.
Io ci vivo, e vorrei contribuire ricordando che non si può fare informazione leggendo quattro numeretti su un rapporto e riportandoli conditi di opinioni discutibili e ignoranza palese. Si fa disinformazione così!

Anzitutto, qua sopra c’è scritto che ci sarebbe una fetta di popolazione diventata “significativamente più povera”. Solo che poche righe più sotto si dice che la fascia urbana è salita da zero a 19 mila, mentre quella rurale da zero a 5 mila. Chi sarebbe dunque diventato significativamente più povero, a parte la nostra cultura, dopo la lettura di una tale irreale affermazione?
Anche perchè, a dimostrare che chi scrive l’articolo probabilmente in Cina non ci ha mai messo piede, c’è il fatto che, come tutti sanno, ogni singolo lavoratore emigrato dalle campagne alle ricche città, invia una parte del proprio stipendio alla famiglia in campagna, redistribuendo equamente la ricchezza reale del paese.
Il risultato è che, anche se è vero che le campagne sono rimaste molto indietro rispetto alle città, è anche vero che basta farsi una passeggiata per le sterminate campagne cinesi per rendersi conto che la loro situazione non è dissimile dalle migliaia di paesini calabresi, sardi o anche liguri o emiliani, in cui la vita scorre tranquilla, pacifica e senza lusso, ma comunque dignitosa.

Quindi FINITELA, per favore, con questi titoloni ridicoli “il paese delle diseguaglianze” e scemenze simili. Roba da denuncia per diffamazione!
E poi da che pulpito! Dagli Italiani! Che affondano ogni giorno nella loro inedia, incapacità, pigrizia, ignoranza e avidità.
Ma mi faccia il piacere…

Con rispetto,

V

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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