
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti (FOTO ALBENSI/INFOPHOTO)
Di Oscar Giannino
I mercati hanno ripreso a ballare, le critiche fioccano. Ma in realtà quanto è preoccupato Giulio Tremonti della raffica di niet alla manovra bis? Ragazzi, niente paura, non date troppo retta a quel che scriveranno nei prossimi giorni. Ci sentiamo lunedì: occhio al dato tedesco del pil che esce quel giorno e vediamo che cosa riusciamo a sapere dell’agenda vera dell’incontro fra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Queste le parole del ministro ai suoi più stretti collaboratori, Vittorio Grilli e Vincenzo Fortunato, quando sabato 13 a metà pomeriggio, dopo settimane di allarme permanente per la manovra bis, all’Economia sono finalmente andati in vacanza. Solo per Ferragosto. Un eccesso di fiducia in se stessi, voler guardare al calendario internazionale più che al fronte interno delle reazioni alla manovra, a una settimana dal suo esame in Senato?
In una crisi di sostenibilità europea del debito pubblico, non è il cicaleccio italiano ma l’Europa a fare la vera differenza, pensano all’Economia. Non ci possiamo illudere che la Germania faccia sconti all’Italia, continua il ragionamento, però ora è la Francia a essere nel mirino.
Dopo il downgrading americano, la tripla A del debito pubblico francese è a forte rischio, con un deficit superiore al 6 per cento del pil, misure per il suo rientro ancora da definire, una Cassa depositi che a differenza della nostra è tutta pubblica e che, se consolidasse, farebbe della Francia il paese più indebitato, e la campagna per le presidenziali ormai aperta.
Secondo: speriamo che Berlino inizi a misurare gli effetti della corda troppo tesa, visto che sin qui ha ritenuto che il danno fosse solo degli eurodeboli e il vantaggio tutto tedesco.
Per metà il calcolo di Tremonti si è già rivelato fondato. La Germania nel secondo trimestre 2011 ha inchiodato la sua crescita a un misero più 0,1 per cento rispetto al più 0,3 dell’Italia e della media europea. Gli effetti sull’export tedesco del rigore imposto a mezza Europa cominciano a sentirsi e si sommano al rallentamento vigoroso degli Usa, anch’essi in crisi per troppo debito, e alla frenata dei paesi emergenti. Tuttavia, la Germania non molla. Il sì agli eurobond, per Tremonti da anni il rimedio comune per ancorare la danza macabra degli spread, ancora non si vede. Il confronto tra Merkel e Sarkozy è stato ruvido. Martedì, il rigorosissimo giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung apriva con il commento di Holger Stelzner, uno dei suoi cinque «Herausgeber», i cinque direttori editoriali che garantiscono l’autonomia del quotidiano. Non solo il no agli eurobond era ribadito, ma si sparava a zero contro la Banca centrale europea indotta dai governi ad acquisti massicci per 22 miliardi di titoli italiani e spagnoli. Altro che Bce, bisogna chiamarla Bbe, Bad bank of Europe, ironizza il giornale.
Ma se lo spread dei titoli pubblici francesi sui bund riprende a ballare verso quota 150 punti e oltre, e i mercati rivanno a picco come puntualmente è avvenuto, ecco che la pressione per gli eurobond crescerà. Potrebbe aiutarci, se lo spread italiano resta sotto quota 300. Consentendo un mese di settembre, fra manovra bis e legge di stabilità 2012 da presentare a fine mese, meno tempestoso di luglio e agosto.
La calma di Tremonti non si basa però solo su questo. C’è un altro elemento, politico, che spiega il suo umore più disteso di quando, settimane fa, davvero la corda tra lui e Silvio Berlusconi era tesa a rischio di spezzarsi. Il succo è questo. Nelle 48 ore prevaro della manovra bis in Consiglio dei ministri, Tremonti e il premier hanno avuto un paio di chiarimenti a quattr’occhi. Di quelli sostanziali.
Sceneggiando un po’, più o meno questo il senso della posizione tremontiana. Silvio, l’hai capito o no che il Corriere della sera e una parte del sistema di banche e imprese ormai tifano e spingono per il governo tecnico, perché il Quirinale chiami Mario Monti? Guarda che mirano a te, alla fine del tuo governo, non a me da solo. Dammi retta, stiamo uniti, impegnati a far stare buoni i rompiscatole che nel Pdl non mancheranno di venirti a dire che bisogna mollarmi. E vedrai che alla fine il governo tecnico tramonta fino a fine legislatura.
Ma perché dovrei darti retta, Giulio? Risposta. Perché ti porto la somma di Lega e sindacati, perché con Bossi e con loro ho un accordo condiviso con il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Su una linea ben diversa da quella tecnocratica. Lascia perdere chi ti chiede di mettere mano ad aumenti dell’età pensionabile e dell’iva. È roba che porta punti di pil di minor deficit, vero, ma è un dito nell’occhio del blocco sociale che abbiamo costruito in questi anni, con l’estensione della cassa integrazione, la detassazione del salario di produttività, il sostegno ad artigiani e commercianti per mettersi insieme in Rete imprese Italia, l’aumento solo molto graduale dei requisiti per andare in pensione e il sì alla Fiat per Pomigliano che ti mettiamo in decreto. Quel blocco lì dobbiamo tenercelo stretto, è la nostra garanzia sul futuro. Dobbiamo fregarcene degli «illuminati» che scrivono su Stampa e Corriere pensando alla linea Draghi-Monti. Per fare gettito ti propongo per questo una sovrattassa sui ricchi borghesi. A chi nel Pdl insorgerà dicendo che colpiamo la nostra base elettorale devi dire che è l’1 per cento dei contribuenti e che i voti si contano, non si pesano per censo.
Nel postmanovra è sin qui puntualmente accaduto che pezzi interi del Pdl, non solo gli obiettori espliciti della pattuglia Martino-Stracquadanio-Crosetto-Bertolini (vedere l’articolo a pagina 40), abbiano messo nel mirino il cosiddetto contributo di solidarietà, i 3,8 miliardi nel triennio raccolti stangando chi ha poco più di 40-50 mila euro netti di reddito annuo. Che i grandi giornali abbiano tutti sparato contro questa misura, che punisce chi da solo fa già il 22 per cento del gettito Irpef e sostiene molto i consumi, e che le tasse le paga già con un’aliquota marginale tra le più alte del mondo. Che lo stesso abbia detto la Confindustria, che ha lanciato una controproposta in cui chiede di rimettere mano all’innalzamento dell’età pensionabile per 6-7 miliardi di euro, e a un aumento di un punto dell’iva per altrettanto gettito, liberando così risorse per abbassare subito le tasse e i contributi per assumere giovani e sostenere la crescita: il punto debole della manovra che Tremonti respinge sempre alzando le spalle e dicendo che non si fa per decreto.
Reggerà in aula e nei mesi l’accordo tra Silvio e Giulio, il pilastro politico vero della manovra bis? Nel Pdl molti pensano di no. Molti amministratori locali, in primis Roberto Formigoni che spara a zero sui 6 miliardi aggiuntivi di tagli alle autonomie. Alcuni ministri, che riservatamente dicono che il punto di iva e l’innalzamento dell’età pensionabile è stato accantonato in realtà a minoranza, perché solo Tremonti e Sacconi e Umberto Bossi erano contrari mentre persino Roberto Calderoli era disponibile. Anche al vertice del Pdl, a cominciare dal segretario Angelino Alfano, si pensa a voce bassa che lo schiaffo ai ceti medi andava evitato, oltretutto con maggiori saldi ed evitando penosi e prevedibili spettacoli come quello della riduzione a zero nei prossimi mesi delle province da sopprimere, visto che da 36 siamo già scesi a 22 per una ragione o per l’altra.
Se ai 3,8 miliardi della tassa sul ceto medio sommiamo i 2 miliardi da più imposte sulle cosiddette rendite finanziarie, i miliardi dall’aumento del bollo sul conto deposito titoli, lo sblocco delle addizionali locali da subito per pareggiare i 6 miliardi di maggiori aggravi in cambio dei fabbisogni standard dal 2012 e non nel 2014, gli 800 milioni dall’ennesimo giro di vite sugli studi di settore, ecco che in realtà la stangata inflitta al ceto medio tra luglio e agosto ammonta a circa 15 miliardi, un bel punto secco di pil. E tutto per che cosa? Per consentire di andare in pensione a 60 anni invece che a 65, o meglio a 67, quando sarebbe ancora meglio? E col risultato che in pochi giorni a molti è sembrato a quel punto più giusta e preferibile la tassa patrimoniale proposta invece dalla sinistra e dalla Cgil, ma anche da Luca Montezemolo, Luigi Abete con la sua Assonime, Giuliano Amato e Carlo De Benedetti? Senza contare le accuse di non avere fatto nulla contro l’evasione fiscale o a favore delle liberalizzazioni…
Finora i gladiatori del ceto medio hanno avuto torto. Il premier a Ferragosto non ha lasciato correre come ci si aspettava, ma ha difeso la tassa ai presunti ricchi da 90 mila euro lordi l’anno. Bossi ha rialzato la voce a difesa dei pensionandi, sparando a zero contro futuri e attuali capi della Bce, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet. E ha invitato brutalmente gli amministratori locali leghisti dissidenti, forti nell’ala Maroni del partito, a non rompere i cosiddetti.
Dipenderà da come vanno i mercati nelle prossime settimane. Ma la vera incertezza è politica. Se vincerà il “nuovo blocco sociale”, estraneo a chi oggi rappresenta il vertice pdl e la maggioranza dei suoi amministratori, ma forte di due ministri economici, le carte politiche si mescoleranno. Impossibile, pensano molti nel Pdl. Ma è all’impossibile che dobbiamo attrezzarci, pensano all’Economia.
- Lunedì 22 Agosto 2011
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