Più Iva, meno tasse

Silvio Berlusconi con Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi e Paolo Bonaiuti (sopra)

Silvio Berlusconi con Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi e Paolo Bonaiuti (sopra)

Oscar Giannino

La prima notizia è che il premier è davvero deciso. Il contributo di solidarietà, la soprattassa sui presunti ricchi da 90 mila euro lordi (poco più di 40 mila euro netti l’anno), sparirà. A Silvio Berlusconi non è mai piaciuta. L’ha subita, nelle concitate 48 ore che hanno portato alla manovra bis. L’aveva ascoltata con espressione corrucciata nella prima versione, «solo una tantum», poi la sovrattassa era diventata necessaria per due anni. Poi nel decreto legge è diventata di tre.
Subito dopo il varo, il premier l’aveva ancora difesa ma senza convinzione. Tanto per non aggiungere un nuovo problema con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Ma nell’ultima settimana ha deciso. Non per la pattuglia dei dissidenti espliciti, Guido Crosetto, Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini e un’altra dozzina tra deputati e senatori. Non per le scomuniche dei padri nobili liberisti da tempo senza accoliti nel partito, Antonio Martino e Marcello Pera. Ma perché è tutto il Pdl ad avere detto riservatamente al segretario Angelino Alfano e a Berlusconi che quella tassa lì è proprio una fesseria. Lo è in termini di rapporti di maggioranza, perché la Lega difende i pensionati e impone il ristoro ai comuni, mentre il Pdl subisce. Lo è in termini di consenso, perché quell’1 per cento di contribuenti colpiti corrisponde all’identikit dell’elettore moderato del Pdl. E lo è anche in termini finanziari, visto che con misure assai più generaliste si possono realizzare gettiti molto più rilevanti.
L’iva ritoccata di un punto nell’aliquota standard del 20 per cento: è questa l’alternativa del premier. È una misura che da sola dà più di 6 miliardi di euro l’anno, rispetto ai 3,8 in tre anni della sovrattassa sui non ricchi. Cioè è una misura che consente anche significativamente di ritoccare al ribasso i 6 miliardi di tagli aggiuntivi chiesti alle autonomie, nonché di destinare qualcosa allo sviluppo, come chiedono la Confindustria e il fronte delle parti sociali.
L’agenda di Berlusconi prevede due altre misure. Un energico giro di vite sul prelievo fiscale alle cooperative, in modo da abbattere sensibilmente il vantaggio di cui godono rispetto a tutte le altre imprese, visto che ne sono concorrenti avvantaggiate a tutti gli effetti. Quanto alla previdenza, si tratta di accelerare sensibilmente l’ingresso a pieno regime dell’aumento a 65 anni del tetto per le lavoratrici del settore privato, invece di aspettare anni e anni. Ma per il resto no, nessuna concessione a chi chiede interventi decisi di accelerazione delle quote successive all’attuale quota 96 per i trattamenti di anzianità, e tanto meno per l’innalzamento rapido a 67 anni del tetto minimo per i trattamenti di vecchiaia. Del contributivo pro rata subito per tutti, che sarebbe la soluzione vera, drastica e più giusta in termini di equità intergenerazionale, nemmeno a parlarne, purtroppo.
Questi i desiderata di Berlusconi. Che però non caleranno subito dall’alto. Alfano, a cui è stata commissionata dal premier la pratica di confrontarsi con i dissidenti interni al Pdl, e di raccogliere idee e sostegni tra opposizione e parti sociali, ha pieno mandato, in buona sostanza, di ascoltare tutti senza ricorrere ad alcuna minaccia. Alla Camera i dissidenti del Pdl sin qui noti non mettono in discussione la maggioranza. Altro paio di maniche se si dovessero sommare tutte le componenti del dissenso. Oltre a quella neoliberale dei frondisti, quella degli amministratori locali che condividono il no secco di Roberto Formigoni (più garbato Osvaldo Napoli) e quella dell’ala meridionalista forte negli ex responsabili di Saverio Romano. Impedire scherzi e convergenze dell’ultim’ora in aula: è questo il vero compito affidato ad Alfano, per la prima volta chiamato a mettere alla prova le sue doti di tessitore politico, «così ti farai le ossa per quando ti candidi premier» gli ha detto il capo.
Il Pdl non può perdere più di cinque voti a Montecitorio, per evitare di regalare alla Lega un nuovo argomento che ne rilancerebbe le polemiche invece di attutirle. Ma l’ipotesi del concorso di voti dell’Udc, tenacemente indicata da Berlusconi e Gianni Letta a ogni passaggio parlamentare per lumeggiare un’ipotetica alleanza elettorale a fine legislatura, è per l’ennesima volta già quasi tramontata.
Alfano ha sperato di poter trattare con Pier Ferdinando Casini l’idea del miniquoziente familiare per i soli redditi medio-alti, come primo passo verso un fisco più rispettoso dei carichi familiari, come giustamente chiedono i cattolici. Sennonché avrebbe fatto ridere introdurre il quoziente familiare cominciando dall’alto della piramide sociale invece che dal basso. Le gerarchie ecclesiali per prime avrebbero sparato. In più a Berlusconi non piace come Casini si sta comportando nella crisi. Troppo scrupolosamente attento a non discostarsi di una sola parola dai desiderata del Quirinale. Per nulla favorevole a intrupparsi dietro una generica protesta insieme a sinistre e Cgil. Ma al contempo attento a non lasciare al solo Luca di Montezemolo la palma di innovatore radicale a nome di un’Italia alternativa tanto all’attuale centrodestra quanto all’odierno centrosinistra.
Con la Lega Berlusconi ha un appuntamento che dovrebbe essere decisivo per la manovra bis, ma non prima di lunedì 29. Quando dovrebbe essere finito il giochetto mediatico delle interdizioni urlate dai leader leghisti per risollevare il morale sotto i tacchi degli iscritti, e per evitare che il dissenso della base diventi ancora più esplicito, dopo l’annullamento del comizio di Umberto Bossi che doveva precedere la cena di compleanno con Giulio Tremonti. Berlusconi ha ormai un tono un po’ così, quando parla di Bossi. Fra un velo di tristezza per gli anni che passano, di delusione per un rapporto che ha perso chiarezza e punti di riferimento e di incertezza per il futuro.
Fatto sta che il no ad accelerazioni generali dell’età pensionabile riesce alla Lega molto più facile per il veto condiviso sul punto nel governo sia con Maurizio Sacconi sia con Tremonti. Il ministro del Welfare giustamente difende il lungo e diluito calendario di aggiornamento dei parametri automatici che collegano i trattamenti previdenziali alle mutate attese di vita. È una riforma condivisa coi «sindacati riformisti», come ripete sempre con un’espressione che esclude la Cgil. Una riforma che non è costata un’ora di sciopero, ripete con orgoglio Sacconi. Però è anche vero che la media della spesa previdenziale italiana resta superiore di due punti a quella europea. E, soprattutto, l’esplosione della crisi del debito pubblico in Europa e in America dovrebbe obbligare tutti a riconsiderare con altro occhio soluzioni che, quando adottate, erano certo le migliori possibili rispetto a botte di demagogia populista come l’abolizione dello scalone Maroni (sacrosanto col suo innalzamento in un solo colpo di tre anni dell’età per le pensioni di anzianità) votato dal governo Prodi. Ma, con l’occhio di oggi, può non bastare anche ciò che subito era meglio di Prodi.
Il no ad altri interventi previdenziali rispetto all’età femminile è la vera barriera che separa ancora il miglioramento della manovra bis dallo sfondamento pieno del fronte delle critiche. Persino Pier Luigi Bersani, dopo l’intervento di Giorgio Napolitano a inizio Meeting di Rimini, era stato costretto ad aperture sul fronte di più elevati tetti per la pensionabilità. Poco più che formali, certo, ma sarebbe interessante metterle alla prova perché aprirebbero un fronte tra sinistra e Cgil. Lo stesso Raffaele Bonanni (Cisl), che pure ha incitato Bossi a tenere duro nel suo no e si è tenuto ogni giorno a un millimetro dal no assoluto di Sacconi, in un paio d’interviste a giornalisti che lo incalzavano, chiedendo se non si sentisse in difficoltà a difendere il diritto alla pensione di 59enni, ha ammesso che il sindacato fa il suo mestiere, ma certo per la Cisl (e per la Uil) sarebbe stato molto difficile dire no a un governo davvero convinto dell’intervento.
Peccato, per Berlusconi sarebbe stato un colpo decisivo. Alzare in fretta l’età pensionabile consente saldi tali da abbassare le tasse subito a impresa e lavoro. Per il Pdl e il suo leader, un’occasione ormai irripetibile se la si perde, ora che Quirinale e Bce spingono ogni giorno. Già è un segnale avere superato il no all’aumento dell’iva, un no che veniva dal rapporto con Rete Imprese e Italia e soprattutto con Confcommercio.
Restano tre incognite. La prima è il rapporto fra il premier e Tremonti, che questa settimana si tiene discosto da Roma, e che lunedì 29 parla a Rimini. Bisognerà pur misurare che cosa pensa l’Economia dell’agenda di modifiche voluta dal premier. La seconda è la quadratura del cerchio in Pdl e Lega sui tagli veri da chiedere alle autonomie, perché Roberto Maroni e Roberto Formigoni uniti nella lotta sono un binomio che Berlusconi e Tremonti non possono permettersi. La terza è il motore di riserva sempre più attivo, visto che l’emergenza mercati è ben lungi dall’essere passata: il Quirinale, ovviamente.
A proposito, sabato 27 a Capalbio c’è una bella riunione: parlano Mario Monti, Giuliano Amato, Fabrizio Saccomanni. Non c’è più il governo tecnico, anche Montezemolo si prepara un domani a contare i voti. Ma i moschettieri del Quirinale ci sono, eccome. Novità: a Capalbio c’è anche Emma Marcegaglia. Se continua ad alzare le tasse a persone e imprese, è meglio che il centrodestra si rassegni. Potrà dire e ripetere finché vuole che anche la Confindustria è in crisi, ma il voto degli industriali alle elezioni se lo scorda.

Commenti

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Il 31 Agosto 2011 alle 22:20 fasanobi ha scritto:

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ON. SILVIO BERLUSCONI

Gentilissimo,

lei è troppo intelligente e preparato sotto il punto di vista della pratica quotidiana aziendale e politica per non comprendere le ragioni degli italiani. Non parlo di quanti la odiano (e, mi perdoni, sono tanti) e neanche di quanti vorrebbero occupare il suo posto (anche quelli non sono pochi!). Parlo degli italiani come me (la maggioranza), che vivono ogni giorno la loro vita scontrandosi con le mille difficoltà della economia (globale e locale, starei per dire “GLOCALE”), ma, più che altro, con la tangibile sensazione che vi siano almeno due mondi separati: quello di coloro che hanno avuto e continuano ad avere (denaro, potere, una vita più facile, figli sistemati alla nascita e altro) e quello di quanti sono stati generati e genereranno figli che guardano al futuro e al presente con poca fiducia, che si sentono esclusi dalla possibilità di vedere realizzati i loro, anche faticosi, sogni di stabilità.
Siamo tanti. Dovrebbe occuparsi e anche preoccuparsi, di noi.
Chiaramente, chi ha guardato a lei come a un possibile salvatore della patria, non si è mai illuso che lo facesse ai soli fini ideologici. Lei è un uomo di potere e del potere ha bisogno per conservarlo. Abbiamo seguito senza alcun interesse specifico, le storie “sentimentali” che la riguardavano ed erano, evidentemente, pubblicizzate allo scopo di destabilizzarla. Personalmente ho ricordato come, in America, non potendo arrestare i nemici della legalità, quali Al Capone, accusandoli dei loro effettivi reati, siano finiti dietro le sbarre con accuse concernenti i mancati pagamenti delle tasse.
Sinceramente noi Italiani impegnati con la lotta della sopravvivenza, siamo stati ben poco interessati alla cosa, prendendola per quella che era: GOSSIP POLITICO.
Ma le cose sono cambiate. Oggi la vediamo, assieme al Governo, sottrarre sotto i nostri piedi vacillanti, costantemente, terreno. Finiremo per crollare e, mi perdoni, lei crollerà con noi.
E’ vero, ci sono gli evasori. Si tratta di milioni di euro. Ma ad evadere non abbiamo mai potuto essere noi, che ci vediamo decurtati gli stipendi di quasi la metà e paghiamo con l’altra metà una serie infinita di tasse e servizi essenziali.
Paghiamo le tasse universitarie dei nostri figli (e le nostre, quando, come me, crediamo nel lifelong learning), come se fossimo suoi parenti. Abbiamo sulle spalle le mensilità dell’auto, del mutuo per la casa, del fitto, quando non è nostra, dei libri scolastici, dei miseri periodi di ferie (ridotti all’osso) e di quanto altro ci fa vivere. Certamente non possiamo ancora inserirci in quelli che (e sono tanti, li vedo ogni giorno), cercano nei cassonetti e intorno ad essi qualcosa di utile, ma mantenere la nostra posizione di (ex) borghesi e la nostra rispettabilità, diviene ogni giorno più difficile. Non sono pochi, oggi, i pensionati con il cappello tra le mani, che chiedono denaro. Si parla del prezzo dell’oro, divenuto oggetto di acquisto per chi investe, ma non si dice che è anche divenuto oggetto di acquisto delle tante agenzie che comprano quello di chi lo Svende, per arrivare alla fine del mese. O dei Monte di Pegno, ex di pietà, tornati in auge.
Dicevo che dovrebbe preoccuparsi di noi. Ma non perché le stiamo a cuore. Perché non la voteremo di nuovo, se l’abbiamo fatto.
Da giornalista che ha conosciuto almeno un po’i politici di ogni tempo e colore, purtroppo non sono così ottimista da credere che basterà buttare giù il governo. Le radici della situazione, vorrei dire solo europea, ma, purtroppo, globale, provengono da un passato molto lontano e da metodi economici che hanno perso di vista due cose: il “tit for tat” (quella che potremmo definire una economia “cristiana”, in senso lato) e i limiti territoriali degli stati.
Se parlassimo della nostra Italia come di una famiglia, dovremmo dire che è una famiglia che ha speso quello che non aveva ancora guadagnato e promesso posti a tavola per una tavola che andava ancora imbandita e dove i posti erano, comunque, contati.
Si tratta di un mio parere, ovviamente, che mi viene anche dagli studi di sociologia, fatti ad hoc per capire qualcosa di più, cui stanno facendo seguito quelli di una magistrale in teoria della comunicazione, audiovisivi e società della conoscenza, per cui ho scritto in questi giorni la tesi. Lo faccio per essere al passo con i tempi, ma anche se studio per capire, più comprendo e peggio sto.
Onestamente non so cosa consigliarle, ma neanche mi spetta. E’ lei che si è preso l’incarico di salvare l’economia italiana. Ma non la salverà togliendo alla massa degli italiani medi, lavoratori, economi e onesti, il minimo necessario.

Bianca Fasano. Insegnante, giornalista e scrittrice. Cittadina italiana “jus soli”

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