L’Occidente arranca, ma gli Stati Uniti sono più reattivi dell’Europa

Christine Lagarde (Credits: AP Photo/Virginia Mayo)

Christine Lagarde (Credits: AP Photo/Virginia Mayo)

Per il Fondo Monetario Internazionale non ci sono dubbi: “l’attività globale si è indebolita ed è divenuta più squilibrata e i rischi di ribasso sono aumentati”. Ecco perché ha rivisto le previsioni di crescita del Pil mondiale: 4,2% quest’anno e solo 4,3% nel 2012, con una riduzione di 0,1 e 0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni di giugno. I motivi di questa revisione sono legati a una serie di problemi strutturali che i singoli paesi continuano a non riuscire a risolvere, e che, nel corso del 2011, sono stati addirittura peggiorati da una serie di shock esterni: terremoto e tsunami in Giappone, le tensioni nel mondo arabo e la grande turbolenza finanziaria che ha sconvolto Eurolandia.

Le aree geografiche più a rischio sono ovviamente Stati Uniti ed Europa. Una revisione massiccia ha toccato infatti l’America, le cui stime di crescita del Pil sono state tagliate di 0,9 punti percentuali a +1,6% nel 2011 e di 0,7 punti al 2% nel 2012. Non va meglio per il Vecchio Continente, dove la crescita si fermerà all’1,9% nel 2011 (-0,1% in meno rispetto alle stime di giugno) e all’1,4% nel 2012 (-0,3).

Per evitare che la situazione continui a peggiorare, il presidente americano Barack Obama ha deciso di nominare l’economista Alan Krueger, ex capo economista del Tesoro, alla guida dell’Advisor Council, il consiglio degli esperti economici della Casa Bianca, e ha contemporaneamente annunciato alla nazione che entro la prossima settimana sarà pronto un nuovo piano per rilanciare crescita e occupazione. “Bisogna trovare un modo per mettere più soldi nelle tasche delle famiglie, per far trovare lavoro ai giovani e ricostruire strade, ferrovie e aeroporti”. Si tratta di misure che, secondo il presidente, dovrebbero trovare il sostegno di tutti, indipendentemente dal partito politico a cui fanno capo. Per il Fondo, invece, la priorità per gli Stati Uniti dovrebbe essere quella di “avviare al più presto un piano di riduzione del deficit nel medio periodo”, perché le conseguenze di un impasse della politica sul consolidamento di bilancio sarebbero catastrofiche.

Meno reattiva l’Europa, che ha escluso in questi giorni la necessità di nuovi interventi per ricapitalizzare le banche,  convinta che ”gli istituti di credito stiano molto meglio rispetto a un anno fa”, come ha ribadito il portavoce del commissario agli affari economici e monetari Olli Rehn. In netto contrasto con l’opinione di Christine Lagarde, che nel fine settimana ha sollecitato il rafforzamento dei bilanci delle banche per evitare il contagio della crisi e ha raccomandato alla Bce di ”continuare a intervenire con forza sui mercati dei titoli del debito sovrano per fermare l’eccesso di volatilità”.

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