Il Brasile e i Brics salveranno davvero l’Europa e l’Occidente? - L’ANALISI

Mantega e la Rousseff (Credits: flickr)

Mantega e la Rousseff (Credits: flickr)

La giornata del 13 settembre verrà ricordata per l’annuncio fatto dal ministro dell’Economia del Brasile Guido Mantega a proposito del fatto che i paesi Brics (il gruppo formato dalle economie “emergenti” di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) discuteranno un piano di aiuti all’Europa in una riunione la prossima settimana a Washington, dal 23 al 25 settembre.

Il Vecchio Continente si appresta dunque a passare da colonizzatore a colonizzato?”, è la domanda che alcuni si stanno facendo in queste ore, soprattutto in Occidente, senza rendersi conto che, questa, non è che l’ultima fase di un processo che sta andando avanti già da parecchi anni. L’accelerata si è avuta nel 2008, quando la “madre di tutte le crisi”, quella statunitense dei subprime, ha fatto retrocedere le economie “mature” che l’hanno subita pesantemente, ed avanzare quelle cosiddette “emergenti” che l’hanno invece sfruttata abilmente.

Non deve dunque stupire che siano già a buon punto i contatti tra il governo italiano e una delegazione del governo cinese disposta ad acquistare il nostro debito attraverso il fondo sovrano CIC, acronimo della China Investment Corporation (in cambio l’emergente in questione vorrebbe le nostre infrastrutture). Del resto Pechino è il più grande detentore di debito pubblico Usa e dispone della maggior quantità di riserve in valuta straniera al mondo, un totale di circa 3.200 miliardi di dollari, a cui si aggiungono quelle di India e Brasile, pari rispettivamente a 320 e 350 miliardi di dollari, e i 524 miliardi di dollari di Mosca.

Di fronte alla grande incognita di questi giorni, se cioè gli “emergenti” faranno riemergere davvero l’Europa, è bene fare alcune considerazioni. Innanzitutto colpisce l’anomalia dei Brics i cui redditi pro-capite sono di molto inferiori a quelli dei Paesi che vogliono aiutare. Per rendersene conto è persino divertente analizzare la mappa proposta da The Economist.

Va poi ricordato che all’interno degli “emergenti” le posizioni e le opzioni sono differenti, cominciare dalla Russia. Odeniyaz Dzhavparov, gestore dei fondi russi alla Deutsche Bank di Francoforte, ha infatti dichiarato che “benché Mosca non tragga alcun beneficio dall’instabilità dell’Europa non credo che il Cremlino varerà interventi diretti ma forse preferirà un intervento attraverso il Fmi per andare a sostenere i Paesi più deboli del Sud”, a cominciare da Grecia, Spagna e Italia. Per il capo del Fmi Christine Lagarde l’idea che un aiuto concreto all’Europa possa arrivare dai Brics, è invece un “interessante sviluppo“, in un momento di crisi fortissima del debito della zona euro.

Secondo quanto riportato dal quotidiano brasiliano Valor uno degli interventi possibili per il Paese del samba sarebbe quello di aumentare le sue riserve internazionali attraverso l’acquisto di obbligazioni in euro, investendo in primis in quello che è considerato il Paese più solido, la Germania, e nella Gran Bretagna, nonostante non faccia parte della zona euro.

I Paesi del gruppo sembrerebbero, dunque, avere le idee molto chiare anche se le trattative sarebbero solo in fase iniziale. Per la presidente del Brasile Dilma Rousseff dietro la crisi del debito europeo “il problema non è la mancanza di fondi bensì la mancanza di decisioni politiche per effettuare investimenti”.

Affermazione a cui si aggiunge anche un desiderio di riconoscimento profondo sullo scenario internazionale da parte dei Brics. Secondo quanto ha assicurato Marco Blejer, ex governatore della Banca Centrale ed ex alto funzionario dell’Fmi “i Paesi emergenti si lamentano del fatto che l’organismo è stato sequestrato dall’Europa”. Tanto che, ha aggiunto, risulta che “l’83% dei suoi attuali impegni è destinato solo a Grecia, Spagna e Portogallo”.

L’idea dunque di farsi avanti con l’Europa sarebbe soprattutto un modo forte per far capire al mondo e all’Fmi che il potere economico sta migrando altrove. Ammesso che sia vero c’è un però, insegnato proprio dai default dell’”emergente” Russia (era il 1998, non secoli fa) e dell’altrettanto “emergente” Argentina nel 2001. E, allora, a qualcuno potrebbe venire in mente che - forse - ciò che oggi appare come “la fine del mondo”, ovvero il non pagamento del debito, domani potrebbe essere la soluzione migliore per le economie “mature” in crisi.

Citando il Nobel per l’Economia Paul Krugman del resto, quando l’oggi “emergente” Argentina seguì le politiche ortodosse dell’Fmi fallì, mentre dopo la decisione di non pagare più i creditori ha iniziato a crescere senza più smettere. Semplice così. Anche perché nei momenti di crisi come l’attuale “è meglio avere debiti che crediti“.

Commenti

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Il 15 Settembre 2011 alle 16:20 cantastorione ha scritto:

…i brics non salveranno i pigs!!!!

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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