Dove nasce il nuovo «credit crunch». E rimetti a noi i nostri crediti


Dove nasce il nuovo «credit crunch». E rimetti a noi i nostri crediti

di Sergio Luciano

«Noi ci proviamo sempre, però sempre più spesso i colleghi ci dicono di no»: il vicedirettore generale di una media banca popolare del Nord sintetizza così la ricerca quotidiana di liquidità che gli tocca fare sul mercato interbancario.

Le banche europee non si fidano più delle altre banche. Né di quelle italiane né di quelle francesi o tedesche. E non si prestano più soldi l’una all’altra. È una paralisi senza precedenti del mercato della liquidità. «Non mi citi, altrimenti sembra che i problemi ce l’abbia soltanto il mio istituto, invece li hanno tutti. La verità è che in questi giorni solo la Banca centrale europea finanzia a rubinetto: tu chiedi e prendi quel che serve. Ma perfino la Bce inizia a dire qualche no. E comunque, per finanziarti, ti fa pagare uno scarto di garanzia sui titoli che devi lasciare in deposito, uno scarto che riflette lo spread tra Btp e Bund. Insomma, stracosta».

Questa paralisi la paghiamo tutti noi: lavoratori dipendenti e autonomi, imprenditori, risparmiatori. Perché i maggiori costi sostenuti dalle banche per finanziarsi si riflettono pari pari sui costi dei prestiti che chiediamo. Con tre fenomeni che stanno cambiando la faccia al sistema economico: 1) più garanzie e tassi più alti di due o tre punti a carico di chi chiede soldi in banca; 2) continue richieste delle banche alle aziende, ma anche alle famiglie, di rientro o di rinegoziazione onerosa dei prestiti; 3) un complessivo caro-tassi che si registra su tutti i prodotti, dai mutui casa (oltre il 6 per cento quelli a tasso variabile) ai prestiti personali (oltre l’11 per cento).

«Le banche i soldi riescono sempre a farseli prestare, dalla Bce, ovviamente; ma a Francoforte chiedono più garanzie» sintetizza Gianni Tamburi, presidente della banca d’affari Tip e finanziere di lungo corso. «E poi per i nostri banchieri un conto era andare sull’interbancario e trovare denaro fresco, un conto è andare in Bankitalia, come devono fare adesso, e chiedere finanziamenti della Bce. È chiaro, poi, che le banche nicchiano alla richiesta di nuovi finanziamenti; e se li erogano lo fanno a tassi nettamente più alti di prima». È il classico circolo vizioso: «Noi banchieri siamo costretti a chiedere il rientro ai clienti meno solvibili, anche se questo può aggravarne la crisi» spiega, sempre anonimo, il numero due di una grande banca italiana. «E dobbiamo anche spingere molto sulla raccolta al dettaglio, come si vede dalle offerte di marketing per i nuovi conti correnti. Del resto paghiamo il denaro con un sovrapprezzo rispetto ai rendimenti dei Btp. E quando lo eroghiamo, per esempio per i mutui, dobbiamo farlo pagare con un sovrapprezzo su quel sovrapprezzo. Un mutuo casa che a luglio una famiglia pagava il 3,5 per cento oggi può costarle anche il 6».

Ma che cosa significa che le banche «sono a corto di liquidità», e perché hanno bisogno di denaro liquido proprio loro, che dovrebbero nuotarci dentro? È semplice, anche se non ci si pensa mai: il denaro che i clienti versano alle banche per i loro conti correnti e i loro investimenti (la raccolta, dal punto di vista dei banchieri) non resta liquido nelle casseforti dei banchieri, ma viene vincolato agli investimenti cui lo si destina per farlo fruttare. Quando però qualche terza parte chiede alle banche soldi veri, per esempio l’erario che deve incassare le tasse, con scadenze simultanee di miliardi di euro, le banche devono procurarsi soldi svincolati dagli investimenti in cui sono bloccati, perché non hanno mai pronta in cassa la liquidità sufficiente a pagare.

Fino all’agosto del 2007, prima della crisi americana dei mutui subprime, le banche andavano sul cosiddetto mercato interbancario e lì trovavano disponibilità di denaro liquido in prestito da altre banche, che in quel momento avevano in cassa più contante di quanto servisse, offerto a tassi di poco superiori al tasso di sconto. Dal settembre 2007 non è più stato così. I soldi in eccesso, quando li hanno, le banche li prestano solo alla Bce, accontentandosi di tassi minimi ma senza rischi. E la Bce li rimette in circolo, ma solo a fronte di garanzie più stringenti.

Il circuito s’è fatto più oneroso e lento. Anche operativamente: gli istituti devono bussare a Bankitalia con la lista delle necessità e delle garanzie «eligible« (appropriate, idonee) che possono fornire a fronte dei prestiti. Il martedì, solitamente, la Bce annuncia quanto denaro immetterà sul mercato con un’asta telematica e accoglie le richieste. Che finora soddisfa quasi sempre, salvo quando non le considera coperte dalle giuste garanzie.

Ma mentre le banche se ne stanno in fila col cappello in mano allo sportello della Bce, le loro esigenze di cassa, con la crisi, incalzano. La tesoreria di ogni banca ha un calendario prestabilito di scadenze di liquidità, che aggiorna semestralmente, e monitorizza ogni giorno le richieste a breve, tipiche di quando, per esempio, un cliente chiede di chiudere un conto e portare via il denaro. O quando chiede un nuovo prestito.

Ma soddisfare tutte queste richieste è molto più difficile. Si è costretti a infilarle tutte nell’imbuto della Bce. E infatti negli ultimi tre mesi lo stock complessivo dei prestiti Bce alle banche italiane è aumentato da 30 a quasi 90 miliardi di euro, pari al 2,2 per cento del totale erogato dalla Bce (477,6 miliardi). La percentuale assorbita dalle banche francesi è invece inferiore all’1; mentre le banche greche assorbono il 21,8 per cento delle erogazioni Bce. Come dire che davvero alla Grecia, oggi, oltre l’Eurotower nessun presta 1 euro.

«Certo, siamo in prima fila a fronteggiare una situazione difficile» riconosce il vicepresidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, che è anche presidente della Cassa di risparmio di Ravenna. «Strapaghiamo
il rischio paese; e se continua così è difficile credere che non ci sia un riflesso sull’economia produttiva. Che si alzi il costo dei Btp è un fatto che pesa sullo Stato, ma con cui poi devono fare i conti anche le banche, i cittadini e gli imprenditori. L’aumento del differenziale tra Bund e Btp pesa sui costi di approvvigionamento del denaro, la nostra materia prima. Se sale lo spread sui titoli di Stato, le banche devono pagare di più per collocare il loro debito».

Molti industriali non sono d’accordo, e sostengono che le banche, sulla stretta creditizia, ci marcivano. «La verità è che tutti hanno le loro colpe» precisa salomonicamente Luigi Brugnaro, presidente della Confindustria di Venezia e proprietario della Umana, società di servizi per il lavoro. «Molti banchieri andrebbero cacciati via a pedate, però anche molti imprenditori che hanno sempre sottopatrimonializzato le aziende. Sarebbe essenziale che lo Stato si rimettesse a pagare i suoi debiti in tempi ragionevolmente brevi. Ed è essenziale che le imprese strangolate dalle banche non vadano a farsi strangolare ancora peggio dagli strozzini».

Commenti

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Il 5 Ottobre 2011 alle 5:17 Economia e Finanza : Dove nasce il nuovo «credit crunch». E rimetti a noi i nostri crediti ha scritto:

[...] Economia Pubblicato: 05 ottobre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]

Il 5 Ottobre 2011 alle 10:10 Taglio del rating e taglio del credito - PiccoloSocrate ha scritto:

[...] queste ed altre delucidazioni in materia, leggi l’articolo su Panorama. | | | | Parole: banche, credit crunch, crisi finanziarie Puoi lasciare un commento, [...]

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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