Aziende: la famiglia fa bene alla Borsa


Aziende: la famiglia fa bene alla Borsa

di Sandra Riccio

Google, Berkshire Hathaway, H&M, Microsoft. A prima vista è soltanto un elenco di grandi colossi internazionali di successo. In comune queste società hanno però una marcia in più tutta fatta in casa: al timone hanno conservato i loro fondatori o i loro discendenti. Alcune per lunghissimi periodi, altre invece sono ancora dirette dalla mente che le ha create. Si tratta insomma di società familiari che hanno fatto fortuna negli anni e che, in questo momento, potrebbero rivelarsi un’opportunità anche per i risparmiatori alla ricerca di un punto fermo in mezzo alla tempesta. Perché promettono più solidità, dato che investono pensando al lungo termine e aspirano di meno al profitto immediato. In Borsa hanno saputo resistere alle vendite e il meglio di sé lo danno proprio nei momenti più difficili per l’economia, perché è in queste fasi che lo spirito di innovazione dell’imprenditore diventa più importante.

I numeri confermano che la famiglia fa bene alla Borsa. Lo dimostra l’indice Credit Suisse Family Index: nel 2009 è salito del 35% contro il 27% dell’Msci World, nel 2010 dell’11% contro il +9,7% del mercato globale e da inizio anno guadagna il 6% contro l’1,1% dell’indice di riferimento.

Sulle buone aziende familiari quotate punta da anni il gruppo di gestione francese Oddo Am, che ha sviluppato una specifica filosofia di investimento sull’impresa di famiglia già a partire dagli anni Novanta. Oddo Generation Europe è il fondo dedicato all’investimento nelle società familiari quotate e nell’ultimo anno ha perso solo l’1,4%. «Una società familiare deve rispondere a tre criteri: essere controllata da una famiglia, rappresentare
una quota sostanziale del patrimonio della famiglia in questione e avere una prospettiva di investimento di lungo periodo» spiega Emmanuel Chapuis, gestore dei fondi tematici di Oddo Asset Management.

Come vengono selezionate le aziende? «Scegliamo quasi esclusivamente quelle che hanno un robusto modello economico, vale a dire quelle caratterizzate da un marcato vantaggio competitivo, da elevate barriere di ingresso, e che sono in grado di mantenere un eccellente livello di redditività in tutte le configurazioni economiche, anche in fasi recessive dunque» spiega Chapuis. Tra le 550 aziende familiari quotate in Europa, sono soltanto 100-150 quelle che oggi soddisfano questo criterio di qualità del modello economico. «Il secondo aspetto che viene considerato per la selezione è quello della valorizzazione, perché vogliamo comprare buone società, ma non a tutti i costi. In particolare, cerchiamo di capire dove si trova il prezzo attuale delle azioni rispetto a valorizzazioni teoriche in scenari ottimistici e pessimistici» aggiunge Chapuis.

Ma questo è il momento di guardare alle aziende familiari? Proprio nei momenti di volatilità così alta possono rappresentare una buona opportunità. «Il principale punto di forza delle imprese familiari è il fatto che subiscono meno il diktat dei mercati e accettano il fatto che alcuni anni possono essere meno buoni. Per questo continuano a investire con maggiore regolarità in modo da prepararsi alla ripresa che inevitabilmente arriverà. È quel che abbiamo osservato nel 2008 e nel 2009» dice Chapuis, che in Italia guarda a Luxottica, Lottomatica e Tod’s.

Non guarda solo alla famiglia Axa Investment Managers. La casa francese va a caccia di imprenditori dotati di talento con il suo fondo Framlington Talents. Da inizio anno cede solo il 4,9% (il benchmark arretra del 5,3%), mentre la performance cumulata sugli ultimi 10 anni è del 10,5%. «Per investire, puntiamo sull’individuo e non sull’impresa o la famiglia» spiega Nils Meinefeld, gestore di Axa Wf Framlington Talents. Ma qual è il motore che porta a questo risultato? «La buona performance è dovuta al fatto che questi imprenditori investono una parte importante del proprio patrimonio nell’impresa e dunque spesso l’andamento positivo è legato a una maggiore motivazione nell’operare in azienda. Inoltre, questi manager sono una sorta di garanzia perché di fatto non accetteranno mai rischi che possano danneggiare l’azienda né saranno disposti al pagamento di enormi dividendi e le loro strategie saranno rivolte ai decenni a venire e non limitate soltanto al trimestre in corso» spiega Meinefeld. In più l’indipendenza verso i soci di minoranza e le banche consente all’imprenditore di implementare strategie di più lungo termine.

C’è poi da sottolineare un altro punto di forza, ossia il fatto che, quando l’imprenditore possiede una quota consistente dell’impresa, l’azienda è meno liquida, e dunque il prezzo di Borsa può essere meno volatile rispetto al mercato. Inoltre, di solito si tratta di imprese meno indebitate rispetto a quelle tradizionali, gestite con un senso di responsabilità e con una capacità di innovazione che le rende anche meno rischiose. Il momento di guardare a questo tipo di società è quello giusto, «dato che il meglio di sé lo danno proprio nei momenti di recessione quando lo spirito di innovazione diventa più importante» sottolinea l’esperto.

Ma qual è l’imprenditore a cui guarda in questo particolare momento? «Tra i best manager per innovazione, management e strategia oggi si distingue Vincent Bolloré con la sua Financiere de l’Ode» dice il gestore che cerca i suoi cavalli vincenti, non soltanto tra gli imprenditori del Vecchio continente, ma anche sui listini dei Paesi emergenti, Cina in testa. Qui le dinastie non esistono eppure il Paese offre tanti nuovi nomi da tenere d’occhio soprattutto in settori ad alta innovazione come quello delle energie rinnovabili dove spicca Suntech Power.

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