Gianni Zonin. Io, imprenditore, vi dico: «Non sparate sulle banche»


Gianni Zonin. Io, imprenditore, vi dico: " non sparate sulle banche"

L’accusa: prestiti col contagocce e legami con il territorio allentati. La difesa: denaro troppo caro, solvibilità sempre più a rischio. Mentre fra banche e imprenditori tornano a volare gli stracci, c’è chi se la cava con una battuta: «I rating sono figli di quel che siamo. E, proprio come si fa con i figli discoli, piuttosto che ignorarli o rimproverarli dobbiamo tenerli a bada. E poi farli migliorare col tempo».

C’è da fidarsi se l’autore della battuta è uno che lo sportello lo frequenta da lustri, e da entrambi i lati, riuscendo a tenersi lontano dalle tempeste. A 73 primavere, 44 delle quali alla testa dell’azienda di famiglia e 15 abbondanti da presidente della Banca popolare di Vicenza, Gianni Zonin è l’uomo giusto a cui chiedere di farci da bussola. Tanto più che il suo campo base è quella provincia nordestina al tempo stesso cuore dell’Italia che produce ed epicentro dei suoi problemi endemici.

Presidente, facciamo un gioco. Provi a sdoppiarsi e mi dica se sbagliano le imprese quando imputano alle banche un’eccessiva rigidità o le banche quando replicano che una maggior selezione è necessaria.
Impossibile sdoppiarsi: hanno ragione entrambi. Ma se proprio devo scegliere direi che la ragione sta un po’ di più dalla parte delle banche.

Perché?
È vero che gli istituti di credito hanno le loro colpe e hanno fatto errori. È vero che ci sono stati finanziamenti eccessivi seguiti da periodi di siccità. È vero che alcuni imprenditori sono stati male assistiti da chi aveva compiti ben precisi. Se le banche smettono di prestare soldi, che mestiere fanno? Detto questo…

Detto questo?
C’è una sorta di sovraesposizione mediatica, come se fosse sempre e solo colpa loro, come se avessero smesso di colpo di ascoltare il territorio. Da banchiere le assicuro che non è così.

E allora il nodo qual è?
Le banche sono aziende private e come tali devono agire. Nessuno, credo, vuole tornare agli istituti pubblici e ai criteri molto meno oggettivi di quelli attuali con cui erogavano credito. Oggi c’è poca liquidità in giro, quella che c’è si paga molto. Il resto lo fanno gli spread, che però non sono nati su Marte, ma sono nostri figli.

Si spieghi meglio.
Quando uno Stato viene declassato, è ovvio che se le sue banche principali hanno qualche difficoltà di troppo e rischiano a loro volta. Di conseguenza il sistema creditizio, approvvigionandosi a costi più elevati, quando presta denaro è costretto a rischiare meno e a farsi pagare di più.

Come se ne esce?
Con scelte oculate, che però non siano gratuitamente drastiche. Noi, nel nostro piccolo, da cinque anni vediamo gli impieghi crescere molto di più rispetto alla media del comparto. Nel primo semestre 2011, per dire, sono saliti del 9,7% contro il 4,9% rilevato dalla Banca d’Italia.

Non saranno tutti soldi destinati alle grandi aziende?
Sono soldi destinati alle aziende che lavorano, che innovano, che rischiano, che esportano. E queste quattro cose, a Nordest e non solo, le sanno fare soprattutto le piccole e medie imprese.

Immagino che gli imprenditori apprezzino.
Le banche di media stazza come la nostra si fondano su conoscenza del cliente e fiducia reciproca. Molti industriali locali sono anche nostri soci da sempre. Se aggiungiamo il fatto che siamo impegnati in prima linea anche nei consorzi di garanzia fidi, il pacchetto è completo. Certo, la solidità patrimoniale e il Roe (ritorno sull’investimento, ndr) indicati da Basilea 2 sono parametri ineludibili. Ma, se chiediamo elasticità ai clienti, siamo anche i primi a doverla mostrare.

Quanto vi costa questo impegno?
Quest’anno 2,3 miliardi di euro in più.

Ma se la liquidità costa cara dove la trova la sua Bipov, visto che è anche tra le banche meglio patrimonializzate d’Italia?
Intanto, il rapporto in calo tra sofferenze e impieghi dimostra che i nostri clienti li sappiamo scegliere bene. Poi abbiamo una raccolta che non oscilla, immobili che non dismettiamo, soci che nel 90% dei casi lo sono da più di cinque anni, una politica di espansione che ci porterà presto a controllare mille sportelli (oggi sono circa 800, ndr). In una parola, siamo solidi e il valore della banca lo dimostra.

Valore virtuale, dato che non siete quotati e il prezzo delle azioni lo decidete in assemblea.
Con quello che sta succedendo in Borsa e sulle piazze finanziarie direi che i valori virtuali sono altri. Nel bene e nel male. Banche comprese.

A proposito, in questo momento il modello delle popolari è in discussione a causa della controversa vicenda Bpm. Cos’ha da dire?
Quando semino un vigneto devo pensare a cosa produrrà tra dieci o anche vent’anni, non tra sei mesi. Soprattutto se di quel vigneto siamo proprietari io e gli altri che ci lavorano. Una banca popolare dovrebbe seguire le stesse logiche, e in genere lo fa. Su chi ha scelto di agire diversamente, quotazione compresa, preferisco non pronunciarmi. Ma il nostro resta un comparto virtuoso e affidabile.

Cosa dovrebbero fare imprenditori e istituti per venirsi incontro?
Parlarsi, parlarsi, parlarsi. Banale, ma non serve altro. O meglio quel che servirebbe non possiamo tirarlo fuori da soli.

Cioè?
Regole certe e condivise. Riforme, anche fiscali, che stimolino la domanda interna. E più sostegno a confidi e associazioni di categoria, che hanno un ruolo delicatissimo.

Nel suo Veneto il governatore Luca Zaia è stato accusato di averne ridotto l’autonomia in cambio di un po’ di fondi regionali in più.
Preferisco non commentare.

Se certe condizioni non si avvereranno, si aspetta un’ondata di fallimenti nel 2012?
Il mercato e la crisi hanno già fatto parecchia selezione, però non è detto che basti. Nonostante gli sforzi, temo riuscirà a salvarsi solo chi ha un’elevatissima propensione all’export. Ma esportatori non lo si diventa di colpo, soprattutto in un momento come questo.

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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