
Quintino Sella (Credits:SILVIO FIORE/LAPRESSE)
C’è uno strano silenzio in giro. Nessuno più parla di condono. Male: non parlare di condono significa non parlare di decreto sviluppo al quale proprio il condono (previdenziale, fiscale, edilizio, chi lo sa?) dovrebbe fornire la benzina finanziaria, almeno delle intenzioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E se non si parla più di decreto sviluppo è perché le idee sono ancora poche e confuse.
Le polemiche intorno al varo dell’ennesimo perdono per i contribuenti infedeli possono anche essere giustificate, ma se si guarda un po’ alla storia bisogna ammettere che se c’è stata una continuità nella politica fiscale italiana, questa si basa da una parte sull’aumento delle tasse (arrivate nel 2011 a oltre il 43 per cento dei redditi) e dall’altra sui condoni. L’Italia è una Repubblica basata sul condono, oltre che sul lavoro.
Il primo perdono di Stato per le tasse non pagate venne approvato pochi mesi dopo il 13 marzo del 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II assunse il titolo di re d’Italia. Il 9 giugno di quell’anno venne infatti promulgato il Regio Decreto numero 48 ed era relativo alle pene pecuniarie per omissioni relative alla tassa di manomorta dovuta nelle provincie dell’Emilia nelle quali era stata estesa la legge in vigore in Sardegna fin dal 1851.
Questa tassa si applicava ai grandi latifondi ed era dello 0,90% del valore del bene. A firmare quel condono, approvato dal governo guidato da Cavour, fu l’allora ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Battista Cassinis su proposta del ministro delle Finanze Pietro Bastogi, famoso soprattutto perchè riunificò tutti i debiti pubblici italiani creando il “Gran libro del debito pubblico” che da allora a oggi è stato aggiornato ogni anno e che conta 1.900 miliardi di euro.
Tra l’altro anche con il suo fattivo contributo. Lo stesso anno in cui firmava il condono, decise di indebitare la neonata Italia di 500 milioni con queste parole: “Non abbiamo domandato all’estero dei denari per dire: non li restituiremo; ma li abbiamo domandati perché avevamo la coscienza di poter soddisfare ai nostri impegni”.
Buon proposito, dopo 150 anni la Merkel è preoccupata che l’impegno di Bastogi non venga onorato, ma questo è un altro discorso.
Passa appena un anno e arriva il secondo condono della storia d’Italia. La legge è la 848 del 27 settembre del 1862 e venne firmata, e qui arriva il bello, da Quintino Sella sulla cui scrivania in via XX settembre lavora oggi il suo successore, Giulio Tremonti. Ma la cosa straordinaria non è solo che a firmare il secondo condono della storia d’Italia fu il decisionista, laicista, privatizzatore Sella durante il governo Rattazzi I, ma che quel condono riguardava una legge approvata appena 5 mesi prima, la 587 del 21 aprile del 1862 che riguardava sempre la tassa di manomorta.
Un dietrofront clamoroso per il quale oggi si chiederebbe come minimo le dimissioni del ministro mentre invece Sella è passato alla storia come il più intransigente ministro delle Finanze che l’Italia abbia mai avuto (non s’offenda Visco). Non solo. Sella ha firmato anche il terzo condono attraverso il Regio Decreto 919 del 30 ottobre 1862 che sanò pene pecuniarie e interessi per la registrazioine di atti civili e giudiziari oltre che per la ritardata denuncia e pagamento delle imposte di successione.
Il successore di Sella, il “mitico” Marco Minghetti, l’unico in 150 che è riuscito a portare in pareggio il bilancio dello Stato, vara anche lui il suo bravo condono con il Regio Decreto 1342 del 12 luglio 1863 su multe e pene pecuniarie per registrio e bollo che eranoi stati appena armonizzati con le leggi 585 e 586 del 1862. Quando varò il suo condono Minghetti era anche capo del governo, ma durò appena un anno e, nel 1864, Quintino Sella tornò alla sua amata scrivania. E cosa fa? Ovvio, vara un altro condono.
Il Regio Decreto è il numero 2392 del 2 luglio 1865 sotto il governo La Marmora I. In questo caso vengono condonate ammende o multe per le tardive dichiarazioni dei redditi di ricchezza mobile, intesa come redditi personali dei cittadini del Regno. Se il contribuente si “dimenticava” di pagare, arrivavano gli ispettori del Regno con un’imposta presunta (una specie di redditometro). Il cittadino poteva ricorrere in giudizio, in appello, ricorrere ancora… e così nacque l’evasione fiscale.
- Martedì 18 Ottobre 2011
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Commenti
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Il 18 Ottobre 2011 alle 13:17 Economia e Finanza : Condono, Tremonti come Quintino Sella ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 18 ottobre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
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