
di Oscar Giannino
Il decreto sviluppo. La nomina del successore di Mario Draghi alla Banca d’Italia. L’eurovertice del 23 ottobre per il sostegno alle banche da ricapitalizzare e agli stati membri in difficoltà. La legge di stabilità appena approvata con la distribuzione dei miliardi di tagli fra i ministeri, e che ora deve passare in Parlamento evitando agguati e incidenti come sull’assestamento di bilancio. Lo statuto della piccola impresa, che a più di 2 anni dall’avvio ancora langue nel lento esame delle Camere… L’agenda economicofinanziaria del governo è tanto fitta che stampa e opposizioni ormai usano il solo elenco per respingere anche la sola ipotesi che ne possa uscire qualcosa di buono.
Eppure, a Montecitorio anche il voto di fiducia della settimana scorsa ha confermato due circostanze non proprio indifferenti. La prima: al di là di chiacchiere e slogan, non c’è una propensione vera e tanto meno maggioritaria ad andare al voto politico entro pochi mesi. Che lo pensi la maggioranza è ovvio.
Ma fatto sta che le opposizioni non sono affatto pronte. Tra chi pensa all’union sacrée per vincere al di là dei programmi compatibili e ridividersi poi come avvenne sotto Romano Prodi e chi, invece, ritiene che senza veri o sedicenti centristi – oggi Pier Ferdinando Casini soprattutto, con Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, più Luca di Montezemolo domani – il Pd comunque non avrebbe una prospettiva vera di governare.
La seconda è che se in caso di incidente parlamentare resta come unica prospettiva quella di un governo tecnico, di transizione o come diavolo preferite chiamarlo, anche in quel caso le opposizioni sono divise verticalmente, e a quel punto non si capisce come il Quirinale dovrebbe provare a guidare la navicella «tecnica» senza rischiare moltissimo, in caso di programmi lacrime e sangue che non puoi certo sostenere in Parlamento, se tifi per gli indignados che nelle piazze chiedono il ripudio del debito ignorando che ne verrebbe un disastroso deprezzamento per risparmi e patrimoni di tutti gli italiani.
E allora – pensano nei gruppi del Pdl molti parlamentari abbondantemente più preoccupati per il futuro, sondaggi alla mano, di quanto ufficialmente dicano – perché non stupire tutti e andare a un decreto sviluppo che soddisfi almeno in parte le richieste di imprese e sindacati? Perché Giulio Tremonti, tornato insostituibile dopo l’armistizio con Palazzo Chigi e sempre sostenuto a spada tratta da Umberto Bossi, non capisce che il vincolo «a costo zero» sul decreto sviluppo è un ostacolo insormontabile alla sua efficacia? Perché non comprende che senza dotazione finanziaria il decreto si risolverà solo in un lungo elenco di deregolamentazioni e decertificazioni, dalle infrastrutture all’ennesimo tentativo di liberalizzare le professioni dopo il fallito tentativo nella manovra agostana, alla perequazione tra vecchi e nuovi investimenti nelle fonti energetiche rinnovabili?
È questo l’interrogativo centrale intorno a cui ruotano sussurri e grida nel Pdl. Le risposte variano. C’è chi pensa e dice a voce bassa che il superministro dell’Economia remi contro e basta, persuaso che se cade Berlusconi lui comunque resta, interlocutore politico obbligato sulla scena interna e garanzia di tenuta su spesa e gettito fiscale in sede europea. A Giulio frega poco, anzi niente, di che cosa debba o non debba fare il Pdl per il futuro, aggiungono.
C’è chi invece lo dipinge come ossessionato dal non compromettere la sua vera garanzia sul futuro, quella rilasciata per conto dei padroni attuali dell’Europa (i tedeschi, e chi se no?) dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che personalmente ha sempre distinto nettamente tra Silvio e Giulio. C’è poi chi aggiunge che, se tra Palazzo Chigi ed Economia non si trova la quadra, bisognerà comunque farlo in Parlamento, perché andare a un decreto a costo zero significa farsi comunque spernacchiare e cadere ulteriormente nei sondaggi, e dunque tanto vale tenere buono qualche emendamento che introduca senza preavviso condoni più o meno tombali a seconda della copertura da assicurare a misure di sostegno «pesanti», cioè onerose per il bilancio.
Esattamente ciò che però Tremonti esclude, e tassativamente. Nelle attuali condizioni di scarsa credibilità dell’Italia, aggiungere un condono ad avere già posto a copertura di spesa ex ante i proventi della lotta all’evasione sarebbe veramente troppo. Al massimo il Tesoro può arrivare a un accordo di regolarizzazione con la Svizzera sulla tassazione dei patrimoni detenutivi da italiani, sulla scorta dello schema Rubik seguito negli accordi tra Berna e i governi tedesco e britannico.
Si tratta di schemi che a garanzia della costanza dell’anonimato dell’investitore in Svizzera retrocedono alle autorità fiscali dei paesi di cittadinanza un quarto del patrimonio accumulato, e aliquote tra un quarto e un terzo sui redditi a venire generati in futuro dal resto del patrimonio, che resta però gestito da intermediari svizzeri. Sarebbe un bel pacco di miliardi di euro, se anche l’Italia seguisse lo schema. Ma Tremonti è drasticamente contrario a devolverli a copertura di maggiori spese, e pensa invece che vadano eventualmente destinati a immediata riduzione del debito pubblico.
In realtà, ai più dei «preoccupati» all’interno del Pdl sfuggono forse le ragioni che a chi qui scrive sembrano le più vere del no di Tremonti a dotare di risorse il decreto sviluppo. Berlusconi, il Pdl, il Quirinale, i magistrati, il governo tecnico e di transizione: tutto questo c’entra praticamente nulla. Tremonti è semplicemente convinto di due cose. Una politica, l’altra economica.
Quella politica è che la Confindustria, l’Abi, l’Ania, le Coop e la Rete imprese Italia possono pure avere presentato un manifesto congiunto per la crescita in cinque punti, possono riempire di interviste i giornali, ma alla fine sbaglia la politica a preoccuparsene, perché non sono loro a muovere i voti veri degli italiani.
La seconda è che gli italiani misureranno invece la crescita economica vera, visto che a oggi andiamo da previsioni di pil 2012 le più varie e diverse a seconda dei diversi istituti e banche, da chi pensa ancora a una crescita dello 0,6 per cento a chi pensa la metà, a chi invece in caso di semidefault greco giunge fino a un pil negativo per più di 1 punto di prodotto interno lordo.
Che cosa fa la differenza in tutta questa forbice di gufaggine? In nessun caso qualche centinaio di milioni a copertura di questa o quella misura del decreto sviluppo, pensa Tremonti. Bensì unicamente l’andamento reale del pil tedesco. Che non si influenza certo con la spesa pubblica italiana. Poiché la maggior parte della crescita italiana dipende dall’export manifatturiero, allora ciò che conta di più è soprattutto il suo andamento. Se nel 2010 la Germania era il primo paese di destinazione dell’export italiano per circa 44 miliardi e una quota di circa il 13 per cento, nel primo semestre 2011 la quota è cresciuta ulteriormente di un altro mezzo punto.
I due soli Länder meridionali tedeschi, Baviera e Baden-Württemberg, assorbono più export italiano di quello che piazziamo nell’intera Cina, circa il 45 per cento di ciò che vendiamo nell’intera Germania. I primi dati dell’export successivi all’inizio del guaio italiano a luglio attestano che l’export in Germania nei nostri settori di punta, come i metalli di base e i prodotti in metallo, i macchinari e gli apparecchi meccanici, continua a registrare tassi di crescita boom sul 2010 tra il 17 e il 23 per cento.
Per questo la produzione industriale italiana fino al terzo trimestre 2011 sta registrando una crescita superiore all’intera crescita europea. I tedeschi non faranno saltare l’euro, e continueranno a tirare in casa loro e a tirare il nostro export. È questa la scommessa di Giulio. Per questo non cambia idea. E non sborsa un euro.
- Lunedì 24 Ottobre 2011
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Il 25 Ottobre 2011 alle 0:17 Economia e Finanza : Tremonti non aprirà i cordoni della borsa ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 25 ottobre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
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