Imprese, le banche sono a secco e nessuno chiede soldi

Crisi di liquidità. Lo sportello è a secco e l’impresa si sfiducia

Anche le imprese si sfiduciano. Esattamente come le persone che non trovano lavoro e che, dopo un po’, smettono anche di cercarlo. Le aziende si sfiduciano quando cercano una banca che gli faccia credito e, dopo avere fatto il giro delle sette chiese, non ne trovano nessuna. Allora rinunciano. E sono aziende che vanno bene, che funzionano, che hanno ordini ed esportano. Eppure…

Della categoria delle aziende sfiduciate parla il centro studi della Cgia (artigiani e piccole imprese) di Mestre, che ha condotto un’indagine tra 800 microsocietà (quelle sotto i 20 addetti, che rappresentano il 92 per cento della struttura produttiva italiana). Dalla quale risulta non solo che il 51,3 per cento denuncia un aumento delle difficoltà di accedere al credito (dato abbastanza normale, di questi tempi), ma soprattutto che l’86,2 per cento ha dichiarato che non si rivolgerà più alle banche perché tanto è tempo perso.

Una conferma di questa tendenza viene dalla Banca d’Italia, che nel suo bollettino economico di ottobre dice che «la domanda di credito ha decelerato»: era più 1,9 per cento a luglio per le piccole ed è scesa ad agosto a più 1,7 per cento; era più 3,5 per cento a luglio per le grandi ed è scesa a più 3,2. «Ma vi è il rischio» aggiunge «che il protrarsi delle tensioni si rifletta in misura crescente sulle condizioni di accesso al credito». I dati dell’Abi sono (com’è tradizione) più ottimistici. Secondo l’associazione delle banche, nei primi 8 mesi del 2011 i finanziamenti sono aumentati del 5 per cento, anche se ammette che il costo medio è aumentato dal 4,07 per cento al 4,10, in media.

A questo punto le domande alle quali dare risposta sono sostanzialmente due. La prima: come mai le aziende non vanno più in banca? La seconda: come mai le banche non danno credito?

Le aziende non vanno in banca, e si sfiduciano, perché vengono loro proposte condizioni molto più pesanti di prima. Secondo una ricerca della società Elabora per la Confcooperative, il problema è proprio la crescita dei tassi, seguita da una maggiore richiesta di garanzie e una maggiore onerosità delle cosiddette «altre condizioni» (come il costo dei vari servizi e i giorni di valuta). E questo per le più fortunate, perché per le altre imprese, magari in difficoltà, si assiste a «una nuova ondata di richieste di rientro» che ha colpito l’11,4 per cento delle cooperative nel secondo quadrimestre dell’anno.

Non si tratta delle solite lamentele delle imprese che accusano le banche di non sostenere l’economia, come hanno sempre fatto. No, qui c’è qualcosa di più. Questa volta è vero. Secondo via Nazionale «in agosto il costo medio dei nuovi finanziamenti alle imprese è aumentato di mezzo punto percentuale al 3,4 per cento», ma con una differenza: i costi dei prestiti superiori al milione sono saliti del 3 per cento e quelli sotto al milione sono saliti al 4,2. In altre parole, il danaro costa di più per le imprese piccole, quelle che già soffrono per la crisi dei grandi committenti e che hanno più difficoltà a espandersi all’estero, ma che sono pure quelle che tengono in piedi occupazione e pil. Per di più «per il quarto trimestre gli intermediari hanno dichiarato di attendersi un ulteriore irrigidimento delle condizioni di offerta e un lieve rallentamento della domanda».

È un cane che si morde la coda, insomma: le imprese non chiedono soldi perché costano troppo (e a volte rinunciano perfino a evadere gli ordini che pure avrebbero), le banche non li concedono facendo peggiorare la domanda. Cioè le sfiduciano. Nel terzo trimestre del 2011 «è notevolmente aumentata» la percentuale di imprese che ha difficoltà a farsi dare soldi in prestito: il 28,6 per cento dal 15,2 precedente. Quasi il doppio. Comprensibile che non vadano più a chiedere soldi alla banca. Il tutto condito dalla mancata proroga dell’accordo sulla moratoria sui debiti delle imprese, scaduto il 31 luglio, che aveva dato una boccata d’ossigeno a quelle più indebitate.

Perché le banche non danno soldi? Ecco la risposta: «I criteri di offerta sui prestiti alle imprese» dice Bankitalia «sono diventati più restrittivi riflettendo le crescenti difficoltà di approvvigionamento degli intermediari sul mercato». Tradotto: le banche non danno prestiti perché non hanno soldi. Se, infatti, in agosto l’offerta di credito alle imprese è salita del 2,8 per cento, la raccolta è salita di appena lo 0,6 per cento nei 12 mesi terminati ad agosto rispetto a una crescita dell’1,8 per cento nei 12 mesi terminati a maggio. Significa che le banche non riescono più a farsi dare i soldi dai risparmiatori e quindi ne hanno meno da prestare alle aziende. Così nasce quello che viene chiamato «credit crunch», il blocco del credito. Soluzione? Correre a prendere soldi da «mamma Bce», che infatti ha dato al sistema bancario italiano 89 miliardi di euro alla fine di agosto rispetto ai 34 ottenuti a maggio.

Per le grandi banche la situazione è peggiore: la raccolta dei primi cinque gruppi bancari è diminuita del 3,4 per cento negli ultimi 12 mesi; e non è un caso se, sempre secondo la Banca d’Italia, gli istituti che danno più soldi alle imprese, in proporzione, sono quelli piccoli, cioè quelli che hanno un volume di danaro intermediato inferiore ai 3,6 miliardi. Le grandi banche, poi, hanno anche un altro problema: le sofferenze, cioè i soldi che non vedranno più tornare indietro perché le imprese sono andate in crisi: il 5 per cento del totale dell’erogato a luglio, salito al 5,1 per cento in agosto per un importo complessivo di 100 miliardi di euro.

Ma c’è di più: le banche sono zeppe di titoli di stato italiani, uno dei paesi che il Financial Times chiama «periferici». I titoli di stato italiani sono ritenuti «a rischio» perché pagano il 3,8 per cento in più dei titoli di stato tedeschi ed, essendo considerati a rischio, chi li possiede si deve cautelare aumentando la propria solidità trattenendo in casa la liquidità che in una situazione normale avrebbe potuto tranquillamente concedere alle imprese. In cima alla lista dei detentori di titoli italiani, secondo una classifica proprio dell’Ft, ci sono Unicredit, Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena. Non è un caso che i premi che gli investitori pagano per proteggersi dal rischio di fallimento delle banche italiane sono in pochi mesi addirittura raddoppiati, portandosi a 430 punti base rispetto ai 170 punti delle banche tedesche e francesi.

Non raccolgono soldi sul mercato, hanno sofferenze, sono piene di titoli di stato. Quindi hanno bisogno di nuove ricapitalizzazioni. Dopo avere iniettato nelle vene avvizzite delle banche europee 1.240 miliardi di euro tra il 2008 e il 2010, la Bce pensa che ne servano altri 108 ma, nel bollettino economico di settembre, avverte che «è essenziale che le banche trattengano gli utili» non pagando i dividendi per tenersi la liquidità. Lo hanno fatto? Per il 2010 il Mps ha distribuito 2 centesimi per azione, l’Unicredit e il Banco popolare 3, l’Intesa 8 (1 miliardo in totale), la Bpm 10 e la Banca Generali 55. Potevano risparmiarselo? Potevano.

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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