Questa crisi non è figlia del libero mercato


Alain Greenspan, ex Governatore della Federal Reserve (Credits: AP Photo/J. Scott Applewhite)

Alain Greenspan, ex Governatore della Federal Reserve (Credits: AP Photo/J. Scott Applewhite)

di Oscar Giannino

La novità per me poco rassicurante è che mi trovo d’accordo per la prima volta da anni con un editoriale di Paul Krugman pubblicato sul New York Times. Deride pesantemente e insieme amaramente i leader europei in quanto tali, alle prese da due anni invano con l’altra faccia dell’eccesso di consumo privato finanziato a debito e cioè l’eccesso di consumo pubblico finanziato a debito: questi sono i due volti di Giano della crisi mondiale da quattro anni a questa parte ed entrambi sono figli dell’eccesso di liquidità monetaria e dei bassi tassi praticati da Alan Greenspan per anni alla guida della Federal Reserve.

Per una volta non inseguirò le tortuose evoluzioni delle eurosoluzioni che sono allo studio, e delle eurorisposte italiane che stentano o mancano. Invito invece a due sane letture per una più solida visione su come costruire exit strategy.

La prima non può che essere il nuovo libro scritto da quel fantastico fuoriclasse del pensiero monetario che risponde al nome di Geminello Alvi. Il libro s’intitola Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio editore. Come tutti i precedenti scritti della gran penna dell’ex discepolo e collaboratore di Paolo Baffi, unisce fondamenti e conseguenze ultime di un’errata interpretazione della moneta, del mercato e del valore.

Sono stati i bassi tassi praticati dalla Fed di Alan Greenspan ad alimentare le bolle internet immobiliari, la finanziarizzazione del consumo privato finanziato a debito, ma anche a consentire l’euro coi bassi tassi di convergenza che hanno fatto immaginare a greci e italiani che senza produttività privata fosse venuto il bengodi eterno dell’eccesso di consumo pubblico a basso prezzo.

Ma la risposta a tutto questo, almeno quella avanzata dall’economista austriaco nella moneta e steineriano nella teoria del valore e del mercato, non sta in batterie di rimediucci finanziari care al Financial Stability Board e ai sin qui vani riti degli eurovertici. La risposta risiede in una tecnica della decrescita che non passi per eccesso di moneta né per guerre, che attenui il greed, l’avidità, perché basata sull’epica della fraternità.

Non teorie francescane, ma una visione dello Stato ridotto ai suoi beni essenziali necessari, in parole povere poco più oltre alla giustizia, per ricentrare invece famiglia e welfare, sanità e formazione del capitale umano cioè scuola e cultura, tutto nelle mani di fondazioni e associazioni fuori dall’orbita, dal finanziamento, e da quella tenebrosa e costante menzogna con cui lo Stato contrabbanda come interesse generale alla redistribuzione e all’eguaglianza ciò che in realtà è solamente l’interesse esclusivo della minoranza esigua che lo amministra pro tempore. Cioè restare al potere.

Qualora non dovesse bastare la carica eterodossa ma assolutamente salutare della lettura di Geminello Alvi (non a caso è stato prefatore di quel Falce e carrello sull’epopea di Caprotti e della sua Esselunga contro le Coop, libro condannato da un giudice e ritirato dal commercio come ai tempi dei roghi himmleriani), l’eurocrisi e la sua appendice italiana vi saranno meno amare se passerete il tempo necessario a leggere un rapido saggio di un’economista italiana, Maria Pia Paganelli, trapiantata alla Trinity University di San Antonio, in Texas.

È pubblicato sul numero 6 dell’Adam Smith Review, si scarica gratis sulla piattaforma Ssrn. Si intitola Is a beautiful system dying? (Il meraviglioso sistema sta morendo?), laddove il bel sistema che volge alla fine è proprio quello dell’illusione della crescita a debito privato e pubblico alimentata dai Paesi avanzati.

Poiché accademici e politici di casa nostra continuano a dirvi che la crisi sarebbe naturalmente figlia dei liberisti e dei sostenitori della mano invisibile del mercato, delle aspettative razionali e dei mercati efficienti, leggete quante meravigliose citazioni dei padri fondatori del libero mercato predicano esattamente il contrario: ovvero l’eccesso di debito bancario e di rischio non quantificato, l’eccesso di debito pubblico e le sue conseguenze, il rischio delle banche troppo grandi per fallire e quello delle pretese assolutamente abnormi degli Stati che per non fallire depredano i loro cittadini ancor più di quanto abbiano fatto prima, mentre si dipingevano infallibili. Assicuro: letture di questo genere aiutano a discriminare veri e finti indignados e anche le vere e finte ricette per uscire dalla crisi.

Commenti

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Il 11 Novembre 2011 alle 9:01 da “Panorama.it” - Taccuino Politico ha scritto:

[...] Questa crisi non è figlia del libero mercato [...]

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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