Imprese italiane, in America vi porto io

Fernando Napolitano: te la do io l’America che conta davvero

di Zornitza Kratchmarova

«Italy will punch above its weight». Fernando Napolitano, 47 anni, fondatore e numero uno della Why Italy Matters Corp., società di diritto Usa nata la scorsa primavera per promuovere oltreoceano il meglio dell’industria italiana hi-tech, ricorre a una metafora mutuata dal mondo della boxe per spiegare il suo progetto: fare in modo che l’Italia pesi di più sulla scena internazionale. Molto di più. «C’è chi crede che il nostro sia un paese di tarantelle, imbrogli e governi traballanti. Le difficoltà ci sono, per carità. Ma quel che conta è fare emergere il talento. Puntando sulle start-up e sulle piccole e medie imprese più promettenti».

Il nome del progetto è: Italian Business & Investment Initiative  www.italianbusiness.org) e si avvale della partnership con il primo web magazine italiano scritto in inglese, panoramaeconomy.com, realizzato dal settimanale Panorama Economy che punta a quei 2 miliardi di persone che leggono l’inglese nel mondo e che sono interessati a conoscere il made in Italy raccontato dagli italiani.

L’idea che è alla base di tutto è semplice: selezionare il meglio che offre la nostra piazza e metterlo in contatto con potenziali finanziatori o partner commerciali americani. «Ma perché questo accada bisogna passare al settaccio centinaia, se non addirittura migliaia, di realtà all’avanguardia» dice Napolitano, che per l’occasione ha chiamato a raccolta i migliori acchiappatalenti d’Italia.

A cominciare dall’Innogest sgr, il più grande fondo nazionale per start-up con un patrimonio di oltre 90 milioni di euro. O ancora: l’Intesa Sanpaolo, che con il progetto Start-up Initiative e i fondi Atlante Ventures ha accesso a un portafoglio pressoché infinito di società in erba.

Sul progetto convergono anche Italian angels for Growth (Iag), ossia il principale gruppo di business angel in Italia; H-Farm, l’incubatore tecnologico guidato da Riccardo Danadon con oltre 30 realtà finanziate e un tasso di sopravvivenza superiore al 90 per cento; M31, l’acceleratore veneto specializzato in biotecnologie guidato da Ruggero Frezza; il fondo Dpixel, creato dall’ex ragazzo prodigio dell’hi-tech italiano Gianluca Dettori (ideatore di Vitaminic); 360° Capital Partners, il venture capital di Emanuele Levi, Fausto Boni, Diana Saraceni e François Tison, fra i sostenitori di Yoox o MutuiOnline; e alcuni superangel, ossia imprenditori pronti a puntare a titolo personale i propri soldi sulle realtà che giudicano promettenti. «I più bravi sono con noi» riassume Napolitano, a cui fa capo pure il programma italiano di borse di studio Fulbright Best (www.bestprogram.it).

Fra i partner della Why Italy matters Corp. ci sono Orrick, Herrington & Sutcliffe (uno degli studi legali più quotati oltreoceano, con clienti come Facebook), Finsbury (una multinazionale tascabile della comunicazione economico-finanziaria con sedi a New York, Londra, Bruxelles, Abu Dhabi e Dubai, che garantisce assistenza anche alle nostre start-up) o Booz&Co., società di consulenza quotata a Wall Street con un giro d’affari 2010 di oltre 6 miliardi di dollari, assai cara a Napolitano perché per un paio di decenni è stato a capo della filiale italiana.

Mentre tra i personaggi di spicco con passaporto americano che appoggiano l’iniziativa figurano Ronald Spogli, ex ambasciatore di Washington in Italia, che ha comprato il 10 per cento dell’Innogest sgr, e Mike McCollough, partner della Booz&Co. ed ex capo della National Security Agency. «Proprio McCollough ha incontrato i giovani della milanese Hacking Team, specializzata in software per le intercettazioni in uso alle forze dell’ordine, con l’obiettivo di aiutarli a entrare nel difficile mercato statunitense» riferisce Napolitano, citando solo uno degli innumerevoli esempi di contatti ai vertici creati dal suo gruppo per chi merita davvero.

«La nostra forza sta nel networking» aggiunge, citando fra i sostenitori dell’iniziativa Henry Kissinger, ex segretario di Stato Usa, e l’ex presidente Gerald Ford. Mentre sul fronte italiano segnala il sostegno assicuratogli dai numeri uno di alcuni tra i più importanti colossi.

Tra gli altri, Rocco Sabelli (Alitalia), Giovanni Perissinotto (Generali), Fulvio Conti (Enel), Paolo Scaroni (Eni), Corrado Passera (Intesa Sanpaolo), Giancarlo Innocenzi (Invitalia), Fedele Confalonieri (Mediaset), Maurizio Costa (Mondadori, casa editrice di questo giornale) e Ossama Bessada (Wind). «Con molti di loro ho un rapporto di amicizia e stima reciproca» sottolinea Napolitano. E richiama l’attenzione pure sulle istituzioni coinvolte. La Invitalia, che fa capo al ministero dello Sviluppo economico, ma anche il consolato generale d’Italia e l’Italian trade commission, entrambi con sede a New York.

Proprio Bessada della Wind giudica l’iniziativa «unica. E potrebbe rivelarsi una grande opportunità anche per chi è coinvolto nel Wind Business Factor», una piattaforma online realizzata in collaborazione con TheBlogTv, con l’obiettivo di sostenere le start-up più innovative. «La connessione con l’Italian Business & Investment Initiative è naturale, direi strategica» aggiunge Bessada.

Ma che cosa fa esattamente la Why Italy matters Corp.? Semplice: seleziona i migliori e li presenta a chi conta con incontri one-to-one nel corso di tutto l’anno tarati sui bisogni di ogni singola realtà, oppure con appuntamenti istituzionali organizzati ogni 6 mesi. Il primo si è tenuto il 5 maggio e il secondo è in programma il 14 novembre nel cuore della Grande Mela, presso il quartiere generale della Bloomberg L.P., al 731 di Lexington avenue.

A fare in modo che fosse proprio quella la sede è stato il numero uno del colosso dell’informazione economico-finanziaria Dan Doctoroff, egli stesso sostenitore della Why Italy matters Corp. «Le società chiamate a raccolta saranno 13, tutte finanziate da uno o più venture capitalist» precisa Livio Scalvini, head of innovation & marketing dell’Intesa Sanpaolo, a capo del progetto Start-Up Initiative e fra i selezionatori delle realtà presenti all’evento.

Ci sarà la ADmantX, «nata da uno spin-off della bolognese Expert System e che offre una piattaforma all’avanguardia per la pubblicità online» precisa Davide Turco, responsabile dei fondi Intesa Sanpaolo Atlante Ventures e Atlante Ventures Mezzogiorno, entrambi con 25 milioni di euro di dotazione (che ha puntato tra gli altri proprio su ADmantX). «E ci sarà la Cascaad, a cui fa capo l’applicazione che filtra i messaggi presenti sui social network e li cataloga in base agli interessi dei singoli» aggiunge Claudio Giuliano, amministratore delegato dell’Innogest sgr che vedrà sfilare a New York ben quattro aziende partecipate, Cascaad compresa. E rilancia: «Sono settimane che sento dire che se il padre della Apple Steve Jobs fosse nato in Italia non sarebbe diventato Steve Jobs. Non sono d’accordo. Il nostro contesto è meno favorevole che altrove, d’accordo, ma anche i giovani disposti al sacrificio non sono tanti».

E, numeri alla mano, racconta che su 500-600 start-up vagliate ogni anno solo tre-quattro passano l’esame e si aggiudicano i fondi Innogest sgr. Perché un fatto è certo: avere una buona idea non basta. Per diventare imprenditori veri è necessario rimboccarsi le maniche e lavorare giorno e notte, o quasi. «Gli americani, nonostante abbiano la pancia piena, sanno come fare» ricorda Giuliano, ricordando il celebre «Stay hungry, stay foolish» proprio di Jobs quale ricetta indispensabile per avere successo. Mentre sulla Why Italy matters Corp. è categorico: «È una iniziativa preziosa per tutti noi perché fornisce contatti unici con un mondo altrimenti difficile da penetrare».

La pensa così anche Scalvini: «I veri affari si fanno oltreoceano, dove è possibile passare dalle parole ai fatti in tempi stretti». A seguire tutto in presa diretta c’è lo stessoNapolitano che per l’occasione ha trasferito negli Stati Uniti l’intera famiglia: la moglie Matilde e i tre figli di 12, 10 e 2 anni. «È una scommessa anche per loro».

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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