L’avanzata dei francesi. Edison, come farsi male da soli

Henry Proglio, amministratore delegato di Edf (Credits: EPA)

Henry Proglio, amministratore delegato di Edf (Credits: EPA)

di Ugo Bertone

Et voilà, è finita 7 a 2, come da previsioni: due centrali idroelettriche restano in mani italiane, quelle della coppia A2a-Iren, le utility municipali della Lombardia e del Nord-Ovest. Altre sette, assieme al marchio e alla sede storica di Foro Buonaparte, passano alla Edf, decisa a fare della Edison, sotto bandiera francese, una protagonista del mercato europeo del gas. Ci sono voluti 10 anni, ma alla fine l’Electricité de France ce l’ha fatta. Nonostante l’alt quasi minaccioso che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva intimato a marzo, in un burrascoso incontro alla prefettura di Milano, al presidente dell’Edf, Henri Proglio, un fedelissimo di Nicolas Sarkozy. E stavolta Sarkò può farsi davvero una bella risata.

Fu lui, nel 2008, a celebrare le nozze tra Gaz de France e Suez per sbarrare le porte di Francia all’Enel, senza troppo badare alle minacce di ritorsione o agli strali di Bruxelles. Ha avuto ragione: da quel momento per il «tout Paris» è diventata quasi un’abitudine lo shopping in Italia, fra yogurt, gioielli, griffe e sportelli bancari.

Ma non è il caso di prendersela con gli altri. Il caso Edison è la conferma cristallina che l’Italia che conta sa farsi male da sola: politici, sindacati, industriali privati e banchieri hanno fatto della Edison, per 10 anni almeno, il palcoscenico di lotte intestine e di proclami megalomani, da parte di manager dalla fantasia lunga e dalla tasca corta. Il risultato è che oggi la bandiera francese sventola su un palazzo simbolo dell’economia italiana. E nelle tasche delle utility c’è una put, cioè il diritto a vendere: è la terza volta in 10 anni che l’Edf distribuisce put come caramelle ai partner di casa nostra. Attori, anzi comparse, della resistibile scalata a Edison.

Tutto comincia, 10 anni fa, con la strana sfida di un finanziere dalla vita romanzesca e dalle ottime referenze: Romain Zaleski, francese di formazione e di passaporto, già tesoriere dell’Ump, il partito di Valéry Giscard d’Estaing, che si è conquistato, una volta emigrato a Brescia per salvare la Tassara, la fiducia del banchiere dell’Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli. Nessuno gli presta troppa attenzione quando, prima in Falck, poi in Montedison, Zaleski cerca di dare fastidio, come una mosca, a Vincenzo Maranghi, padrone assoluto della Mediobanca, che a sua volta domina di nuovo incontrastata, dopo i rovesci di casa Ferruzzi, sui destini di Foro Buonaparte. Eppure, a metà aprile del 2001 scatta la trappola: la fusione tra Montedison e Falck (uno dei satelliti di Piazzetta Cuccia), che serve a Maranghi per blindare la società da possibili scalate, viene bocciata dall’assemblea straordinaria. Al fianco di Zaleski, che ha rastrellato un bel pacchetto di azioni (grazie ai buoni uffici di Bazoli), risulta decisiva l’astensione di Banca di Roma, Intesa e San Paolo Imi: per la prima volta le banche si ribellano all’egemonia del delfino di Enrico Cuccia. Meno di un mese dopo, il 23 di maggio, entra in campo l’Edf (dove lavora il fratello di Zaleski) che comunica di avere acquistato il 20 per cento della Montedison che va ad affiancarsi alla quota di Zaleski.

È uno schiaffo politico che l’Italia, in pratica l’unico paese che ha liberalizzato con il decreto Bersani il mercato obbligando l’Enel a cedere una parte delle centrali, non può accettare: il governo Berlusconi, lo stesso giorno, emana un decreto che sterilizza i diritti di voto dell’Edf al 2 per cento. Il governo, insomma, ci ha messo una toppa. Ma nel giro di poche settimane l’Edf è in grado di giocare il jolly, cioè un partner italiano forte in grado di dare granzie sull’«italianità» dell’Edison.

Chi meglio della Fiat? All’inizio di luglio il Lingotto scende in campo con il suo prestigio e, al solito, pochi quattrini: per acquistare il controllo dell’Italnergia, la holding in cui Edf e Tassara mettono le loro azioni Edison, il gruppo conferisce le sue centrali italiane e un impianto, per la verità malconcio, in Argentina. Ma tanto basta per lanciare l’opa sulla Montedison, anche perché, a metterci i quattrini, pensano gli altri congiurati di aprile: Intesa, San Paolo e Banca di Roma. Ovvero i grandi creditori della Fiat che non vogliono perdere l’occasione per spuntare le unghie a Maranghi.

Quest’ultimo, prima di ritirarsi dal fortino di Foro Buonaparte, riesce a fare terra bruciata, cedendo la Fondiaria alla Sai di Salvatore Ligresti e la Burgo a Vincent Bolloré. Già, perché anche lui, al pari del fronte «nemico», si è appoggiato su amici francesi, da Antoine Bernheim allo stesso Bolloré, che coglieranno l’occasione per insediarsi stabilmente fra Piazzetta Cuccia e le Generali. Dopo avere, beninteso, voltato le spalle a Maranghi

Anche l’avventura elettrica della Fiat dura ben poco. Come già previsto, dicono i maligni. Ma forse la spiegazione sta semplicemente nei debiti: la Fiat annega nel rosso di suo, non ha certo le spalle per sopportare anche il passivo dell’Italenergia che scarica, com’è consuetudine, sulla Edison i costi della scalata. E così Gianni Agnelli, ormai al crepuscolo, si deve piegare all’accordo più umiliante della sua vita da re: vendere una parte del pacchetto alle banche, mentre il resto va a garanzia di un prestito concesso dalla Citigroup. L’accordo, che prevede una put per il Lingotto, è formulato in maniera che, sulla carta, l’Edf continui ad apparire in minoranza, assieme a nuovi partner radunati dalle banche italiane, compresa la Mediobanca.

In ogni caso i francesi hanno compiuto un altro passo in avanti, con il pieno appoggio delle banche, come denunciano in un articolo bipartisan Bruno Tabacci e Giorgio La Malfa, presidenti delle commissioni competenti della Camera: «Temiamo che le banche stiano premendo perché la Fiat esca al più presto dalla Edison in modo da riportare a casa i finanziamenti concessi. Noi pensiamo che l’interesse nazionale oggi non coincida con quello delle banche». Sono loro, infatti, a trarre un doppio beneficio: indebolire Maranghi in attesa della spallata finale di Unicredit e Capitalia, con il consenso di Vincent Bolloré (che presto si legherà al «nemico» Cesare Geronzi); cercare una soluzione ai problemi del debitore Fiat, che in quel momento sembrava destinato a un prossimo collasso. Insomma, la guerra tra banche ha aperto da un lato la porta della Edison all’Edf, dall’altra ha consentito a un gruppo di soci transalpini, capitanati da Bolloré e Bernheim, di mettere solide radici in Mediobanca e Generali. Grazie al grimaldello Fiat. Nel silenzio o, addirittura, con il plauso delle forze politiche. Chissà che sarebbe successo se la Peugeot avesse deciso di affiancare l’Enel nella guerra per il controllo di Suez.

Svanito dall’orizzonte elettrico il Lingotto, bisogna trovare nuovi interpreti dell’italianità. Niente di meglio delle utility del Nord, con il solito sostegno delle banche. E così, nel settembre del 2005, la vecchia Italenergia viene messa in soffitta e si disegna l’assetto che ha retto fino alla separazione di questi giorni: il pacchetto di controllo della Edison passa sotto l’ombrello della newco Transalpina di energia (Tde), dove convivono, con quote paritetiche, l’anima francese e la compagine italiana, dove prevale l’A2a (nata dalla fusione tra Aem Milano e Asm Brescia), seguita da una serie di municipalizzate del Nord Italia più Mediobanca, Bpm e Intesa. Si stipula un contratto di coabitazione destinato a scadere nel marzo del 2011. Poi delle due l’una: o la separazione consensuale o si andrà a un’asta dall’esito scontato, visto la disparità delle forze in gioco. A questo copione tenta di opporsi Tremonti. Con un esito, forse, ancora più deprimente della mancata cordata per la Parmalat.

Nessuno discute il valore strategico della Edison. Ma Eni ed Enel, chiamate in causa, hanno facile gioco a defilarsi per motivi di antitrust e perché, sotto i cieli della crisi, non è certo il caso di indebitarsi ulteriormente.

Più ancora, l’attivismo del ministro si fa meno energico a mano a mano che svanisce l’interesse di Umberto Bossi: dopo la vittoria di Giuliano Pisapia alle elezioni di Milano, l’A2a si è allontanata dall’orbita del Carroccio per tornare nelle mani di Bruno Tabacci, che boccia subito come una fantasia un po’ demenziale il «lodo Zuccoli», cioè la pretesa di sfidare a suon di miliardi il gigante parigino con l’appoggio dell’Intesa, che si tira subito indietro. Non resta che incassare la put, racimolare qualche centrale idroelettrica, lasciare ai francesi ciò che loro interessa (il gas, innanzititto) e tirare fuori dal cassetto un altro progetto, l’ennesimo, per un nuovo polo dell’energia tutto italiano, stavolta verniciato di verde: una bella utility del Nord, benedetta dai comuni di area progressista. I francesi stanno a guardare. Tanto, la frittata è fatta. Anzi l’omelette.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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