Oggi è il Btp day. Ovvero: per tutta la giornata le banche non applicheranno commissioni a chi acquisterà i titoli di stato italiani. Quegli stessi titoli con scadenza a due anni che sono in circolazione sul mercato e che rendono circa il 7,8% come quelli a cinque e a dieci anni che superano il 7%. Tassi di rendimento che significano una cosa sola: il mercato percepisce un rischio molto elevato per il nostro Paese e dunque decide di investire solo a patto di ricevere interessi molto elevati. E allora la domanda é: perché andare contro il mercato, contro chi investe ogni giorno miliardi di euro sulle piazze finanziarie, e impiegare i propri risparmi in titoli di Stato italiani?
Questo primo Btp day istituito dall’Associazione bancaria italiana guidata da Giuseppe Mussari (il secondo ci sarà il 12 dicembre ma su un’emissione di titoli nuova) apre fronti contrapposti. Chi invita a fare la sua parte credendo e dando fiducia al Paese, e chi invece invita a maneggiare con cura questa iniziativa. Noi siamo per la seconda opzione.
I grandi investitori facciano pure quello che vogliono. Ma per i piccoli, le famiglie, chi ha da parte qualche risparmio diventa complicato riuscire a capire fin dove si sta facendo una buona opera di investimento e dove invece si rischia di bruciarsi.
Una cosa è sicura: le banche più penalizzate in Europa dalle vendite in Borsa sono proprio quelle cariche di titoli di Stato greci, portoghesi e italiani. E devono disfarsene perché sono considerati crediti difficili da incassare viste le grandi difficoltà in cui trovano i paesi che hanno emesso quei titoli. E ora cosa si chiede? Alle famiglie di comprare questi titoli? Forse meglio stare attenti.
Se da una parte infatti i rendimenti elevati (e nel giro di due anni) allettano molto in un momento di magra, è anche vero che se per caso fosse necessario rivendere i Btp a due anni appena acquistati perché sorge il bisogno di avere dei soldi a disposizione, allora la sorpresa sarebbe davvero brutta: quando si comprano Btp, il taglio minimo sono 1.000 euro (valore nominale) che verranno restituiti al 100% alla loro scadenza. Durante la vita del contratto, però, questo 100% varia in base a quanto il mercato è disposto, in un determinato momento, a versare a chi dovesse decidere di vendere anticipatamente il titolo. E varia in base al grado di rischio attribuito al Paese che ha emesso il titolo. Se il rischio è alto, allora le banche vogliono disfarsene e quindi i prezzi scendono. Al contrario se il rischio è molto basso.
Oggi, per un titolo a due anni il mercato stabilisce un rimborso anche dell’85%. Dover vendere prima della scadenza significherebbe incassare una perdita (quasi) certa.
Quindi, attenzione a fare gli eroi patriottici. Almeno in questo caso.
- Lunedì 28 Novembre 2011

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