
di Marco Fortis
Riduzione del debito, crescita, equità: sono queste le tre sfide che dovrà affrontare Mario Monti. Quella della riduzione del debito sarà la più sofferta, perché richiede nuovi sacrifici oltre a quelli previsti dalla manovra 2011-2014. Ma l’Italia ha i conti pubblici già bene impostati, con un fabbisogno finanziario in rapporto al Pil in riduzione (grazie alla lunga maturità del debito e a un avanzo primario crescente) mentre i fabbisogni di Francia e Spagna sono in aumento e supereranno il nostro nel 2013.
Con un ulteriore sforzo fiscale e con un più forte impegno nel taglio della spesa pubblica improduttiva e nella lotta all’evasione, l’obiettivo del pareggio di bilancio concordato con l’Ue non è un’impresa impossibile per Monti. E il pareggio è la strada maestra sia per riacquistare credibilità sia per invertire la corsa del debito.
La seconda sfida, quella dell’equità, è la più urgente perché le fasce sociali meno abbienti e i lavoratori dipendenti hanno visto ridursi progressivamente il loro potere d’acquisto, prima a causa del cambio dell’euro e poi della crisi. Sono pertanto aumentate le disuguaglianze di reddito in un Paese pur straordinariamente ricco, con il 62% degli italiani adulti che, secondo l’ultimo Global Wealth Report 2011 di Credit Suisse, possiede un patrimonio immobiliare e finanziario superiore ai 100 mila dollari (contro il 36% degli americani e il 41% dei tedeschi).
Quindi una riforma fiscale in funzione di una redistribuzione del reddito non solo è auspicabile sul piano dell’equità sociale e per rilanciare una domanda interna debole (dove chi ha molto già consuma abbastanza e chi vorrebbe consumare di più non se lo può più permettere) ma è anche una operazione non impossibile considerando il rilevante cuscinetto di ricchezza detenuto dagli italiani.
La terza sfida, quella della crescita, è la più difficile. Innanzitutto perché il mondo è uscito da un decennio durante il quale i divari di sviluppo sono stati falsati da un eccesso di indebitamento. Solo la storia dirà se la minor crescita del Pil dell’Italia e della Germania tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo secolo è stata davvero tanto spiazzante, visto che la più forte dinamica di tanti altri Paesi si è fondata su un disastroso peggioramento dei conti di famiglie, imprese non finanziarie e pubbliche amministrazioni.
Basti pensare che nel 1999 i Paesi europei in cui per ogni punto di debito aggregato a prezzi correnti si generava più Pil erano, nell’ordine: Grecia (0,71 punti), Spagna (0,63 punti), Francia (0,59), Irlanda (0,54) e Gran Bretagna (0,54), seguite da Germania (0,53), Italia (0,51) e Olanda (0,43).
Dopo la fase di crescita «drogata» del settore privato durante il 1999-2008 e la successiva crisi, si sta ora materializzando un’ulteriore coda di crescita dei debiti, stavolta prevalentemente pubblici, in cui Italia e Germania risultano ancora i Paesi finanziariamente più virtuosi.
Sicché nel 2013 la classifica della «produttività» del debito aggregato risulterà completamente ribaltata rispetto al 1999, con la Germania in testa (0,48 punti di Pil nominale per ogni punto di debito aggregato) seguita dall’Italia (0,41), mentre più distanziate saranno Francia (0,39), Olanda (0,35), Gran Bretagna (0,33), Spagna (0,32), Grecia (0,31) e Irlanda (0,22). Finita l’era del debito facile, crescere sarà adesso più difficile per tutti, non solo per noi.
A ciò si aggiungono i problemi incombenti. Infatti, stiamo entrando in una fase di stagnazione. Persino la Germania, ora divenuta per tutti il benchmark dopo che per un decennio era cresciuta meno dell’Italia, nel 2012 avrà un incremento del Pil solo dello 0,8%.
Che fare dunque per la crescita? Monti si impegnerà certamente nelle riforme e nelle liberalizzazioni. Ma queste produrranno effetti solo in tempi lunghi. Probabilmente per cogliere qualche risultato più a breve termine egli sceglierà la strada di ridurre le tasse su imprese e lavoro e di rilanciare gli investimenti infrastrutturali.
- Lunedì 28 Novembre 2011

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