Altro che Btp day, le banche estere non vogliono i titoli di Stato italiani

La banca Nomura ha ridotto dell'83% la sua esposizione in titoli di stato italiani (Credits: Ansa)

La banca Nomura ha ridotto dell'83% la sua esposizione in titoli di stato italiani (Credits: Ansa)

L’Italia tira un sospiro di sollievo, anche se le prospettive non sono certo delle migliori. Il Tesoro, dopo il flop dell’asta dei Bot della scorsa settimana e nonostante la cattiva fama del nostro debito sovrano sui mercati, è riuscito lo stesso a piazzare i nostri Btp all’asta di oggi riuscendo a raccogliere 7,5 miliardi di euro. Ma con tassi in forte rialzo. Un campanello d’allarme per gli investitori internazionali, visto che una spietata legge di mercato prevede che a rendimenti più alti corrisponda in genere un maggiore rischio di insolvenza.

Il rendimento dei triennali è schizzato al 7,89% toccando i massimi dal 1996, mentre quello decennale (collocati 2,5 miliardi, la quantità massima che si poteva vendere all’asta odierna) ha raggiunto il 7,56% segnando l’ennesimo record dal 1997. Assegnati dal Tesoro anche 1,49 miliardi della tredicesima tranche del Btp scadenza settembre 2020, contro un obiettivo massimo di 2 miliardi. La domanda è stata “buona”, ha sottolineato la Banca d’Italia, e le richieste hanno consentito al Tesoro “di collocare il massimo dell’importo offerto sui primi due titoli”.

Ma al di là della lieve marcia indietro dello spread, sceso oggi a 492 punti da oltre 510 segnati in mattinata, cosa ci dice l’esito di quest’ultima asta? Anzitutto che i nostri titoli di Stato non sono ancora carta straccia e possono essere considerati un investimento, ancorché rischioso, su cui puntare. Del resto i rendimenti oltre il 7% sono ghiotti.

Tuttavia, bisogna considerare che la Bce negli ultimi mesi ha acquistato a man bassa i titoli di Stato del nostro paese: senza la sua azione probabilmente navigheremmo in acque peggiori. E certo non si potrà contare sull’intervento dei cosiddetti “Bot people” per frenare la crisi debitoria. Gli effetti del Btp day di ieri, per esempio, sono del tutto marginali: le ridotte possibilità dei privati e di qualche investitore istituzionale non potranno incidere su prezzi e rendimenti visto che la massa enorme del nostro debito, stando a Bankitalia, ci appartiene solo per il 43% del totale (tra famiglie, banche, assicurazioni e così via).

Il guaio, infatti, è proprio il restante 57%, che fino a poco tempo fa non destava preoccupazioni, ma che in queste settimane ci espone invece direttamente alla speculazione internazionale. Anche perché chi fuori confine si era riempito di titoli di Stato italiani, ora sta cercando di disfarsene il più in fretta possibile.

Come ha fatto in questi giorni la banca giapponese Nomura che ha ridotto dell’83% la sua esposizione al debito italiano da 2,81 miliardi di dollari a 467 milioni di dollari contestualmente a un taglio del peso dei Piigs in portafoglio di circa 3 miliardi. Nel portafoglio di Nomura, però, e degli altri istituti finanziari nipponici non mancano i titoli di Stato del Sol Levante, paese che ha il rapporto debito Pil più alto al mondo: 238% contro il 121% dell’Italia. Ma nonostante la mostruosità di questa percentuale, i giapponesi continuano a dormire sonni tranquilli: il 94% del loro debito, infatti, è in mano a investitori locali.

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Il 29 Novembre 2011 alle 20:17 Economia e Finanza : Altro che Btp day, le banche estere non vogliono i titoli di Stato italiani ha scritto:

[...] Economia Pubblicato: 29 novembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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