
(Credits: AP Photo/Eugene Hoshiko)
Per la seconda volta in dodici mesi, Asian Development Bank (ADB) è costretta a rivedere al ribasso le prospettive di crescita delle principali economie asiatiche. La causa principale del nuovo rallentamento è naturalmente l’instabilità finanziaria che continua a creare problemi sia in Europa che negli Stati Uniti. Una crisi che, in Oriente, ha fatto crollare esportazioni e investimenti.
Intervistato dalla BBC, il responsabile dell’ufficio che si occupa di integrazione economica regionale di ADB ha spiegato che la crescita dei 14 paesi asiatici (i dieci dell’Asean più Cina, Hong Kong, Corea del Sud e Taiwan) dovrebbe raggiungere la media del 7,2%. Le economie più colpite, in prima battuta, continueranno ad essere quelle più dipendenti dalle esportazioni, ma in seconda battuta non si salverà nessuno. “A meno che le economie dell’area non decidano di rafforzare i legami regionali per coordinare le scelte di politica economica che potrebbero aiutarle a superare, insieme, questo momento di impasse. Puntando, soprattutto, sui consumi interni e rilanciando gli scambi commerciali con Africa e America Latina“.
In condizioni del genere tante capitali asiatiche vorrebbero potersi affidare a Pechino per farsi trainare dalla locomotiva della crescita cinese. E invece anche la Repubblica popolare non riesce più a nascondere i punti deboli che rischiano di rimetterne in discussione gli straordinari tassi di crescita.
Nel corso dell’intero 2011 Pechino si è preoccupata soprattutto di tenere sotto controllo l’inflazione e l’andamento del mercato immobiliare. Imponendo alle banche di ridurre la quantità di risorse da dare in prestito ai privati e facendo crescere i tassi di interesse. Qualche successo nel settore dell’immobiliare è stato ottenuto, ma mese dopo mese al rallentamento del comparto manifatturiero si è aggiunto quello dei servizi.
A fine novembre il Purchasing Managers’ Index relativo al manifatturiero, un indice che evidenzia una crescita quando si attesta oltre i 50 punti e segnala una contrazione del mercato quando scende al di sotto di tale soglia, è passato da 50,4 a 49. Il primo rallentameno negli ultimi tre anni. Non è andata meglio per gli indicatori relativi al mercato dei servizi, visto che in questo caso la contrazione è stata di ben otto punti, da 57,7 a 49,7.
Questi dati hanno spaventato Pechino al punto da spingerla ad attuare al più presto una profonda inversione di rotta nella politica economica seguita fino a questo momento. Lunedì è stato infatti tagliato il coefficiente di riserva obbligatoria deciso dalla Banca Centrale appena una settimana prima (30 novembre) per “aumentare la liquidità in circolazione”. Ma il governo farebbe bene a riflettere prima di modificare così tanto un coefficiente che rischia di far aumentare di nuovo l’inflazione. La Cina sta attraversando una fase molto delicata da cui dovrà uscire da sola. Ecco perché al resto dell’Asia non conviene aspettarla per “farsi salvare”.
- Mercoledì 7 Dicembre 2011
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Il 8 Dicembre 2011 alle 19:15 Economia e Finanza : Cina, la crescita rallenta e Pechino non tira più come prima ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 08 dicembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
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