Vertice Ue: il big bang del 9 dicembre

Eurozona: il big bang del 9 dicembre

Da sinistra la cancelliera Angela Merkel, il presidente Nicolas Sarkozy e il premier Mario Monti

di Oscar Giannino

La corsa al ribasso delle previsioni economiche ormai ha aggiornamenti quotidiani. Sarà bene che gli euroleader tengano i dati bene in vista sui propri tavoli, in questi ultimi giorni decisivi prima dell’eurovertice di venerdì 9 dicembre. Mentre scrivo, lo scenario ultimo, e peggiore, è redatto dalla Deutsche Bank. Altro che dati dell’Ocse, quelli sembrano da infatuati ottimisti con una crescita dell’euroarea allo 0,6 per cento. Per la Deutsche Bank il pil 2012 dell’eurozona va a meno 0,5 per cento, quello tedesco si inchioda a zero dopo il più 3,6 per cento del 2010 e il più 2,9 per cento del 2011.

La Francia va a meno 0,3 per cento. La Spagna a meno 0,9 per cento. Paesi Bassi, Austria e Belgio tra meno 0,5 e meno 0,6 per cento. L’Italia meno 1,1 per cento. Mai dire mai, ovvio. Ma per i mercati il 9 dicembre è l’ultima data. L’ultima per evitare un’accelerazione della crisi bancaria, figlia di quella dell’euro.

I progetti ordinari e straordinari si sprecano. Ogni giorno sui grandi media europei è un torneo di spifferi, anticipazioni e rivelazioni. Che fuoriescono dall’Eliseo, dalla cancelleria e dalle Finanze germaniche. La smentita dell’intervento straordinario del Fondo monetario pronto per l’Italia è stata di prammatica, perché in verità non si esclude affatto che il Fmi serva all’euro in quanto tale più che a un solo paese.

A tutti è chiaro che Berlino è per una modifica rapida dei trattati al fine di mettere le politiche di bilancio sotto diretta e immediata osservazione, prevedendo sanzioni automatiche e poi modifiche dei trattati da concordare all’unanimità (ma altrimenti fra chi ci sta).

E a cui affiancare subito bond salvagente emessi dai residui paesi a tripla A, per abbattere il costo medio delle emissioni di quelli più esposti agli spread, affiancando questo secondo strumento cooperativo all’intervento di quell’Efsf (fondo salvastati) mai uscito dalla naftalina.

Parigi vorrebbe affiancare impegni espliciti all’azione della Bce come prestatore di ultima istanza, di fatto e di diritto, ma i tedeschi non ci sentono e respingono qualunque delle tre ipotesi di eurobond avanzate dalla commissione Barroso.

Il fronte euroortodosso potrebbe arrivare con qualche ammaccatura profonda al 9 dicembre. Piccoli ma inequivocabili segnali si sono manifestati. Non tanto la famosa asta di Bund tedeschi rimasta scoperta per un terzo dell’importo, largamente sopravvalutata da chi ignora come il rigido meccanismo germanico (non adeguare rendimenti e prezzi all’andamento dell’asta tanto per coprire comunque l’offerta) dia spesso come risultato quello di non assegnare lotti di titoli.

Quanto perché austriaci e olandesi, da quando i loro spread si sono allineati al rialzo a quelli tedeschi, hanno iniziato ad aprire qualche crepa nell’orchestra di Berlino. Crepe alle quali si sono opposti calcoli espliciti su ciò che sino a oggi era indicibile: la convenienza della Germania di una rottura dell’euro.

Dirk Meyer, che insegna alla Helmut Schmidt University di Amburgo (che sia l’accademia dei servizi civili e militari tedeschi è una balla), ha strologato su media fantasiosi calcolando, ai tassi attuali, in 200 miliardi (cioè in circa il 10 per cento del pil tedesco) il costo delle immani operazioni per ridenominare in marchi l’economia tedesca. Ma ha aggiunto che il prezzo per i tedeschi dell’eurosostegno ai deboli potrebbe giungere a circa 60 miliardi l’anno.

Dunque, dal quarto anno in poi conviene la botta secca dell’euro che esplode. Il giornale Welt am Sonntag ha rivelato che l’Ifo Institute, uno dei tre più autorevoli centri studi tedeschi, stima sino a 560 miliardi il costo complessivo di un eurosalvataggio che dovesse estendersi a Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Ed è proprio per questo, del resto, che, se il 9 dicembre dovessero essere decise solo le misure di rafforzamento della vigilanza comune alle procedure di bilancio nazionali, in realtà occorrerebbe comunque rivolgersi al Fmi.

Nel frattempo la prima cintura esposta al dissesto è ovviamente quella bancaria. I debiti pubblici hanno durate medie tra i 5 e i 7 anni (l’Italia è leader con i suoi 7,2 anni, a parte il Regno Unito che ci batte con una durata media dei suoi Gilds quasi doppia), ma le banche hanno passività che in caso di rischio evaporano a breve, come i conti a vista e la provvista interbancaria a breve.

Per l’agenzia Fitch sarebbero oltre 80 le banche europee a rischio in poche settimane, se il 9 dicembre le cose si mettessero male. E ce ne sono ben 17 italiane nella lista. Il drenaggio dagli Usa è finito da 3 mesi. Mentre fra il 2006 e la scorsa estate le eurobanche, soprattutto quelle francesi, raccoglievano quasi il 50 per cento del loro «lending» dal mercato monetario Usa e detenevano asset americani per almeno 3 mila miliardi di dollari.

E questo spiega abbastanza bene non solo l’interconnessione profonda tra le due rive dell’Atlantico, ma soprattutto perché Barack Obama, sotto difficoltose rielezioni, preghi tutti i giorni perché la svendita americana di titoli europei prosegua, sì, ma senza davvero produrre un botto dell’euro dal quale l’America in realtà non avrebbe proprio niente da guadagnare, se non nel medio periodo, perché nel breve invece abbasserebbe la sua crescita e il dollaro si apprezzerebbe ostacolando l’export.

Inutile dire che analogo discorso vale a maggior ragione per monsieur Nicolas Sarkozy, che si trova in campagna per la rielezione con il sistema bancario più esposto ai guai, e senza più avere la comoda scusa che sia tutto per colpa dell’odiato Silvio Berlusconi, visto che Mario Monti, appena si è incontrato con il presidente francese e con Angela Merkel, ha loro ricordato che, se nel 2003 Berlino e Parigi non avessero allegramente soprasseduto alle procedure d’infrazione che riguardavano i loro sforamenti, allora tutti avrebbero creduto di più alla disciplina comune e non saremmo a questo punto.

Inutile dire che per Natale e Capodanno c’è addirittura chi consiglia di non prendere vacanze. Per chi volesse uscire dall’euro, tanti giorni a seguire di mercati e banche chiusi sarebbero l’ideale per ridenominare depositi e transazioni non più in euro ma in nuove valute. Solo terrore?

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Il 11 Dicembre 2011 alle 22:18 Economia e Finanza : Vertice Ue: il big bang del 9 dicembre ha scritto:

[...] Economia Pubblicato: 11 dicembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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