Pensioni, il Paese invecchia ma non è certo colpa dei governi


Questione previdenziale. Il Paese invecchia ma non è certo colpa dei governi

Il ministro del Welfare Elsa Fornero

TUTTE LE MISURE ANTI-CRISI DEL GOVERNO MONTI

di Giampiero Cantoni

Il primo governo Berlusconi cadde anche per colpa della riforma delle pensioni, osteggiata dalla Lega. Il governo Dini nacque per portare a compimento quella riforma. Da allora, non si contano gli aggiustamenti (il più importante, quello di Maroni, fu improvvidamente rivisto dal centrosinistra). L’altalena delle riforme previdenziali ha segnato il ciclo politico degli ultimi vent’anni.

Ma se ancora oggi il sistema ha bisogno di una stretta ai bulloni, in tutta evidenza i governi precedenti sono stati incapaci di risolvere i problemi sottesi a quella crisi dello Stato sociale i cui effetti riverberano nella crisi del debito sovrano che oggi attanaglia tutti i Paesi dell’Unione europea. I sistemi welfaristici dell’Europa occidentale sono messi in discussione non dalla volontà politica di maggioranze di centrodestra presuntamente ostili alla redistribuzione del reddito: ma dalla demografia.

Le piramidi dell’età dei Paesi occidentali non sono più piramidi: la base (le nuove generazioni) si rattrappisce, le coorti di popolazione al di sopra dei 65 anni crescono continuamente. I sistemi previdenziali tradizionali – a ripartizione – sono stati progettati in un mondo completamente diverso dall’attuale. Nell’Europa occidentale, all’inizio del Novecento, l’aspettativa di vita alla nascita era all’incirca di 50 anni. Adesso superiamo gli 80. Si debbono per forza cambiare i meccanismi tramite cui si distribuisce quel reddito differito nel tempo che è l’assegno previdenziale.

Abbiamo già fatto notevoli passi in avanti. Ricordiamo che negli anni Novanta avevamo un sistema di fatto contrassegnato da problemi giganteschi quali le baby-pensioni e i finti assegni di invalidità. L’Inps oggi ha una gestione di gran lunga migliore e più efficace di quella che avevamo quando il lungo percorso della riforma previdenziale è cominciato. Eppure, nulla cambia il dato di lungo periodo: nel 2050, il 35% della popolazione italiana avrà più di 65 anni. Per assicurare la sopravvivenza di un sistema previdenziale, o si fanno riforme più incisive o si spalancano le porte del Paese a flussi migratori molto più significativi di quelli visti sino a oggi.

Alternativa, quest’ultima, che gli elettori hanno dimostrato di non gradire. Ci rassicura il fatto che il nuovo ministro del Welfare è un’eccellente tecnica del sistema previdenziale, Elsa Fornero. Professoressa a Torino, Fornero è allieva di un grande economista, e di una gran persona, Onorato Castellino, mancato anzitempo alcuni anni fa.

L’ultimo articolo pubblicato da Fornero prima di diventare ministro contiene idee innovative. «Si tratterebbe»
scrive Fornero «di applicare, a partire dal 2012, il metodo contributivo pro-rata per tutti i lavoratori rendendo subito effettive un’età minima di pensionamento, pari a 63 anni, e una fascia di flessibilità che incoraggi il lavoratore a ritardare l’uscita fino ai 68 (70) con un incremento di pensione che, secondo alcuni calcoli matematici e non in base a criteri politici, tengano conto dei maggiori contributi versati e della maggiore età. Dovrebbero scomparire le finestre».

Sappiamo bene che la Ragioneria dello Stato è scettica sul punto, e sostiene che le uscite flessibili possono rappresentare un costo più che un beneficio per la sostenibilità del sistema. A noi sembra che le api si prendano meglio col miele che col bastone: le uscite flessibili sono l’unico modo per dare legittimità a un robusto aumento dell’età pensionabile. Che è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Non per motivi politici, ma per ragioni demografiche.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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