Troppe ambiguità. Troppe resistenze. Troppi interessi divergenti. La Gran Bretagna di David Cameron si è sganciata dalla volontà comune europea di riformare i Trattati creando un’autentica unione fiscale, passo possibile e necessario per salvare l’Euro e restituire la fiducia agli investitori.
L’Europa non è a due velocità. L’Europa non è. O, meglio, l’Europa sta lottando per essere quella vera e integrata Unione politico-monetaria che dovrebbe essere per competere con gli Stati Uniti e il Nord America da un lato, la Cina e l’Asia dall’altro. Solo che, nel frattempo, la crisi preme, i negoziati non hanno il respiro temporale di una volta, l’emergenza incalza e pone continui aut-aut.
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L’accordo sul quale Cameron ha posto il veto di Londra prevede sanzioni automatiche per i paesi che si allontanino dai comportamenti virtuosi (per prevenire le crisi, invece di correre ai ripari dopo) e in cambio di questa maggiore (auto)disciplina di fatto dettata dalla “Grande Germania”, la Banca Centrale Europea avrebbe una maggiore efficacia e capacità di aiutare i paesi in difficoltà.
Nuove mansioni avrebbero anche la Corte Europea di Giustizia e la stessa Corte dei Conti europea ai fini della vigilanza sui bilanci. Al di là della tradizionale spaccatura nel Regno Unito tra europeisti e anti-europeisti, che si riflette nel pubblico dissidio tra il conservatore euro-scettico Cameron e il liberale europeista Clegg (i due leader alleati della coalizione di governo), la Gran Bretagna ha buone ragioni dal suo punto di vista per non sottoscrivere il nuovo patto di unione fiscale da definire entro marzo.
La City vuole avere le mani libere. L’economia britannica non è industriale, ma finanziaria. Ed è mentalmente più vicina al sistema economico nord-americano che non a quello europeo. Inoltre, dettaglio non secondario, la Gran Bretagna non appartiene alla zona dell’Euro, ha conservato la sua moneta (la Sterlina) e se la tiene stretta.
L’altra Europa, quella condotta da Germania e Francia, dovrà a questo punto rifondarsi da sola, con tutte le difficoltà messe in luce da uno dei più lucidi analisti del Financial Times, Wolfgang Munchau, che illustra le due opzioni rimaste proceduralmente a Berlino-Parigi dopo il veto di Cameron alla riforma dei Trattati. La prima è il meccanismo della “cooperazione rafforzata” tra un numero ristretto di Stati, la seconda il ricorso a un articolo già esistente (il 136) che autorizza a rafforzare “il coordinamento e la sorveglianza” dei bilanci nazionali.
Tuttavia, osserva Munchau, nessuno di questi strumenti risolve il problema e consente per esempio l’emissione di Eurobond. La possibilità di attingere alle risorse dell’Unione Europea è comunque limitata se manca la decisione unanime di cambiare le regole. “Quello che abbiamo adesso nessun cambiamento dei Trattati, nessun Eurobond e nessun incremento sia del fondo di stabilità sia del supporto della BCE”, scrive il commentatore. Perciò, dopo il primo rimbalzo positivo delle borse venerdì scorso, dobbiamo aspettarci che i mercati capiscano il bluff e manifestino la delusione“.
Munchau lo scriveva prima che aprissero le Borse. L’andamento negativo dei mercati (in particolare dei titoli bancari) e i dati come l’aumento dello spread Btp-Bund, gettano oggi nuove ombre sulla capacità dell’Europa di tirarsi fuori dalle secche. E questa è una pessima notizia anche per l’Italia.
Marco Ventura, inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo ”Hina, questa è la mia vita”. Da “Il Campione e il Bandito” è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore fiction televisiva.
- Lunedì 12 Dicembre 2011

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