Pensione fai da te, tre alternative per farsi la rendita di scorta

Un momento della manifestazione della Cgil contro la manovra Monti (Credits: Fabio Ferrari/LaPresse )

Un momento della manifestazione della Cgil contro la manovra Monti (Credits: Fabio Ferrari/LaPresse )

In pensione a 70 anni, o quasi, e con assegni abbastanza magri. È il futuro che attende molti giovani lavoratori italiani dopo le riforme previdenziali messe in cantiere dal governo, che incontrano l’opposizione di tutti i maggiori sindacati, scesi in piazza ieri per uno sciopero generale di 3 ore contro la manovra economica.

A ben guardare, l’esecutivo guidato da Mario Monti ha semplicemente completato un percorso iniziato dai governi precedenti, dal 1995 in poi. A parte i dettagli, però, una cosa è certa: chi oggi ha meno di 40 anni di età, si ritirerà dal lavoro molto tardi, cioè tra i 68 e i 70 anni e riceverà probabilmente una pensione inferiore di almeno il 40 o 50% rispetto agli ultimi redditi dichiarati. Molti nostri connazionali avranno dunque bisogno di costruirsi per tempo una rendita di scorta o di accumulare comunque un  bel gruzzoletto con dei piani di risparmio pluruiennali, per non tirare la cinghia durante la terza età. Ecco di seguito tre modi diversi per riuscirci:

I fondi pensione. La soluzione più semplice per avere una rendita integrativa è aderire ai fondi pensione o ai pip (i piani individuali pensionistici delle compagnie assicurative), che sono  prodotti finanziari in cui il lavoratore versa periodicamente (ad esempio ogni mese) una parte dei propri redditi. I dipendenti possono destinarvi il Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè la quota di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione, mentre gli autonomi possono decidere in piena libertà l’enità dei versamenti.

I soldi accumulati nei fondi vengono amministrati da dei professionisti (gestori) che li impiegano sui mercati finanziari con diverse linee d’investimento più o meno rischiose (azionarie, obbligazionarie o garantite), scelte dallo stesso lavoratore. Il capitale, più i rendimenti maturati, si accumulano negli anni e, al momento del ritiro dal lavoro, vengono convertiti in una pensione di scorta, integrativa degli assegni Inps.

Va ricordato, però, che la ricchezza accumulata nei fondi può essere riscattata, per una quota tra il 75 e il 100%, anche prima di mettersi a riposo, seppur per ragioni straordinarie, ad esempio in caso di disoccupazione o per gravi motivi di salute. Inoltre, dopo almeno 8 anni di versamenti, il lavoratore può  anche ritirare fino al 30% dei capitale maturato per qualsiasi motivo.

Piani di risparmio personali. Accantonare ogni mese una piccola cifra, per costruirsi un capitale consistente nel lungo periodo. È una soluzione che, in vista della vecchiaia, può essere attuata con diversi prodotti finanziari, come le polizze sulla  vita o i fondi comuni d’investimento, i quali possono essere sottoscritti anche attraverso dei piani di accumulo rateale, versando una somma che parte da un minimo di 50 o 100 euro al mese.

In un’ottica di lungo periodo, è consigliabile pure proteggere la propria ricchezza dall’inflazione, acquistando in maniera graduale dei prodotti finanziari con rendimento legato alla crescita dei prezzi. I più diffusi, sottoscrivibili con cifre a partire da 1.000 euro, sono i Buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione italiana o i Btpei, cioè i Buoni del Tesoro Poliennali inflation linked. Sono titoli di stato il cui valore cresce ogni anno in base al carovita che si registra in Europa, al quale viene aggiunto anche un rendimento fisso in termini percentuali, in genere tra il 2 e il 2,6% all’anno, a seconda delle scadenze dei titoli.

Per diversificare gli investimenti, però, è bene non concentrarsi soltanto sui Buoni del Tesoro italiani ma acquistare anche dei titoli indicizzati all’inflazione emessi da altri paesi europei, come gli Oatei francesi, o da primarie banche internazionali.

Il fascino del mattone. Come investimento di lungo periodo, molti italiani preferiscono ancora puntare sugli immobili, cioè comprare una casa, anche indebitandosi con un mutuo, per poi darla in affitto o rivenderla dopo molti anni. Chi ha fatto questa scelta, nell’ultimo decennio ha raccolto indubbiamente grandi soddisfazioni visto che, dal 2000 a oggi, le quotazioni del mattone sono cresciute in media in Italia di oltre l’80%. Non bisogna illudersi, però, che gli stessi trend del  passato possano ripetersi anche in futuro.

Secondo le maggiori società di ricerca, la crisi economica ha colpito anche il mercato immobiliare: tra il 2007 e oggi, infatti, i prezzi di mercato sono scesi mediamente del 6% e di quasi il 2% soltanto nel 2011. Ciò non significa, però, che l’investimento sul mattone sia oggi da buttare: chi acquista un immobile in una zona a forte sviluppo urbanistico o ha il tempo e la volontà di ristrutturarlo e riammodernarlo, facendogli acquistare valore, nel lungo periodo otterrà probabilmente ancora buone soddisfazioni.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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