
Il presidente cinese Hu Jintao e Pascal Lamy (Credits: AP Photo/Liu Jin, Pool)
“A dieci anni di distanza dall’ingresso della Repubblica popolare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la comunità internazionale si è finalmente resa conto che aprendoci al commercio internazionale non solo abbiamo aiutato 1,3 miliardi di cinesi a raggiungere uno status di relativo benessere, visto che anche tanti indigenti sono ora meno poveri, ma siamo anche riusciti ad aiutare le popolazioni di tanti altri paesi. Ecco perché il resto del mondo dovrebbe convincersi che lo sviluppo della Cina continuerà ad essere pacifico, aperto, orientato verso al cooperazione e il reciproco vantaggio”.
Sono i questi i toni con cui la stampa della Repubblica popolare ha festeggiato l’anniversario dell’ingresso nell’OMC, naturalmente senza lasciarsi sfuggire l’occasione per far notare al mondo che “la Cina di oggi è molto diversa da quella di allora. Ha smesso di essere brava solo a cogliere opportunità, ed è diventata abbastanza solida e matura per offrirne a chi ne ha bisogno”.
Per dimostrarlo in maniera ancora più chiara il Presidente Hu Jintao si è impegnato ad “aumentare le importazioni per rafforzare il commercio internazionale che risente della crisi dell’eurozona e per ridurre i timori legati agli enormi deficit di bilancio che alcuni paesi hanno progressivamente accumulato nei confronti della Cina”. E per dare maggiore concretezza alla sua dichiarazione, Hu Jintao si è addirittura sbilanciato con stime numeriche. A fronte dei 1.390 miliardi di valore di merci importate nel 2010, “entro cinque anni gli acquisti cinesi di produzioni internazionali supereranno la soglia degli 8.000 miliardi di dollari“.
Anche se in base ai dati più recenti (fortemente influenzati dall’andamento della crisi in Occidente) le esportazioni cinesi sono aumentate “solo” del 14% e le importazioni del 22%, è più facile interpretare l’impegno di Pechino come un messaggio di propaganda piuttosto che come un risultato da poter realisticamente raggiungere. E non può di certo essere considerata una garanzia la promessa di Hu Jintao di aprire ancora di più il mercato della Repubblica popolare. Non foss’altro perché tra le statistiche citate con orgoglio dal Presidente cinese rientrano anche tabelle costruite apposta per dimostrare che la Cina “dal 2001 ad oggi ha rispettato tutti gli impegni presi con l’OMC”. Una presa di posizione, questa, su cui tanti avrebbero qualcosa da ridire…soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Anche se la Banca Mondiale ha stimato che la Cina ha le potenzialità per quadruplicare il reddito procapite portandolo a 16.000 dollari e di affermarsi, entro il 2030, come principale economia mondiale, con un mercato interno ancora tutto da costruire è impensabile ipotizzare che in soli cinque anni il valore delle importazioni possa quasi sestuplicare.
Eppure, Hu Jintao ha dato la sua parola: “la Cina vuole impegnarsi ad aumentare le importazioni soprattutto dai paesi che oggi hanno accumulato un grosso deficit nei confronti della Repubblica popolare, per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti internazionali“.
Nessun burocrate cinese ha voluto approfondire temi come che tipo di merci importerà una Cina oggi piuttosto in crisi, da quali paesi, e, soprattutto, chi sarà in grado di acquistarle. L’unico dettaglio sottolineato è quello relativo al fatto che nei prossimi cinque anni le vendite al dettaglio nella Repubblica popolare cresceranno a una media del 15% l’anno, per arrivare a un valore di più di 5.000 miliardi di dollari entro il 2015. Ma nessuno saprà mai con quale formula questo ambizioso totale sia stato calcolato.
- Giovedì 15 Dicembre 2011

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