Eba, la mina vagante per i conti pubblici italiani che in pochi (anche in banca) conoscono

Andrea Enria, presidente dell'Eba (Credits: Imagoeconomica)

Andrea Enria, presidente dell'Eba (Credits: Imagoeconomica)

di Sergio Luciano

Le idi di gennaio per Andrea Enria cadranno il giorno 11 del primo mese del prossimo anno, quando il Carneade che presiede l’Eba, un illustre dirigente della Banca d’Italia fino a tre mesi fa noto soltanto a pochissimi addetti ai lavori ed oggi assurto al ruolo scomodo di “pericolo bancario numero uno”, varcherà la soglia di Montecitorio per spiegarsi. Già, spiegarsi e spiegare alla Commissione Finanze della Camera, presieduta da Gianfranco Conte (Pdl), perchè mai la European Banking Autorithy che presiede dalla sua sede di Old Broad Street di Londra, abbia scompaginato le carte del sistema bancario europeo, ma italiano in particolare, attirandosi gli strali di tutti.

Perchè è l’Eba la vera mina vagante sotto i conti pubblici del nostro Paese, e non solo del nostro. Lo è diventata per aver imposto una norma, biasimata almeno ufficialmente persino dai tedeschi, che impone alle banche di spesare, aumentando in modo corrispondente, il capitale di vigilanza, le perdite a valore di mercato (mark-to-market) maturate sui titoli di Stato dei loro rispettivi Paesi detenuti in portafoglio.

È questo il criterio – che merita un’analisi dettagliata - che ha indotto l’Eba ad imporre 15,7 miliardi di complessiva ricapitalizzazione alle banche italiane e una decina a quelle tedesche.

Significa, in sostanza, che se una banca ha 1000 miliardi di euro investiti in Btp e se quei Btp, al momento di chiudere il bilancio, valgono sul mercato 900, quella banca deve aumentare il capitale di 100, come se dovesse venderli tutti, subito e a quel prezzo e non volesse accusare la perdita. E a nulla vale il ragionamento dei banchieri che ricordano come, di solito, i titoli di Stato nei loro portafogli rimangano fino a scadenza, quando vengono rimborsati, alla pari.

In teoria, la norma serve appunto a prevenire le perdite legate a un eventuale fallimento dello Stato emittente. Ma giustamente l’Abi rileva che in caso di fallimento di uno Stato, le banche finiscono comunque gambe all’aria, per i buchi che si aprono – in un simile scenario - nei loro attivi, a seguito delle insolvenze a catena di tutti i clienti privati nazionali da esse finanziati.

Sarebbe semmai più logico imporre criteri patrimoniali più prudenziali sugli attivi investiti in titoli di Stato stranieri: se ad esempio la Grecia fallisse, questo procurerebbe perdite anche alle banche straniere che ne detenessero i titoli pubblici, ma non danneggerebbero più di tanto le aziende private delle relative nazioni, che in titoli pubblici esteri investono poco e niente.

In realtà ancora nello scorso agosto perfino a Piazza del Gesù, nella sede dell’Abi, molti funzionari neanche sapevano precisamente cosa facesse l’Eba e chi la guidasse. Sapevano che era una specie di “longa manus” della Banca centrale europea e che stava conducendo gli stress test sulla solidità delle banche stesse.

Ma la prima tornata di stress test, svoltasi a luglio 2011, era stata evidentemente condotta all’acqua di rose, perchè non aveva portato ad alcuna richiesta di ricapitalizzazione per le banche italiane, ed aveva assolto da ogni pericolo di instabilità persino la Dexia, il colosso creditizio belga che poi, a ottobre, è saltato richiedendo un’iniezione di garanzie finanziarie pubbliche di 90 miliardi per dieci anni da parte di Francia, Belgio e Lussemburgo.

Allora l’Eba ha stretto le redini, secondo alcuni complottisti in risposta a un preciso input anti-Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e Grecia) inviatole dalla Germania. Ma, complotti a parte, le ha strette a capocchia.

Imponendo alle banche di ricapitalizzarsi in proporzione con le perdite potenziali sui titoli di stato acqusitati, l’Eba ha sderenato le loro quotazioni di Borsa. Il che ha fatto crollare tutti i listini, ha drenato la già poca liquidità disponibile, ha bloccato le nuove matricole, stangato l’economia reale di tutti i Paesi coinvolti. Insomma, un disastro: un inutile disastro.

Che già sta scatenando la sua esplosiva reazione a catena. Le banche italiane, ovviamente, di fronte a queste norme che impongono loro inutili aumenti di capitale, si guarderanno bene dall’investire nelle nuove emissioni di titoli di Stato italiani: il che creerà al Tesoro dello Stato un nuovo, gravissimo problema nelle future aste, già ampiamente disertate dagli investitori tedeschi e francesi, e in generale da tutti i nordeuropei.

Perchè, ecco, nei fatti sul mercato finanziario è già nata e già opera un’Europa a due velocità.

Il bello è che, come tutte le Autorithy, l’Eba rivendica la piena autonomia ma è stata nominata dalla Commissione europea, che come organo politico avrebbeavuto e avrebbe il diritto di entrare nel merito dei criteri applicati. Ma non l’ha fatto e non lo fa.

E le banche? Oltre a lamentarsi, in questi giorni l’Abi sta verificando se le norme dell’Eba possono essere legamente impugnate e in quale sede: verosimilmente la Corte di giustizia europea. Ma non è ancora pacifico che sia possibile, perchè in realtà tutto il diritto europeo è una specie di palude stigia in cui nessuno sa ancora bene orientarsi ed ogni caso è un caso inedito che fa scuola a sè.

Commenti

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Il 21 Dicembre 2011 alle 18:59 Banche, i maxiprestiti della Bce non basteranno – INTERVISTA A MARCO ONADO | Vivi Capena ha scritto:

[...] delle banche i vincoli ancora più stringenti sui requisiti patrimoniali richiesti dall’Eba stresserà ulteriormente la loro operatività, nonostante oggi abbiano potuto contare su 40 [...]

Il 6 Febbraio 2012 alle 14:40 Mps, il piano Viola e la legittima difesa contro l’Eba | Vivi Fiano Romano ha scritto:

[...] sorta di una legittima difesa contro l’offensiva dell’Eba, più che un’autorithy bancaria, un baco nel sistema europeo (“ha un effetto prociclico”, cioè peggiora la situazione anziché migliorarla, ha sentenziato [...]

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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