Negli ultimi due giorni il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha occupato la scena mediatica grazie alla sua fiera opposizione a qualsiasi ipotesi di revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Usando, però, alcune frasi palesemente false. Eccole.
La riforma dell’articolo 18 “sarebbe un nuovo apartheid, a danno dei giovani”.
Davvero curioso. L’apartheid è, infatti, quella che c’è ora, con questo mercato del lavoro, cristallizzato proprio dall’art.18 che ha creato lavoratori di serie A, perfettamente tutelati, e quelli di serie B, senza alcun diritto. Se un’azienda chiude per crisi, i lavoratori di serie A hanno la cassa integrazione, la mobilità, il prepensionamento, quelli di serie B, nulla. E in questo regime di apartheid ad essere penalizzati maggiormente sono proprio i giovani, e ad essere tutelati sono i lavoratori che negli anni passati sono stati assunti con un contratto “normale”.
“Se facciamo un’analisi della realtà, vediamo che la precarietà c’è soprattutto dove non si applica l’articolo 18, nelle piccole aziende. Quindi tutta questa discussione è fondata su un presupposto falso”.
Questa affermazione non tiene conto dei numeri. Secondo l’Istat in Italia ci sono 5.441.349 addetti «indipendenti» a piccole imprese e 171.123 «addetti indipendenti alle imprese medio-grandi». Per la Camusso questo dimostra che la precarietà c’è soprattutto nelle imprese dove non si applica l’articolo 18. Ma è un errore clamoroso.
In quei 5.441.349 ci sono, infatti, le “false partite Iva” che la grande impresa fa aprire ai suoi collaboratori stabili i quali, di conseguenza, figurano come “piccole imprese” mentre svolgono spesso lo stesso identico lavoro dei dipendenti stabili della grande impresa. I 171.123 “precari” delle aziende grandi sono, invece, solo i loro amministratori: presidenti, consiglieri d’amministrazione, amministratori delegati e via dicendo i quali, ovviamente, non figurano come dipendenti dell’aizenda stessa.
Questo dato ha tratto in errore molti, troppi e dimostra il contrario di quello che vuol dire la Camusso, cioè: la precarietà c’è nelle grandi imprese, non nelle piccole.
“Vogliamo combattere la precarietà? Si rialzi l’obbligo scolastico, si punti sull’apprendistato e si cancellino le 52 forme contrattuali atipiche”.
In realtà i contratti “atipici” sono non più di una trentina e rispondono alla diversità delle aziende italiane. Non si può imporre ad un spa del nord lo stesso tipo di contratto di lavoro di una srl del Sud. Il punto non sono i tipi di contratto in entrata, ma i tipi di garanzie quando si esce dal mercato del lavoro.
In questo senso l’errore del dibattito in corso, alimentato anche da dichiarazioni come quelle della Camusso, non dovrebbe incentrarsi sull’abolizione dell’articolo 18, ma sugli strumenti che lo dovranno “sostituire”.
In Danimarca, Paese che tutte le ipotesi di riforma prendono a modello, un lavoratore che viene licenziato ottiene un reddito pari al 90% dell’ultima retribuzione il primo anno, dell’80% il secondo anno e in più viene riqualificato e aiutato a trovare una nuova occupazione. Un modo di tutelare il lavoro ben più efficiente della cassa integrazione.
“Non è un totem, ma una norma di civiltà”.
Se la Camusso avesse ragione vorrebbe dire che in tutto il mondo occidentale l’unico Paese civile è l’Italia, visto che nessuno, tranne noi, ha mai inserito nella propria legislazione una norma simile all’articolo 18.
“Vogliamo superare il dualismo? Lancio una sfida: facciamo costare il lavoro precario di più di quello a tempo indeterminato e scommettiamo che nessuno più dirà che il problema è l’articolo 18?”.
In effetti l’altra particolarità tutta italiana è che siamo l’unico Paese nel quale il lavoro precario costa meno del lavoro garantito. Ma aumentare il costo del lavoro, in questo preciso momento, sarebbe un modo per diminuire la competitività delle aziende più di come già non faccia l’elevata pressione fiscale.
E, d’altra parte, c’è da chiedersi come mai i sindacati, quando venivano fissati i livelli di retribuzione dei lavoratori di serie B non abbiano mai proclamato uno sciopero. C’è da sospettare che il motivo consista nel fatto che i lavoratori di serie B non sono rappresentati dai sindacati tradizionali più interessati a mantenere le tutele dei lavoratori di serie A (e, in misura sempre maggiore, i pensionati). Che però rappresentano solo la metà della forza lavoro attiva.
“Fornero dovrebbe intanto ripristinare la legge contro le dimissioni in bianco e farne una sulla paternità obbligatoria. Sarebbero passi in avanti concreti verso la parità”.
Vero: ma l’indecenza delle dimissioni in bianco esiste perché c’è l’art.18 che impedisce all’imprenditore di licenziare un lavoratore quando l’azienda è in crisi.
“L’articolo 18 è una norma di civiltà che dice che nessun imprenditore e nessun datore di lavoro può licenziare un lavoratore perché gli sta antipatico, perché ha un’opinione o perché fa politica oppure fa il rappresentante sindacale”.
Falso. Ed è grave che un leader sindacale ripeta luoghi comuni palesemente falsi. Quelli che cita la Camusso sono tipici licenziamenti discriminatori. Ma questi sono vietati dal Codice Civile. In caso di licenziamento il lavoratore può sempre rivolgersi ai tribunali italiani e lasciare che sia un giudice a stabilire se quello compiuto da un imprenditore è un licenziamento discriminatorio oppure no.
Quindi la difesa nei confronti di un lavoratore “discriminato” è la legge. Senza l’articolo 18 si elimina l’obbligo dell’imprenditore di riassumere il lavoratore che può godere di un indennizzo stabilito dal giudice.
“L’articolo 18 ha un potere deterrente ed è per questo che si vuole togliere. Invcece è importante che rimanga”.
L’articolo 18 ha un potere deterrente, sì, ma rispetto alle assunzioni. Oggi qualsiasi imprenditore dice che è proprio l’articolo 18 a scoraggiarlo dal fare nuove assunzioni per un semplice motivo: il ciclo di vita di un prodotto è molto breve mentre il rapporto di lavoro con la persona che produce quel prodotto tende potenzialmente all’infinito. O si risolve questa dicotomia oppure i lavoratori di serie A saranno sempre di meno. Così come gli iscritti ai sindacati.
- Martedì 20 Dicembre 2011

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Commenti
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Il 21 Dicembre 2011 alle 15:17 mallarda777 ha scritto:
Credo che siate voi a dire un sacco di fesserie e quindi siccome mi piace leggere commenti e articoli corretti e veritieri provvedo subito a cancellarmi dalle vostre newsletter.
Il 21 Dicembre 2011 alle 16:52 L’articolo 18? Ho qualche idea per cambiarlo – INTERVISTA A GIULIANO CAZZOLA | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] lo Statuto dei Lavoratori, per rendere più flessibile l’occupazione. La proposta del governo, che incontra il fuoco di [...]
Il 22 Dicembre 2011 alle 14:34 csenlancer ha scritto:
Ovviamente nessuno è soddisfatto della manovra del governo tecnico a partire dall’aumento dell’IVA fino al mancato dimezzamento delle prebende e dei parlamentari e dei mega direttoi di Stato,ma due cose sono da condividere:l’aumento dell’età pensionabile e la revisione dell’art.18.Chi non vuole toccarlo fa solo demagogia.
Il 22 Febbraio 2012 alle 14:39 annalas ha scritto:
io credo che l’articolo 18 non debba essere cancellato ma rivisto e riscritto,e inutile tenere gente all’interno di una azienda che non ha voglia di lavorare o che troppo spesso assenteista.io direi di rivedere questo articolo
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