
(Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)
Che gli anziani tolgano lavoro ai giovani è uno di quei luoghi comuni che si sentono nei bar e alla televisione. E alcuni dati dell’Inps sembrerebbero confermare questa tesi: nel primo semestre del 2010 i dipendenti fino a 29 anni erano diminuiti del 9,2 per cento, mentre quelli con più di 60 anni erano aumentati dell’8,9. Ma è una falsa prospettiva, fondata sull’assunto irrazionale che esista una correlazione tra lavoratori anziani e giovani disoccupati. In inglese questo pregiudizio ha un nome: “lumpof-labour fallacy”. L’errore di pensare che vi sia un ammontare definito di lavoro complessivo.
“Non c’è alcuna correlazione automatica fra anziani ancora al lavoro e posti che non si liberano per i giovani” dice Ugo Trivellato, professore emerito di statistica economica a Padova e massimo esperto di lettura delle statistiche applicata al mercato del lavoro. “Gli occupati, le forze lavoro, non funzionano come vasi comunicanti. Non esiste uno stock di posti stabile: uno esce, l’altro entra. Il totale è indeterminato e dipende dall’andamento dell’economia”.
L’ingresso nel lavoro è più legato alla flessibilità e alla crescita economica. “In Italia, a differenza di molti altri paesi, le persone tendono a non ridurre l’orario nella parte finale della vita lavorativa, a conservare il tempo pieno e guadagnare sempre di più per mantenere il livello della pensione”.
Ma se guardiamo il profilo dei salari in funzione dell’età nel Nord Europa, ci accorgiamo che là, a fine carriera, il salario mediamente flette, perché è meno legato all’anzianità e più alle prestazioni. In paesi come la Gran Bretagna (ma non solo) il diagramma dei salari ha la forma di una u rovesciata: il picco di guadagno è al centro della vita lavorativa, attorno ai 40-50 anni. Non alla fine, come in Italia e in Giappone.
Ma c’è un altro dato illuminante. In paesi con disoccupazione soprattutto giovanile non più alta della nostra, i tassi d’occupazione dei più anziani sono più alti che da noi. Trivellato, già esperto dell’Ocse, dell’Eurostat ed ex presidente della Commissione per la garanzia dell’informazione statistica, spiega con un sorriso che “negli Stati Uniti non c’è una legge che obblighi i miei colleghi ad andare in pensione. Anzi, costringerli sarebbe illegale: la discriminazione legata all’età è come quella razziale o di genere. Certo, l’università agevola le uscite, ma nessuno è tenuto a lasciare”.
Il Financial Times ha rilanciato il dibattito nel mondo anglosassone su come garantire la diversità di età nell’occupazione e la permanenza al lavoro degli anziani. La baronessa Sally Greengross, per esempio, nel Regno Unito guida un gruppo parlamentare trasversale sul futuro intergenerazionale nel lavoro e contesta lo stereotipo del “vecchio che toglie lavoro al giovane, idea basata sull’illusione che vi sia un numero fisso di posti. La nostra economia non funziona così”.
Esemplare la politica della Centrica, colosso britannico dell’energia, che ha rimosso il limite dei 25 anni per i corsi di formazione e ha apprendisti fino ai sessant’anni. Aumentano pure, nel Nord Europa, i ricorsi antidiscriminazione dei lavoratori indotti a licenziarsi per limiti di età. “Il mercato del lavoro non è una pianta organica con un numero determinato di posti” sottolinea Bruno Anastasia, esperto dei mercati del lavoro presso l’Ente Veneto lavoro.
“Questo può essere solo in parte vero per le grandi imprese e la pubblica amministrazione, lo è abbastanza nella scuola. Ma poi ci sono i concorsi bloccati e quindi l’automatismo non funziona. Ancor meno funziona per le piccole imprese e il lavoro autonomo. Se vi fosse un legame automatico con la disoccupazione giovanile, non si spiegherebbe perché nell’Italia del Sud l’età pensionabile è la stessa che al Nord, mentre la disoccupazione dei giovani è molto più alta”.
Il concetto è più volte ribadito nel rapporto 2011 dell’Ocse sul sistema delle pensioni: “L’idea che le politiche pubbliche possano redistribuire un numero fisso di posti di lavoro tra lavoratori di età differenti è semplicemente non vera”.
Infatti, la relazione fra tassi d’occupazione di giovani e anziani dimostra che a un’età lavorativa più alta corrisponde spesso una bassa disoccupazione giovanile. Ciononostante, l’Eurobarometro ha verificato che è diffusa la percezione che i nonni tolgano il lavoro ai nipoti. Soprattutto in paesi come Italia, Grecia, Ungheria e Slovacchia; meno nel Regno Unito, Germania, Finlandia e Danimarca.
E ancora: “L’attuale crisi occupazionale non va usata come scusa per tornare a passate politiche fallimentari che spingevano i lavoratori più anziani fuori dal mercato verso pensioni de facto anticipate”. Il lavoro in tarda età “non riduce le opportunità di lavoro per i giovani”. Anzi, “è vero il contrario”.
Sfatare i miti, smascherare gli argomenti demagogici, cambiare mentalità. Ci riusciremo?
- Giovedì 22 Dicembre 2011
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Commenti
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Il 22 Dicembre 2011 alle 23:16 Economia e Finanza : Lavoro: padri contro figli, il posto conteso ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 22 dicembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
Il 23 Dicembre 2011 alle 21:46 indigesto ha scritto:
Ma stiamo sempre parlando di lavoro produttivo? o per lavoro s’intende percepire uno stipendio, come, purtroppo, qui da noi?
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