La successione di Emma Marcegaglia: nel labirinto di Confindustria


Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia (Credits: Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia (Credits: Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

Capitale-e-dintorniÈ una macchina organizzativa imponente e complessa quella che si prepara alla corsa per il nuovo presidente di Confindustria. Nel momento in cui i tre saggi incaricati dalla presidente Emma Marcegaglia e dai suoi predecessori si riuniranno, entro gennaio, per aprire le consultazioni sulle candidature, tutto un mondo comincerà a guardare verso le stanze di viale dell’Astronomia. Gli imprenditori, naturalmente, ma soprattutto quei manager e funzionari, per lo più sconosciuti, che fanno girare tutti i giorni le ruote dell’ingranaggio della più grande associazione imprenditoriale d’Italia.

Questa struttura (148.952 imprese associate e circa 4 mila dipendenti, per un costo che si aggira sui 500 milioni l’anno), si divide in due grandi tronconi: le associazioni territoriali, a cui spetta di affiancare gli imprenditori per le questioni di carattere locale, e le federazioni di categoria, che rappresentano le filiere industriali di fronte ai rispettivi interlocutori nazionali.

Le aziende, che pagano una quota calcolata in base al numero dei dipendenti e al monte stipendi, possono scegliere se iscriversi all’una o all’altra. A meno che i loro esponenti occupino posizioni di vertice nella Confederazione: quelle devono versare a entrambe il loro contributo, che ammonta a diverse migliaia di euro all’anno.

Le territoriali (1.079 voti assembleari su 1.492) sono 100, sostanzialmente una in ogni città con un insediamento produttivo di qualche significato, anche se si va diffondendo la tendenza a ridurne il numero, sull’esempio di quel che ha realizzato a Roma il presidente di Unindustria Aurelio Regina, che ha riunito in un’unica struttura quattro province del Lazio.

Le federazioni sono 26 (per 413 voti assembleari), ciascuna per ogni macrosettore industriale. Alcune controllano società di servizi a cui sono affidate iniziative importanti come le fiere o la pubblicazione di riviste, che rappresentano significative leve di potere.

Una delle maggiori, per esempio, Federlegno Arredo, ha come direttore generale Giovanni De Ponti, che è anche amministratore delegato di Federlegno Arredo srl (70 dipendenti, 69,6 milioni di fatturato nel 2009), al 100% della federazione, nonché direttore finanziario di Cosmit spa (controllata da quest’ultima), che organizza alcune delle fiere più importanti al mondo, fra cui il Salone del mobile di Milano.

Pur con un numero di iscritti inferiore rispetto alle territoriali (e di conseguenza un minor numero di voti nell’assemblea che elegge il presidente dopo l’indicazione dei saggi e la designazione della giunta) le federazioni rappresentano la mappa dell’industria italiana e si trovano ad affrontarne le questioni più delicate. Basti pensare ai problemi apertisi in Federmeccanica con la decisione della Fiat di uscire da Confindustria.

Proprio Federmeccanica, a onta della sua posizione storicamente centrale nell’organizzazione, rappresenta per certi aspetti un’anomalia nel sistema confederale. Le sue sezioni sono infatti inglobate a tutti gli effetti dalle associazioni territoriali, che pagano direttamente il contributo alla Confindustria nazionale e dunque votano ciascuna per conto proprio.

Con la conseguenza che la loro federazione è l’unica a non disporre di voti. L’altra grande eccezione è l’Ance, federazione dei costruttori edili, anch’essa organizzata su base territoriale, ma con un risultato opposto: le sue sedi locali (a cui è affidata tra l’altro la gestione, insieme con i sindacati, delle casse edili, importante polmone finanziario del settore) sono autonome dalle territoriali e confluiscono tutte nell’Ance nazionale, facendone la federazione più «pesante» del sistema con 28 voti assembleari, corrispondenti all’1,88% del totale dei contributi versati all’organizzazione nazionale (dati 2010).

Seguono Farmindustria (26 voti), Federchimica (24), Confindustria Servizi innovativi (19), Anie (17), Anfia (14) e via via tutte le altre.

In questo momento l’Ance è anche l’unica federazione (insieme a Federbeton, la federazione dei produttori di calcestruzzo) priva di un vertice operativo, dal momento che l’ultimo direttore generale, Federico Merola, già manager del fondo F2i di Vito Gamberale, ha lasciato l’incarico a luglio e il suo sostituto non è ancora stato scelto. Una poltrona che non trova un titolare stabile dal 2007, quando la lasciò Carlo Ferroni, rimasto al comando della struttura per ben 22 anni.

Quella del direttore generale è un po’ per tutte le federazioni una figura chiave. Diversamente da quel che si potrebbe pensare, infatti, il sistema confindustriale è un insieme di soggetti piuttosto autonomi, che solo su questioni di carattere generale hanno bisogno di coordinarsi.

La struttura centrale di via dell’Astronomia, dunque (che nel 2010 è costata 39,1 milioni, con una diminuzione del 7,5% rispetto all’anno precedente), non è tanto un vertice gerarchico, quanto piuttosto il pezzo dell’organizzazione a cui è affidata la parte nazionale del lavoro comune. Che ha ovviamente una preminenza sul resto, ma senza influenzare più di tanto l’attività di tutti i giorni.

La conseguenza è che quando il direttore generale di una federazione resta al suo posto per dieci o quindici anni diventa una specie di istituzione. Casi del genere erano la regola in passato, ma nell’ultimo decennio le cose sono cambiate.

Un buon numero dei direttori attuali sono relativamente giovani e di fresca nomina. I tre più maturi, forse non casualmente, sono quelli di Federchimica (Claudio Benedetti, 68 anni, in Confindustria dal 1973), Federmacchine (Alfredo Mariotti, 65 anni) e Federmeccanica (Roberto Santarelli, 61 anni), tre delle federazioni più rappresentative dell’intero sistema.

Fra gli esponenti di maggior peso, anche se di gran lunga più giovane di quelli appena menzionati, il direttore di Farmindustria Enrica Giorgetti, in carica da sei anni, dopo avere occupato posizioni di vertice nella comunicazione in Federchimica, in Confindustria nazionale con l’allora direttore generale Stefano Parisi e nella società Autostrade.

Poiché è anche la moglie dell’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi, ha dovuto affrontare durante il precedente governo più di una critica per il possibile conflitto di interesse, dal momento che il dicastero del marito ebbe competenza anche sulla Sanità, poi scorporata in un ministero a parte.

Un esempio dell’avvenuto ricambio di questi anni è il direttore di Confindustria Metalli (nata dalla fusione fra Federacciai e Assomet) Flavio Bregant, 48 anni, in carica dal 2009: la prima cosa che ha fatto al suo arrivo è stato commissionare un’indagine all’istituto di Mannheimer per sapere com’era percepito dagli italiani il suo settore. “Fino alla precedente generazione” osserva il dirigente di una delle federazioni più importanti “queste figure si muovevano con una notevole autonomia anche rispetto ai vertici “politici” delle rispettive federazioni, che spesso erano imprenditori di successo ma non necessariamente di grande spessore culturale, e quindi delegavano volentieri alcune funzioni. Poi, quando alla guida delle aziende e del mondo associativo è arrivata la generazione successiva a quella dei fondatori, le cose sono cambiate. Oggi i presidenti si fanno sentire molto più che in passato”.

Trovare una buona sintonia con i vertici è dunque condicio sine qua non perché un direttore possa far bene il suo lavoro. Cosa non sempre facile. Qualche anno fa si vociferò per esempio di qualche frizione (poi rientrata) fra il direttore di Federalimentare Daniele Rossi e l’allora presidente Giandomenico Auricchio, che stava per costare il posto al primo, mentre oggi c’è chi pensa che il sostegno dato al precedente presidente di Anie Guidalberto Guidi nel tentativo, poi non riuscito, di ottenere un terzo mandato consecutivo possa indebolire il direttore Maria Antonietta Portaluri (avvocato, 39 anni, direttore fra i più giovani di tutto il sistema).

Una plateale dimostrazione delle possibili scintille fra i due poli della vita confindustriale si ebbe nel 2007, in una riunione in teleconferenza in cui Luca Cordero di Montezemolo parlava di fronte agli uomini di Federmeccanica, guidati dal direttore generale Roberto Santarelli.

Mentre il primo faceva il suo discorso, l’altro scuoteva lievemente la testa, a causa di un piccolo tic ben noto ai collaboratori. Ma non al presidente di Confindustria, che, complice forse anche qualche contestazione subita nell’ultima parte del mandato, pensò che fosse un segno di manifesta disapprovazione (si parlava dell’anticipo di 30 euro concesso dalla Fiat agli operai durante la vacanza contrattuale) e reagì di scatto. “Sei vecchio” gli disse senza tanti complimenti “è ora che ti trovi un altro lavoro”.

Salvo poi telefonare per scusarsi, una volta chiarito l’equivoco.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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