

Brunello Cucinelli, presidente dell'omonima azienda
di Giovanni Iozzia
“C’è il piano aziendale a tre anni ma c’è anche un piano a 300 anni. Serve anche quello. Eccolo“. Dice così davanti al teatro rinascimentale che ha fatto costruire nel suo quartier generale di Solomeo, Umbria, Brunello Cucinelli. Lo dice agli ospiti che porta in giro tra uffici e laboratori dove si tesse la lana. E lo ha detto di frequente negli ultimi mesi ai potenziali investitori che dovrebbero la prossima primavera accompagnare in Borsa questo campione del made in Italy che dal 2009, anno della crisi, ha aumentato dipendenti, fatturato (+18% nel 2011), utili (+62% dopo il raddoppio del 2010), investimenti (+100%, circa 15 milioni) continuando ad aprire negozi in tutto il mondo.
Il signor Brunello, come lo chiamano tutti dentro e fuori l’azienda, non sembra essere preso dalla frenesia di questa travolgente crescita. A 58 anni appare un uomo soddisfatto e sereno, memore delle lezioni etiche del padre operaio, legato all’esperienza della madre che lavorava in casa per Luisa Spagnoli, attento ai segnali che gli arrivano dalle figlie ventenni.
La stampa internazionale lo ha nominato principe di Solomeo, imperatore del cachemire, umanista imprenditore. E lo ha da tempo consacrato come uno dei brand globali del lusso. Ma lui trascorre quanto più tempo può nella sua torre-ufficio, uno spazio ampio e luminoso alle cui pareti sono appesi i ritratti dei suoi numi ispiratori, da San Benedetto da Norcia a Gandhi, da Aristotele a Kafka. Qui lo abbiamo incontrato per capire come si può consolidare un successo in anni difficili, all’insegna di una filosofia imprenditoriale che sembrerebbe impossibile mentre l’economia gira al contrario.
Per Cucinelli il luogo conta, eccome. “Se questa azienda fosse stata in una zona industriale, non sarebbe stata la stessa cosa.Vede quei capannoni, con la sovrintendenza abbiamo avviato un progetto per piantare tanti alberi quanti ne servono per ricoprirli. Si può e si deve fare sempre qualcosa per migliorare il nostro paesaggio. Aiuta a vivere e lavorare meglio. Aiuta la creatività”.
Anche in momenti difficili come questi?
Assolutamente sì. Quando è scoppiata la crisi, nell’autunno del 2008, ho riunito i dipendenti e ho detto loro: per 18 mesi non metterò nessuno fuori ma chiedo a tutti di essere più creativi. Ogni giorno. Così una donna delle pulizie, vedendo una valigia con autografi di calciatori che tengo in ufficio, mi ha proposto di fare un pallone di cachemire. Che poi abbiamo realizzato come oggetto promozionale.
Lei ha costruito l’azienda da zero. Ora vuole portarla in Borsa. Ha pensato alle sue due figlie?
Un’azienda non si eredita, la proprietà sì. Camilla, 29 anni, e Carolina, 20, si dedicano già al prodotto. Avranno tempo di dimostrare cosa sapranno fare e quando sarà il momento troveranno un’azienda più forte e strutturata.
D’accordo, ma la quotazione cambia le regole di gestione di un’azienda familiare. Pretende risultati, richiede una diversa gestione.
Lo so. La Borsa non sempre si sposa bene con il lusso vero. Che è artigianalità, creatività ma distribuite con parsimonia. La Borsa ti spinge in tutt’altra direzione. Ma per primavera saremo pronti e se il mercato lo consentirà porteremo sul listino il 30-35% dell’azienda. A Milano, perché io sono italiano.
Perché ha deciso di intraprendere questo cammino?
Per avere più visibilità, per attrarre con più facilità manager di qualità qui, a Solomeo. Per avere un confronto con i miei soci investitori, che la pensano in un modo leggermente diverso dal mio; per avere un’azienda più capitalizzata e nuove risorse per crescere. E poi c’è la mia età. Credo che la quotazione possa far vivere più a lungo un’azienda, almeno di qualche decennio. Poi, se le mie figlie si dimostreranno capaci, toccherà a loro guidare il nuovo corso.
E non teme la prevalenza della finanza, delle sue ragioni e dei suoi metodi?
Io non ho mai fatto finanza ma mi spiace che la finanza venga demonizzata. Dobbiamo convivere nel rispetto dei ruoli. Non basta avere più soldi, bisogna riuscire a governare la crescita.
Lei parla di crescita in un momento in cui l’economia scivola verso la recessione. Non è preoccupato?
Certo, ma non mi preoccupa chi comprerà i miei prodotti. Io mi domando: come faranno le nostre industrie a trovare e ad avere collaboratori giovani in grado di fare lavori manuali?
Come dovranno fare?
Cambiando la logica del profitto. Consiglio vivamente la lettura di Onestà, un bellissimo libro del teologo svizzero Hans Kung. Fare profitto con dignità non è solo una possibilità, sarà una necessità. Negli ultimi mesi sono venuti a trovarmi una decina di investitori italiani. Io ho cercato di spiegare l’azienda al di là dei numeri. E mi hanno detto: dovete andare in Borsa per dimostrare che si può fare profitto sano.
Che cosa significa fare profitto sano?
Pensare prima all’azienda, poi a Brunello, quindi a chi ci lavora e alle loro retribuzioni, poi alla società. Mio padre ha sempre mal tollerato i soprusi e le ingiustizie. E mi ha sempre detto: guai a te se non ti comporti per bene.
Perché questa necessità, adesso?
Il mondo è cambiato. Mio padre, che ha 90 anni e da 30 fa il pensionato, non sapeva nulla del suo padrone. Quando io incontro un ventenne per convincerlo a venire a lavorare qui, lui sa tutto di me. Non si tratta di essere più buoni. Semplicemente non puoi raccontare storie. I giovani si informano e hanno gli strumenti per sapere. E per reagire. Io quindi devo offrire un luogo più bello, qualche euro in più e trasmettere la sensazione che si può fare insieme qualcosa di buono per tutti.
È possibile pagare di più il lavoro manuale?
È possibile. Un maglione, che esce dalla fabbrica a 350 euro e va in vendita a 1.000 in via della Spiga, ha un costo di pura manualità di 60. Se adesso la paghiamo diciamo 100, possiamo trovare anche 40 per remunerarla più dignitosamente in quello spazio che va da 350 a 1.000. Forse basta rinunciare a una cena aziendale… Per questo tutti i miei collaboratori hanno mediamente una paga superiore del 20% rispetto a quanto previsto dai contratti.
Così sembra tutto molto più facile…
Ma non lo è. Una ragazza quando si trova in discoteca il sabato sera si vergogna a dire che fa la sarta o la magliaia. Preferisce dire che lavora in un call center. Dobbiamo restituire dignità al lavoro manuale. Se perdiamo questa capacità, perdiamo tutto.
Lei come fa per non perderla?
Da noi si fanno stage di sei mesi, remunerati. E una volta dentro si lavora dalle 8 alle 18. Abbiamo la nostra mensa ma il 60% va a casa a pranzare. Qui non ci sono cartellini da timbrare. Io sono rigoroso e dolce.
Un imprenditore e un manager che le piacciono?
Mi piace quello che fa Diego Della Valle. Chiedo consigli appena posso ad Andrea Guerra (amministratore delegato di Luxottica, ndr). È il più bravo manager che ho conosciuto.
Parliamo di lusso…
Il lusso è qualità e non è un diritto per tutti. Un buon prodotto venduto in posti straordinari non è lusso. Noi facciamo 50 prototipi al giorno, ma solo il 10% si trasforma in collezione. Ci sono molta creatività e tanta attenzione alla moda. Io vorrei che i nostri prodotti piacessero agli europei e agli americani. Per evitare il rischio che secondo me stanno correndo alcuni marchi italiani: subire l’influenza del gusto dei mercati russo e giapponese.
E la crisi cominciata nel 2008 che effetti ha avuto?
Tra il 2010 e il 2011 abbiamo strutturato l’azienda per il prossimo quinquennio. Quello appena concluso è stato il primo anno di un mondo nuovo.
Che cosa è cambiato?
Niente e tutto. Dal 2010 i buyer americani ci chiedono un prodotto bellissimo, fatto benissimo e consegnato nei giusti tempi. Prima chiedevano il prezzo. Neiman Marcus ha concentrato la sua strategia sul lusso. Questa
è una buona chance per il vero made in Italy.
Come sta il made in Italy?
Gira bene. Alle ultime sfilate qualche giornalista mi chiedeva: non ha paura di questa Italia? No, dicevo. C’è tantissima gente perbene, una marea di belle industrie, siamo secondi dopo la Germania, e possiamo essere competitivi quando lo vogliamo. L’etichetta sui prodotti? Il problema esiste da sempre. La differenza la fa il brand. Se fai qualche furbizia, si scopre. Ma se il mercato non ti punisce vuol dire che non è importante. A me non scandalizza un certo modello che prevede la creatività in Italia e la produzione all’estero.
Quindi lei è ottimista?
Io vedo un futuro meraviglioso, al contrario di 15 anni fa. Capisco le ragioni degli indignados e dico che dobbiamo avere il coraggio di ascoltare i giovani, perché c’è qualche verità dietro la loro protesta. Ma dobbiamo andare oltre, dobbiamo miscelare illuminismo e romanticismo. Ci sono miliardi di nuovi consumatori in attesa. Dobbiamo lavorare meglio per loro. E, salutando, Brunello Cucinelli regala una biografia del filososo umanista Montaigne, dal titolo significativo: L’arte di vivere.
- Giovedì 12 Gennaio 2012
EURO SI O NO?
STRATEGIE E NUMERI DELLA BIG IPO
COME SI CALCOLA
LA CRISI IN CIFRE
FAME, DISOCCUPAZIONE, NUOVI POVERI
ECONOMIA 2.0
IL PIANO MONTI
LA RIFORMA: ARTICOLO 18, PROPOSTE, DIBATTITO
LA RIFORMA, I NUMERI, LE POLEMICHE
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
START UP E IL NETWORK ITALIA-USA
APPLE - LUCI E OMBRE
FOTOGRAFIA EUROPEA 2012
IL GRAFICO DELLA SETTIMANA
VITE STRAORDINARIE
DIETRO LE QUINTE
IL MADE IN ITALY DI SUCCESSO










IL MEGLIO DEL 2011
G20 di Cannes: i protagonisti e le loro sfide






Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 2 Maggio 2012 alle 16:40 donatellarobusti ha scritto:
molto bello l’articolo di CUCINELLI,molte belle parole. Io sono un’operaia di 54 anni, ho lavorato per quarant’anni nella maglieria e credo che la maglieria non abbia più segreti per me, ma ora mi ritrovo sola senza lavoro e senza nessuno che apprezzi il mio lavoro cosiddetto”specializzato”.Perchè un meccanico quando si specializza prende di più, mentre io mi ritrovo con 900 euro al mese ?Non solo. Oltretutto nel mio caso personale ho dovuto aprire un’attività propria e dopo tanti sacrifici mi ritrovo senza lavoro perchè le ditte che lo fornivano nella mia zona o chiudono o lo stanno per fare.E allora ,dico io, tutta la mia esperienza , fatta in una vita di lavoro, a chi va.? Non ho neppure la possibilità di insegnarla .Signor Cucinelli,il lavoro di noi operai è stato importante solo fino a che non sono arrivati i cinesi a rubarcelo.Mi scusi se mi sono permessa, ma non è poi così roseo il panorama come lo descrive lei. Certo io invidio quelle signore che lavorano per lei, ma di Cucinelli ce n’è uno solo, gli altri sono squali che si pappano quello che c’è da pappare.Buonasera.Donatella Robusti
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.