
L’equazione della crisi italiana è molto semplice: lo Stato non paga me, io non pago te, tu non paghi lui, lui non paga loro e loro non pagano i dipendenti. Anzi, loro i dipendenti li vorrebbero pagare lo stesso, però non hanno soldi, quindi o finiscono nel girone infernale dei debiti oppure scelgono la via più semplice, che è quella di scomparire nel nero. O si suicidano, come è successo 40 volte nel 2011.
È questa la «formula» della crisi dell’economia italiana: non solo manca il denaro nelle tasche dei consumatori, mancano soldi soprattutto nelle casse delle imprese che non vengono pagate da quello che dovrebbe essere, in teoria, il loro miglior cliente: lo Stato. Invece lo Stato italiano è diventato il peggiore dei pagatori: per evadere una fattura ci mette più tempo di tutti gli stati europei. E a forza di rimandare ha accumulato un debito nei confronti delle aziende che ha dell’incredibile.
Prima di tutto i numeri. Nella relazione annuale 2011 della Banca d’Italia, l’ultima letta da Mario Draghi prima di andare alla Bce, c’è scritto che lo Stato ha debiti commerciali pari al 4 per cento del pil, cioè circa 62,5 miliardi di euro (dati 2010), identico a quello dell’anno precedente, e cioè: fra il 2009 e il 2010 ha mantenuto lo stesso livello di debito verso le imprese private. Le banche e le imprese alzano questa stima: secondo uno studio di Abi e Confindustria, lo Stato dovrebbe alle aziende fra i 70 e i 100 miliardi di euro.
Pauroso? Sì, ma c’è di peggio. La «soluzione» dell’equazione della crisi italiana è un numero: 121. Indica i giorni che mediamente occorrevano a un’impresa italiana per vedere pagata una propria fattura nel 2010. La media tiene conto delle fatture emesse verso privati cittadini, da un’impresa verso altre imprese e da un’impresa verso la pubblica amministrazione. Se si prende in esame solo quest’ultimo tipo di rapporti, quelli verso il settore pubblico, il tempo medio si allunga a 186 giorni. Nel 2011 le cose sono leggermente migliorate e l’attesa è scesa a 180 giorni, ma restiamo comunque i più lenti d’Europa.
Secondo la ricerca European Payment Index 2011 della società privata Intrum Justitia, il paese secondo classificato in quanto a lunghezza dei tempi di pagamento è la Grecia, comunque ben distanziata: 113 giorni. Ma il confronto con i paesi maggiori in Europa è umiliante: la Francia paga le aziende che lavorano per lo stato in 56 giorni e la Germania in 34.
Non è finita, perché se i 180 giorni di ritardo della pubblica amministrazione indicano una media, ciò significa che ci sono imprese che ricevono i soldi per il loro lavoro anche più tardi. Per il 2011 i costruttori denunciano attese di 240 giorni. Gli industriali dei servizi innovativi devono aspettarne 248. Quelli dell’impiantistica attendono 7 mesi. E se un imprenditore ha avuto la pessima idea di entrare nel settore sanitario, allora può invecchiare aspettando che una asl gli paghi il dovuto: minimo 10 mesi, secondo la Farmindustria. Se poi il debitore è un ospedale campano, i giorni salgono a 790; e se è calabrese si arriva a 979.
Gli imprenditori che aderiscono alla Fifo (forniture ospedaliere) denunciano ritardi dai 10 ai 15 mesi. Quelli dell’Assofarm, che riforniscono le farmacie pubbliche, parlano di 350 e addirittura 1.000 giorni nel Centro-Sud. Ma nel settore della sanità la leadership indiscussa dei ritardi appartiene alla Asl1 di Napoli che paga i fornitori dopo 1.676 giorni: quattro anni e sei mesi! I privilegiati sono gli imprenditori che lavorano nella ristorazione scolastica: le loro fatture vengono pagate alla velocità di un neutrino, 150 giorni, anche perché, se non arrivano i soldi, a interrompere le forniture alle mense ci mettono poco.
Questi numeri chiariscono molte difficoltà dell’industria italiana a reagire alla crisi mantenendo l’occupazione. E spiegano bene anche la ritrosia delle imprese straniere a venire in Italia: perché investire nel nostro Paese dove per vedere onorata una fattura dalla pubblica amministrazione si deve aspettare il quintuplo rispetto alla Germania?
Per di più, anche i rapporti fra imprese private sono disastrosi: si pagano in 103 giorni rispetto a un’attesa media di 60 giorni in Francia e di 40 in Germania. Perfino i consumatori pagano in ritardo: un italiano onora una fattura emessa da un’impresa in 79 giorni rispetto ai 45 di un francese e ai 30 di un tedesco.
E questo dimostra che l’equazione della crisi italiana è corretta: lo Stato non paga le imprese che non pagano i loro fornitori che non pagano i loro subfornitori che non pagano i dipendenti i quali pagano quando possono. E la fine della storia è che aumentano i protesti: secondo il Cerved (camere di commercio), nel terzo trimestre del 2011 i soggetti con almeno un protesto sono aumentati dello 0,4 per cento ed è cresciuto del 6,8 l’importo complessivo dei titoli contestati.
«Il problema è culturale» sentenzia Olivier Capon, amministratore delegato della filiale italiana della Intrum Justitia, multinazionale quotata alla borsa di Stoccolma che si occupa della gestione dei crediti delle aziende in 22 paesi nel mondo. «È un problema culturale perché molte imprese sane, liquide, che non avrebbero problemi a pagare i fornitori, in realtà aspettano più che possono prima di onorare i debiti. Nel caso dei pagamenti da parte dello Stato, è soprattutto una questione di meccanismi burocratici: per un’amministrazione pubblica pagare è complesso». Complesso? «Sì, anche quando ha i soldi per farlo, pagare è complicato». Lei è francese? «No, belga». E come funziona in Belgio? «Ah, beh, è diverso, in Belgio si paga» conclude Capon.
«Il ritardo nei pagamenti rivela il doppio dualismo della struttura industriale italiana» replica Giulio Sapelli, docente di storia economica alla Statale di Milano, che non crede alla spiegazione culturale o antropologica. «Se un’impresa industriale ha bisogno di bravi fornitori, ha interesse a trattenerli, quindi li paga subito. Poi ci sono quelle aziende che io chiamo interstiziali, quelle poco innovative, quelle che offrono prodotti vecchi e non esportano, che non hanno bisogno di fornitori particolarmente buoni. Perciò pagano in ritardo o non pagano affatto perché tanto, siccome la qualità richiesta è bassa, se salta un fornitore se ne trova subito un altro».
La Intrum Justitia stima che i ritardi nei pagamenti provochino una perdita a carico delle società, nei 25 paesi presi in considerazione nel suo rapporto, di 312 miliardi di euro. Di questi un ottavo circa è a carico di quelle italiane, che nel 2010 hanno perso qualcosa come 40,8 miliardi di euro, che si sommano ai 40,8 miliardi del 2009 e ai 37,5 del 2008 per un totale di 119,2 miliardi di euro di perdite in tre anni. Possibile che i ritardati pagamenti possano provocare questi effetti devastanti sui bilanci delle società? «Sì, è proprio così» risponde Capon «le aziende italiane hanno avuto costi occulti di 40,8 miliardi nel 2010».
Basta considerare le fatture inevase che vengono messe a perdita nel bilancio delle aziende; le commissioni che devono pagare alle società specializzate nel recupero dei crediti; gli interessi bancari che pagano sui debiti che non avrebbero se tutti pagassero nei tempi previsti; l’impossibilità di acquisire nuove commesse per il fiatone finanziario dovuto alla scarsa liquidità. Insomma, lo Stato sta facendo perdere una valanga di soldi alle aziende italiane non solo perché è il primo anello della catena dei ritardatari cronici ma anche perché, quando si tratta di pagare le tasse, pretende la puntualità di un orologio nucleare.
Risolvere il problema? Certo, basterebbe che lo Stato pagasse. Ma è impossibile: non ci sono soldi. E d’altra parte non si può chiedere alle imprese di aspettare il 13 marzo 2013, termine entro il quale l’Italia si è impegnata a recepire la direttiva europea (del 2000) che impone il pagamento delle fatture entro 30 giorni e solo in casi particolari in 60 (questi termini sono già in vigore per i rapporti fra aziende private).
Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, che stima in 60-80 miliardi il debito del settore pubblico verso le aziende private, ha annunciato che quella direttiva verrà adottata «in breve tempo», ma non ha escluso di pagare i creditori con i Bot. Passera ha sostanzialmente fatto questo discorso agli imprenditori: invece di darvi euro, che non abbiamo, vi diamo titoli di Stato, di cui siamo pieni. Gli imprenditori hanno disperatamente detto sì facendo loro il motto che fu di Giulio Tremonti: «Piuttosto che niente, meglio piuttosto». Poi, pensandoci meglio, sono emersi i problemi. E non sono piccoli.
Prendiamo come riferimento il dato prudenziale di 70 miliardi di debiti della pubblica amministrazione verso le società private: solo in minima parte sono riferibili all’amministrazione centrale (ministeri, enti e società pubbliche), la maggior parte fanno capo alle amministrazioni locali le quali, però, sono immobilizzate da un patto di stabilità interno che blocca le uscite anche in presenza di liquidità in abbondanza.
Fra l’altro, nel debito pubblico dello Stato non è contabilizzata l’esposizione delle amministrazioni locali, perciò, se lo Stato volesse pagare i debiti di regioni, province e comuni emettendo Bot o Btp, si accollerebbe il peso di altre decine di miliardi di debiti che ora non gli competono. Il debito pubblico, ora pari a 1 milione 909 mila miliardi di euro, salirebbe di qualche decina di miliardi con immaginabili effetti sulla crescita dei tassi d’interesse, dello spread, del rating e quant’altro. «E poi» avverte Vincenzo Boccia, vicepresidente della Confindustria e responsabile della piccola impresa, «ovviamente serve un accordo con le banche: se le aziende fossero pagate con titoli di Stato, li potrebbero poi scontare allo sportello in cambio di contante? E a che prezzo? La situazione è complessa» riflette l’imprenditore avellinese.
C’è un’alternativa: il 1° gennaio sarebbe dovuta entrare in vigore una norma contenuta nella manovra del governo del 2010 che avrebbe permesso di compensare crediti con debiti nei confronti della pubblica amministrazione. Il decreto attuativo non è mai arrivato perché, se si fanno due conti, si può solo immaginare che cosa significherebbe per i conti pubblici se da un anno all’altro il fisco incassasse 70 miliardi di tasse in meno. Sarebbe necessaria una nuova manovra. E a pagare una manovra monstre dovrebbero essere cittadini e imprese. E si ricomincerebbe daccapo.
- Lunedì 16 Gennaio 2012
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Il 30 Marzo 2012 alle 15:53 Imprenditori suicidi, tutti i numeri del dramma dei fallimenti | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] disagio economico. Sono dati che parlano di fallimenti e da soldi che non arrivano, soprattutto da parte della pubblica amministrazione. È la Cgia di Mestre a snocciolare i numeri e a dirci che nel 2011, quasi un fallimento su tre è [...]
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