
Federico Ghizzoni, amminsitratore delegato di Unciredit
di Sergio Luciano
Una chance: che la Cassa depositi e prestiti, controllata dallo Stato per il 70 per cento, entri nel capitale Unicredit a ricapitalizzazione completata, acquistando sul mercato il 5 per cento, che è lo scaglione massimo di voto, per consolidare un assetto proprietario ormai scalabile da chiunque a prezzo vile. Un sospetto: che il diktat dell’Eba (l’autorità bancaria europea), cioè ricapitalizzare l’Unicredit per 7,5 miliardi, nasca da un complotto tedesco per mettere in crisi la banca e costringerla a rivendere la sua controllata bavarese, l’Hvb, a chi la controllava prima. Una certezza: «Con il nostro aumento di capitale, abbiamo fatto la cosa migliore che potessimo fare, nel contesto dato» dice Federico Ghizzoni, amministratore delegato dell’unica banca internazionale d’Italia.
Che invita alla calma, ed è calmo lui: cosa non banale, quando il titolo della banca ha perso il 50 per cento in tre sedute di borsa (anche se all’indomani la speculazione si è pentita e ha iniziato a restituire valore) e la capitalizzazione è scesa a 7 miliardi su 46 di valore reale. Quando molti analisti ti accusano di avere sbagliato tempi e modi dell’aumento di capitale. Quando qualcuno, anche fra i soci, ostenta dissenso.
Ma è anche vero che con l’aumento di capitale, garantito da Mediobanca e altre 29 banche, l’azienda Unicredit ha svoltato. L’istituto ha già spurgato ben 8,7 miliardi di euro di svalutazioni degli avviamenti sulle partecipazioni critiche, come la ex Capitalia. Non ha più scheletri nell’armadio.
Né li paventa dalla crisi ungherese: «È falso che siamo troppo esposti su quel mercato, la nostra quota è tra il 4 e il 5 per cento e non abbiamo impegno sul fronte critico dei mutui in valuta» assicurano in banca. All’attivo, c’è una rete di quasi 10 mila filiali in 50 paesi, 160 mila dipendenti, asset totali per circa 900 miliardi di euro, 300 mila azionisti, 35 milioni di clienti: è tanta roba. Che, se servisse, si potrebbe anche in parte vendere, ma non svendere. Per esempio, le piccole banche controllate in Kazakhstan e sul Baltico.
Però, se la banca è risanata, i soci storici invece sono ko. La proprietà stabile, che prima della cura arrivava a circa il 38 per cento del capitale, dopo sfiorerà il 24 per cento. Le fondazioni sono dissanguate: 2 miliardi circa di minusvalenza per la Cariverona, che si diluirà dal 4,5 al 3,2 per cento; batosta da quasi 1 miliardo per la Crt.
Anche la Carimonte è in perdita, sia pur meno. Impossibile sapere cosa pensano di fare i soci arabi: il fondo sovrano di Abu Dhabi, e soprattutto la Bank of Lybia, che ha altro a cui pensare. L’Allianz sottoscriverà la quota di competenza del suo 2 per cento, e avrebbe certo i soldi per crescere nel capitale, ma neanche proverà a farlo, perché sa che non glielo consentirebbe la Banca d’Italia. Per questo il dopo aumento è per l’Unicredit una storia tutta da scrivere.
Certo, se c’è una banca di sistema in Italia, questa è l’Unicredit, ancor più che l’Intesa Sanpaolo, perché dentro l’Unicredit c’è il 9 per cento della Mediobanca, che vuole dire Assicurazioni Generali e Telecom Italia. Oltre alla Rcs.
Come abbandonare a se stesso un forziere in ginocchio? «Infatti il complotto, se c’è stato, non è contro l’Unicredit, ma è un capitolo del complotto sistemico contro l’Italia» osserva un analista di casa in piazza Cordusio «nel senso che la grande banca italiana ha pagato più di altre il prezzo dell’attacco al debito sovrano che, con buona pace del governo Monti, non accenna a placarsi». Ecco perché, si ragiona anche negli ambienti romani, se la banca è di sistema, che il sistema si attivi per tenersela stretta.
- Lunedì 16 Gennaio 2012
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