Aumentare le tasse non fa scendere il debito pubblico


Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate (Credits: LaPresse)

Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate (Credits: LaPresse)

Lasciamo da parte opinioni e previsioni sulla tenuta dell’euro. Consideriamo invece per qualche momento la questione tutta italiana della pressione fiscale, e delle reazioni vaste e dissenzienti create dai controlli a Cortina dell’Agenzia delle Entrate a fine anno.

Se si fa la somma della manovra di luglio, poi di quella di Ferragosto, poi del decreto salva-Italia del governo Monti, e si aggiunge la finanziaria di fine 2010 per 2011 e biennio a seguire, i minori saldi a correzione della finanza pubblica sono stati complessivamente di 48,3 miliardi di euro sul 2012, di 75,6 miliardi sul 2013, di 81,2 miliardi a regime nel 2014.

Circa il 73% dei saldi migliorati nel triennio si deve al governo Berlusconi, il resto al governo Monti. Di qui al 2014, il 62,6% dei migliori saldi per circa 51 miliardi di euro si deve a incrementi di entrate, il 37,3% per circa 30 miliardi a minori spese. Le minori spese sono spalmate negli anni a venire, quando magari si può farne a meno. La correzione sul 2012 è per l’80% realizzata con incrementi d’imposta.

La pressione fiscale 2012, che fino a luglio 2011 doveva essere al 42,6% del Pil, sale secondo le ultime stime del governo Monti al 45,1%, record assoluto. E tale ipotesi è coerente con un calo del Pil ancora di un solo terzo rispetto a quello stimato da Confindustria, quindi salirà. Nel 2013, passeremmo dal 42,6% di pressione fiscale che doveva restare stabile sul Pil, al 45,7%.

Nel 2014, in cui doveva scendere al 42,4%, andremmo al 45%. È inutile che il centrodestra strilli: per quanto riguarda la pressione fiscale, il 55% dell’aumento 2012 si deve a Berlusconi-Tremonti e il 45% a Monti. Nel 2013, il 73% dell’aggravio fiscale si deve a Berlusconi, il 27% a Monti. Nel 2014, il 76,6% a Berlusconi e il 23,3% a Monti. Stiamo andando dritti dritti all’emergenza fiscale.

La lotta ai migliori saldi per stare in Europa la stiamo facendo tutta o quasi sul versante delle tasse. Come un tempo nella lotta al terrorismo, è solo sulle maggiori entrate che si concentra l’emergenza. Di tagli alla spesa pubblica che è metà del Pil, o di abbattere il debito attraverso cessioni di mattoni e società pubbliche, la politica continua a fregarsene.

La prima risposta è coerente alla legge di Adolphe Wagner, quella per cui la politica propende sempre all’espansione di ciò che intermedia e resiste a ciò che la limita. In realtà conta anche la teoria economica, anche se spesso la politica ne abbraccia le conseguenze senza conoscerne le premesse. Dipende, in altre parole, da che cosa si consideri che sia davvero il debito pubblico, di cui esistono almeno quattro concezioni, e da ciascuna di esse discendono conseguenze assai diverse su come affrontarlo, quanto e da parte di chi ripagarlo.

Prima idea, quella teorizzata da Abba Lerner, il Milton Friedman dei keynesiani, geniale anticipatore dagli anni Trenta agli Ottanta di molte teorie che ad altri sono valse il Nobel. Per Lerner, il debito pubblico è in somma misura un falso problema, perché è ciò che noi dobbiamo a noi stessi. L’hanno appena riscritto, domenica scorsa su Repubblica, Guido Carandini e Paolo Leon. Lo scrive e lo ripete incessantemente Paul Krugman sul New York Times.

Seconda idea. Quella della scuola alla quale appartengo in piccolo anch’io, la Public Choice di James Buchanan. Il debito pubblico per noi è una passività a carico delle future generazioni di lavoratori e contribuenti. Tanto più negativo per crescita ed equità intergenerazionale quanto più lo si affronta con maggiori disincentivi distorcenti dovuti a imposte crescenti.

Terza idea, quella dell’equivalenza ricardiana, rilanciata dal geniale Robert Barro: afferma che sin da subito il più dei contribuenti sconta nelle sue decisioni di consumo e investimento il fatto che bisognerà affrontare il crescente debito pubblico con più tasse, anche se la politica tende a dire il contrario.

Quarta idea. Quella di Paul Samuelson. L’unica cosa che conta è se il regolatore pubblico tiene i tassi d’interesse pagati dai titoli pubblici a un tetto inferiore alla crescita nominale del Pil, allora il debito pubblico è autosostenibile qualunque sia il suo stock e la sua crescita annua.

Le idee una e quattro sono keynesiane: la prima è dei keynesiani comunitaristi che in Europa comprendono gli orfani rimpannucciati delle ideologie sconfitte collettiviste, comuniste e socialiste. Mentre l’idea Samuelson è quella alla Giuliano Ferrara di chi rimpiange un banchiere centrale asservito alla politica. Entrambe dimenticano che nel mondo globalizzato il premio al rischio è fatto proprio dalla componente di debito pubblico in mano a investitori esteri.

Additano come esempio il Giappone che ha un debito al 215% del Pil tutto in mano ai giapponesi e con tassi d’interesse negativi. Dimenticano che da 15 anni il Giappone è in stagnazione.

Le idee due e tre sono invece quelle dei liberal-mercatisti. Per loro il debito pubblico è distorcente oggi e domani, deprime la crescita, non costruisce ma brucia e ruba futuro. Se aderite alla prima idea, la risposta al debito è che devono ripagarlo soprattutto i ricchi, con la patrimoniale e con aliquote ordinarie più alte su tutto: un’impostazione comunitar-collettivista che in Italia è stata adottata da sinistra, destra e anche dai tecnici. A noi poveri liberali, per i quali lo scandalo è la rapina di Stato di una spesa pubblica mostruosa perennemente inseguita da un prelievo fiscale bestiale, non resta che predicare al vento.

Commenti

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Il 8 Maggio 2012 alle 0:53 Anche Giuliano Ferrara si è fatto incantare da quel mago di Keynes. Adesso crede che basti un colpo di bacchetta magica per annullare il debito pubblico. | Reginadistracci ha scritto:

[...] Ferrara ha cominciato a manifestare segni di un preoccupante deficit di capacità di ragionamento liberale nel momento in cui ha rinnegato tutte le sue precedenti polemiche contro il governo più tassassino della storia d’Italia. Milton Friedman diceva più o meno che i cretini aumentano le tasse, mentre le persone intelligenti tagliano le tasse e tagliano la spesa pubblica in quanto sanno che  le tasse non potranno mai ripagare il debito. Per sua natura, infatti,  il debito tende a crescere più velocemente delle tasse. Ebbene, quel canuto tecnicuccio bocconiano  che non sa fare altro che mettere tasse all’improvviso è apparso agli occhi di Ferrara come una sorta di salvatore della patria di fronte a cui tutti dovrebbero inginocchiarsi come davanti al vitello d’oro.  Il deficit di ragionamento liberale inFerrara è cresciuto e continua a crescere allo stesso ritmo del debito pubblico. Non solo difende un’azienda in perenne deficit che a anni brucia i nostri soldi, ossa la Rai, ma  da mesi invoca l’intervento della Bce come un keynesiano qualunque. Ascoltiamo Oscar Giannino: [...]

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