
(Credits: Fabio Ferrari / LaPresse)
di Sergio Luciano
Sul The Wall Street Journal di ieri, la prima pagina era dedicata tutta all’Italia. In alto, un titolo d’apertura sul fondo arabo Aabar salito al 6,5% nel capitale di Unicredit. Di taglio, con una foto larga mezza pagina, la Costa Concordia, riversa sulla fiancata, sugli scogli dell’Isola del Giglio. Un’associazione forse non voluta. Un naufragio, vero, tragico. Accanto al naufragio, metaforico e tragicomico delle Fondazioni bancarie.
“Il ruolo strategico delle fondazioni in Unicredit non cambia”, ha detto però l’amministratore delegato dell’Istituto, Federico Ghizzoni: “Manterranno un ruolo fondamentale come hanno sempre avuto”. E Ghizzoni è uomo d’onore: non mente. Ma allora, il falso lo dice quell’accostamento forse casuale ma più probabilmente tendenzioso scelto dal The Wall Street Journal?
No, naturalmente sia Ghizzoni che il giornale dicono, a modo loro e in due modi diversi, una parte importante della verità. Ma non tutta. Che gli arabi siano saliti al 6,5% in Unicredit, con la banca annichilita dalla crisi a una ridicola capitalizzazione borsistica di 7 miliardi di euro, è una notizia importante, ma non eclatante perché non può preoccupare, non in sé implica alcuna conseguenza incisiva: è il minimo che potesse succedere.
E che con questa mossa gli arabi si siano candidati a comandare, si può escluderlo: non c’è prova che vogliano farlo, e se volessero non saprebbero come. D’altronde è vero che le fondazioni conservano un ruolo strategico in Unicredit ma non hanno più un futuro strategico davanti a sé: lo si può concludere, a valle di quant’è successo con questa crisi, ma soprattutto desumere analizzando con un po’ di logica le prospettive di questo “mostriciattolo” giuridico-finanziario inventato dal Dottor Sottile Giuliano Amato per “spietrificare” la foresta del credito in Italia e cresciuto per vent’anni “contra legem”, cioè in dispregio – a volte aperto, come nel caso della Fondazione Montepaschi, a volte strisciante come nei casi Unicredit e Intesa – della legge costitutiva che imponeva loro di abbandonare il controllo delle banche conferitarie.
E invece? Invece, o in modo protervo, cioè conservando la proprietà di oltre il 50% dei diritti di voto (a Siena), o in modo ipocrito e paleodemocristiano, cioè restando i maggiori azionisti di patti azionari di controllo (Unicredit e anche Intesa Sanpaolo), le fondazioni sono rimaste a centrocampo. Finchè l’arbitro della crisi ha fischiato il fallo da esplusione.
Già: esplusione. Non perché le fondazioni azioniste di Unicredito si siano poi diluite in questo giro chissà di quanto: nell’insieme, scenderanno dal 14 a circa il 12 per cento, e precisamente la Fondazione Cariverona dal 4,2 al 3,5%, Carimonte dal 3,2% al 2,9% e la Crt dal 4,2 al 3,5 per cento. Ma perché si è capito che le Fondazioni non dispongono più di alcuna leva finanziaria per seguire le banche di cui sono socie in alcuna situazione straordinaria.
Per legge, oggi, le fondazioni devono erogare fondi al territorio – cioè non possono non distribuire i proventi della loro redditività – non possono indebitarsi per oltre il 20% del patrimonio, e come cespite prevalente - o in casi deplorevoli unico - hanno i dividendi delle banche conferitarie.
Come dire che per sottoscrivere quest’ultima tornata di aumenti di capitale, si sono svenate. Altri, non potranno seguirli chissà per quanto tempo ancora. E non a caso, le fondazioni azioniste di Mps e Ubi, due delle banche che secondo l’Eba devono ancora ricapitalizzare, cercano disperatamente con il management degli istituti partecipati soluzioni alternative che consentano di accontentare l’Eba senza ricorrere davvero agli aumenti di capitale. Insomma, se il presente le vede ancora strategiche, sia pure meno di prima, il futuro non è più loro.
Attenzione, però: questo non vuol dire che le banche italiane, o le imprese del nostro Paese, siano più di prima potenziali prede indifese della finanza araba. Anzi, diamo la verità: avercene, di “sleeping partner” soci dormienti) come gli arabi.
Cominciò a mostrarsi tale la buonanima del colonnello Gheddafi, quando nel 1976 entrò nel capitale Fiat con una quota iniziale del 9,7%. La ridusse poi gradatamente d’accordo con gli Agnelli finchè dal 2006 si diluì sotto il 2% e non se ne videro più tracce.
Per anni, gli arabi hanno controllato la Gucci: solo per poi rivendersela. L’arabo “sui generis” Karim Aga Khan è stato addirittura socio di Agnelli nell’accomandita: una passeggiatina di salute tra vecchi amici, e poi è uscito. Addirittura, ha conferito la “sua” Meridiana all’accrocchio aeronautico Air Italy-Eurofly!
E oggi? Oggi il quadrante delle operazioni è senz’altro Unicredit: dove, oltre al fondo sovrano di Abu Dhabi Aabar, c’è un altro socio arabo di peso, lo stato libico, che controlla il 7,2% attraverso le partecipazioni di Libyan Investments Autorithy, Banca Centrale Libica e la Libyan Arab Foreign Bank. Quindi effettivamente in Unicredit gli arabi controllano più delle Fondazioni: ma non si occupano della banca, non se ne sono mai occupati, non è verosimile che se ne occupino.
Forse non saprebbero neanche come fare: almeno per ora. Del resto, in Italia hanno adottato questa linea da puri investitori finanziari anche in altri casi significativi: la finanziaria libica Lafico possiede il 14,8% della Retelit (società controllata dalla Telecom Italia attiva nel WiMax), ed è un partner silente; controlla il 7,5% della Juventus e il 21,7% della ditta Olcese. E anche lì non si vede e non si sente. Si ritiene che la Libia sia presente anche in Eni con una quota che dovrebbe aggirarsi attorno all’1%: ma non è assodato.
Inoltre, attraverso il fondo sovrano Libyan Investment Authority possiede una partecipazione attorno al 2,01% nel capitale di Finmeccanica, azienda (anche) bellica, e quindi strategica per definizione. Ma certo non per contare o acquisire chissà quali segreti. Oltretutto, non si sa che atteggiamento adotti il nuovo regime verso queste partecipazioni: ed è anche verosimile che, con le priorità da gestire dopo la guerra civile, non ci abbiano ancora pensato.
Né è verosimile pensare che abbiano in animo di attuare o archiviare formalmente i piani, annunciati nel 2008 dal regime di Gheddafi, di salire nel capitale dell’Eni e entrare in Telecom, Impregilo, Terna e Generali.
Nessun allarme-petrodollari, insomma: semmai, allarme remimbi. Sono i cinesi i nuovi plutocrati globali, ma – a differenza degli arbi – non sono ricchi per rendite naturali, ma per bilancia commerciale e dei pagamenti, hanno soldi perché sanno produrre e sanno comandare, non comprano minoranze ma aziende intere, e le comprano per gestirle: come hanno appena fatto col gigante malato della cantieristica da diporto Ferretti. Ma questa è un’altra storia.
La storia Unicredit va soltanto letta nel traslucido delle prospettive che restituisce alla privata finanza italiana: l’ultima categoria di gendarmi rimasta, le fondazioni, hanno i fucilini caricati a salve. Basta saperlo.
- Giovedì 19 Gennaio 2012
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Il 19 Gennaio 2012 alle 12:08 Ghizzoni: «Le Fondazioni strategiche in UniCredit» – Il Sole 24 Ore | Italia – iWooho.com ha scritto:
[...] di piazza Cordusio, …Unicredit: Ghizzoni, fondazioni restano strategiche (Sole)Borsa ItalianaUnicredit, gli azionisti arabi e le Fondazioni bancarie sempre più …Panorama (Blog)Unicredit parte bene: diritti +2,8%SoldiOnline.itReuters Italia -il [...]
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