
Mario Monti con il presidente del consiglio nazionale libico Abdul Jalil (Credits: Ansa)
Salvare il salvabile del “tesoro” che l’Italia aveva in Libia prima della caduta di Gheddafi. È l’obiettivo fondamentale della visita a Tripoli (la prima al di fuori dei confini europei) del governo di Mario Monti.
Tutt’altro che facile da portare a casa, perché quella ricchezza, fatta di progetti industriali, commesse e ottime entrature per scambi commerciali in entrambi i sensi, è di fatto congelata dall’inizio della guerra civile e ora fa gola a tanti altri paesi che già si preparano a svolgere un ruolo di primo piano nella ricostruzione.
In termini puramente economici, le primavere arabe finora sono costate piuttosto care al nostro paese. Almeno 4 o 5 miliardi di export sono andati in fumo nel 2011 e oggi nessuno è in grado di dire quanta parte potrà esserne recuperata.
Quel che è certo è che la posizione di netto vantaggio che avevamo in Libia su tutti i concorrenti europei e mondiali appartiene ormai al passato. Se va bene, ne conserveremo qualche pezzo, battagliando con le unghie e con i denti con i nostri partner politico-militari (Francia, Germania, Inghilterra, ma anche la Turchia) che il giorno dopo la fine del conflitto si sono trasformati in agguerriti concorrenti commerciali.
Qualche cifra aiuta a farsi un’idea dei valori in gioco. Dai primi 9 mesi del 2010 allo stesso periodo del 2011, le esportazioni italiane in Libia sono passate da 1 miliardo e 828 milioni a 427 milioni, con una perdita di 1,4 miliardi (pari al 76,6%) che ha falcidiato in particolare il settore della raffinazione (da 630 a 223 milioni), dei macchinari industriali (da 278 a 46 milioni) e degli autoveicoli (da 125 a meno di 10 milioni).
Per un’economia come quella italiana, appesantita dalla stagnazione dei consumi interni e sempre più orientata all’esportazione, è un duro colpo. Diverse grandi imprese (da Finmeccanica a Iveco, da Impregilo ad Astaldi, solo per citare le maggiori) rischiano di subirne le conseguenze anche nel medio periodo, avendo ricevuto dal precedente regime libico importanti commesse il cui destino è ora in mano ai nuovi governanti.
Unica eccezione di rilievo: l’Eni, che fin dall’inizio si è accordata in modo informale con i francesi di Edf ed è riuscita a rientrare immediatamente in gioco.
Ma non sono solo i colossi a preoccuparsi del futuro dell’interscambio italo-libico, visto che ognuna delle loro commesse si porta dietro un esercito di piccole aziende e più in generale perché l’export italiano, in Libia come altrove, è fatto di tante realtà medie e piccole.
Una quarantina di queste, concentrate soprattutto in Veneto (dove l’export annuale in Africa e Medio Oriente è di quasi 1,5 miliardi di euro e nell’ultimo anno sarebbe calato, secondo stime non ufficiali di oltre il 70%) hanno deciso di dar vita a una rete di imprese chiamata Task force del Nord Est per la ricostruzione in Libia, proprio per parare prevedibili colpi economici del cambiamento di regime.
Ne è stato nominato presidente Arduino Paniccia, direttore accademico del centro studi strategici Niccolò Macchiavelli, che da anni si occupa dei rapporti fra l’Italia e i paesi del Mediterraneo sia come docente di studi strategici all’Università di Trieste sia come imprenditore. “La concorrenza più temibile per le nostre imprese” dice a Panorama.it “viene in questo momento dalla Turchia, il cui governo ha dato un contributo economico fondamentale alla prima ricostruzione libica ed è in piena espansione nell’area da un punto di vista sia politico che economico. Ma anche la Francia è già riuscita posizionarsi meglio di noi, mentre Inghilterra e Germania ci incalzano da vicino. E alla corsa si stanno aggiungendo nuovi soggetti, come il Brasile”. Se non si vuole finire ultimi, insomma, è meglio accelerare tutti il passo.
- Venerdì 20 Gennaio 2012
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Commenti
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Il 20 Gennaio 2012 alle 18:17 emanuelaantolini ha scritto:
Monti ha molto della Lady Diana. La cosa difficile e’ pur sempre quella di fare incontrare e di far mettere in azione,no?
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