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Un’imitazione è un modo per cominciare l’apprendistato alla popolarità. L’imitatore di Corrado Passera si chiama Fabrizio Casalino, ha esordito a Globe Spread, nuovo programma di Enrico Bertolino su Rai 3. Dice cose come «andiamo sul concreto», «Bertolino, le do un dato», «questo parolone… i salari. La paghetta, chiamiamola paghetta». Coglie un punto, ma per la verità non riesce ancora a fermare davvero nel ritratto televisivo l’identità del rappresentante di questo gruppetto di uomini in formazione, i tecnici che diventano politici e di cui l’imitato, Passera, è il profilo più in vista dopo quello di Mario Monti.
Del resto, quelli dello «strano governo», come lo ha definito il presidente del Consiglio, spiazzano non solo gli imitatori. Un paio di amministratori delegati che hanno incontrato il titolare dello Sviluppo economico Passera hanno raccontato di essere rimasti colpiti dal fatto che il ministro ha preso scrupolosamente e ostentatamente appunti mentre loro parlavano. «Tipico suo modo» dice una persona che lo conosce bene «lo fa per abitudine razionale, ma anche per mostrare dedizione».
La storia di Passera ha un suo plot. Comasco, famiglia borghese nell’imprenditoria alberghiera, bocconiano alla fine degli anni Settanta, master in America, brevetto di pilota d’idrovolanti (quel ramo del Lago di Como in versione aggiornata), tre figli più uno in arrivo, da due matrimoni. Vita professionale abbondante, varia e precoce. Cinque anni alla McKinsey, negli anni in cui la società di consulenza diventa un serbatoio di classe dirigente economica. Poi assistente di Carlo De Benedetti alla Cir, direttore generale della Mondadori nella guerra di Segrate, amministratore delegato della Olivetti.
Quindi la separazione dall’Ingegnere e l’inizio di un nuovo rapporto, quello con il Professore: Giovanni Bazoli, uno dei fondatori del moderno sistema bancario italiano e padre nobile dell’Ulivo. Nel 1996 Passera diventa numero uno dell’Ambrosiano Veneto, il nucleo di quella che dopo l’acquisizione di Comit sta per diventare Banca Intesa. Nel 1998 va a fare l’amministratore delle Poste: ristruttura l’azienda, con 20 mila persone in meno, crea il Bancoposta e affida a Michele De Lucchi, vecchia conoscenza olivettiana, il nuovo layout dell’azienda, gli uffici gialli e blu, primo caso di riqualificazione di una rete di uffici pubblici dagli anni 50.
Quattro anni dopo torna in banca e insieme a Bazoli completa il processo di consolidamento dell’istituto, la superfusione con il Sanpaolo-Imi, e definisce il ruolo della banca per il Paese. Ruolo che, peraltro, negli anni del confronto aspro con Giulio Tremonti, che ingaggia il suo corpo a corpo con i banchieri, conferisce già a Passera il ruolo informale di ministro ombra dell’economia reale. Perché l’Intesa Sanpaolo è una banca molto presente negli investimenti infrastrutturali e nelle cosiddette operazioni di sistema, l’Alitalia, per esempio.
Il resto è storia di questi mesi. Monti, con cui c’è un rapporto da molti anni (lo chiamò anche nel consiglio di amministrazione della Bocconi), gli chiede di fare il ministro. La telefonata arriva una mattina alle 7 e mezzo, mentre (dettaglio un po’ oleografico) Passera è intento a farsi la barba. Segue la conversazione di congedo con Bazoli, che non la prende bene perché deve in tempi brevi trovare un altro capoazienda in una situazione molto difficile per le banche, ma d’altra parte crede che la decisione di Passera, a cui è legato da un rapporto affettivo, fosse nell’ordine delle cose. Infine l’arrivo al ministero dello Sviluppo economico, nel monumentale palazzo disegnato da Marcello Piacentini, la vetrata di Mario Sironi, e lo studio ministeriale, affacciato sullo scorcio della città che si osserva da via Veneto.
Quel che si dice di Passera è che la scelta di andare a fare il ministro è il primo passo di un percorso politico, di un’aspirazione alla leadership. Chi lo conosce ritiene che a questo disegno lui lavori da anni, e che abbia colto al volo l’occasione, rischiosa, certo, ma irripetibile. Affacciarsi sulla scena pubblica, mentre il Paese è in gravi difficoltà, nella speranza innanzitutto di raddrizzare la situazione, e poi di incassare un dividendo politico. In una intervista al Corriere della sera ha detto: «Il futuro mi ha sempre sorpreso».
Gli analisti più attenti dei movimenti del ministro spiegano la cosa così: Passera è un cantiere aperto, anzi è più cantieri aperti. Tutti sono convinti che farà politica, ma in una situazione così liquida nessuno sa dire che percorso seguirà. Proviamo a mettere ordine nella trama dei rapporti di Passera e di come questi rapporti si potrebbero intrecciare con gli sviluppi degli equilibri politici nei prossimi due anni. Innanzitutto la questione cattolica, se si può dire così. Molti osservatori ritengono che quello sia il cantiere più interessante. Passera vanta una tradizione di buone relazioni con la curia milanese, con il mondo del non-profit e con il sindacalismo cattolico.
A Todi, dove si è tenuto il forum di ottobre che ha reinnescato la discussione sul futuro dei cattolici in politica, era stato invitato da una vecchia conoscenza, Natale Forlani, cislino ed ex amministratore delegato dell’Italia Lavoro. Ma non ha rapporti organici con gli altri ministri di area, il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi, il capo di Sant’Egidio Andrea Riccardi e il ministro della Sanità Renato Balduzzi. Si sono praticamente conosciuti in Consiglio dei ministri. È buono invece il rapporto con Gianni Letta, uno degli interlocutori delle gerarchie vaticane.
Nel sistema dei partiti, tutto è volatile. Di base pezzi di Pd guarderebbero a Passera con attenzione, perché è stato uno dei banchieri delle primarie (anche se lui ha la tendenza a ridimensionare l’episodio), perché viene da un’impostazione culturale genericamente progressista, perché ha passato una parte della sua vita al magistero di Bazoli, perché ha una rete di rapporti in quel mondo a partire da Enrico Letta. Però è vero pure che in una fase di questo genere nel centrosinistra si registrano segnali di cautela rispetto ai banchieri, dopo la crisi e dopo il credit crunch. Al momento è il Pdl a guardarlo con maggiore interesse.
Un po’ per via dei buoni rapporti tra Passera e Silvio Berlusconi: all’inizio del 2008 fu il capo dell’Intesa Sanpaolo il primo uomo dell’establishment economico e finanziario a segnalare con due interviste consecutive, una a Panorama e un’altra al Corriere, un cambiamento di atteggiamento nei confronti del Cav. Metodo Attali, questo era il messaggio: la classe dirigente economica non demonizzi Berlusconi, ma cerchi di capire che ci sono obiettivi di riforme che vanno conseguiti e che non sono né di destra né di sinistra.
Il rapporto con Berlusconi si consolidò poi nella vicenda Alitalia, cioè la scelta di fondere Alitalia e Air One, contenendo le mire dell’Air France. Ovviamente nel Pdl c’è chi osserva con circospezione i movimenti del ministro: Angelino Alfano, intervistato da Francesco Verderami, ha lanciato una frecciata che il giornalista ha interpretato come rivolta al ministro: «Se qualcuno dopo solo due mesi si è già messo a caccia di poltrone…». Ma questo genere di frizioni è inevitabile in politica.
Anche l’affollato mondo centrista guarda Passera con sentimenti complessi. Si dice, però, che Pier Ferdinando Casini consideri l’ingresso in campo dell’ex banchiere una cosa interessante, che con Passera si possa trovare un reciproco completamento. Invece, almeno sulla carta, sarebbe più concorrenziale il rapporto con Luca di Montezemolo, il quale crede che Passera abbia fatto una mossa rischiosa ma abile ad accettare il posto ministeriale, però è convinto anche che la partita vera si giocherà sul fronte del consenso elettorale. E lì tutto è da vedere.
Passera ha una carta dalla sua, cioè l’azione di governo e la gestione quotidiana del potere esecutivo, che ovviamente non è quello del capoazienda, ma quel genere di delicata gestione del possibile con cui si è già cimentato ai tempi delle Poste. Ai dipendenti dei due ministeri che guida, Sviluppo economico e Infrastrutture e trasporti, il 23 dicembre ha spedito una email di auguri natalizi in cui lancia un messaggio con cui chiede sostegno e offre disponibilità: «Cercherò di imparare in fretta questo nuovo difficile “mestiere” e farò il possibile per valorizzare le tantissime competenze e professionalità che ho trovato nei due ministeri».
Ma in questa gestione dovrà superare quotidiani ostacoli. Il rapporto con i giornali, innanzitutto. C’è già stata una dialettica con il Corriere che gli ha chiesto conto del conflitto d’interessi derivante da una partecipazione alberghiera nell’hotel Villa d’Este, un paio di partecipazioni ospedaliere (imputandogli anche un rapporto con l’Opus dei) e dal possesso di titoli Intesa Sanpaolo. Dunque nessuno sconto da via Solferino nei confronti dell’ex capo operativo di un’azionista rilevante, e risposta del ministro a Milena Gabanelli, autrice dell’articolo: azioni già vendute, come aveva anticipato in tv a Fabio Fazio, e partecipazioni donate.
Delicato anche il rapporto con l’altro grande quotidiano, La Repubblica. I rapporti tra De Benedetti e Passera si sono molto allentati negli anni, e in fondo, dicono i bene informati, l’Ingegnere non ha mai del tutto perdonato a Passera di aver preso un’altra strada, di avere conquistato un successo autonomo.
L’azione quotidiana è piena di insidie. Innanzitutto i dossier di cui ha avuto interessi o conoscenza da capo di una banca e che si troverà a gestire da uomo di governo. Dossier su cui avrà avversari con gli occhi spalancati e controllori attenti nei media. Poi l’attività ordinaria, dal beauty contest televisivo (tema delicatissimo) alle polemiche parlamentari sulle decisioni istituzionali (vedi caso Pasquale De Lise all’Autorità per le infrastrutture, toccato dall’inchiesta sulla cricca dei grandi appalti), dai tavoli di crisi aperti dalle imprese in questa fase di recessione fino, per esempio, alla partita liberalizzazioni.
Su questo tema, Passera crede soprattutto nella parte più strutturale, i servizi pubblici locali, il mercato del gas, i servizi elettrici. È più scettico sulla declinazione simbolica del provvedimento, la parte su cui spinge il sottosegretario alla Presidenza ed ex capo dell’Antitrust Antonio Catricalà: taxi e dintorni, cioè, che potrebbero innescare una reazione sociale sul fronte più marginale dal punto di vista delle ricadute economiche.
Sulla gestione del consenso, alcuni giornali hanno accennato a un altro distinguo da parte del ministro dello Sviluppo economico, più favorevole a tenere in piedi un po’ di concertazione di quanto non lo siano altri colleghi, Elsa Fornero per esempio, che nella prima conferenza stampa del governo chiamò con un lapsus Emma. L’idea di fondo è che senza consenso le riforme siano impossibili, ma c’è anche, dice qualcuno, un calcolo che riguarda il futuro: Passera ragiona sul consenso sociale perché gli servirà dopo.
C’è un documento elaborato dal suo staff ristretto che circola in questi giorni e spiega l’idea di fondo del ministro dello Sviluppo economico. Per far ripartire la crescita bisogna attivare quattro motori, competitività delle imprese (promuovere innovazione e internazionalizzazione), efficienza del sistema paese (trasporti, logistica, tlc, pubblica amministrazione), dinamismo complessivo (mobilità sociale, meritocrazia, concorrenza, processi decisionali più rapidi) e infine coesione sociale, quasi sul modello della big society di David Cameron, terzo settore, famiglie e comunità locali.
Chiaro che un programma di questo genere avrebbe bisogno di larghissimo consenso, e che la costruzione del consenso è la parte più complicata per chi deve gestire innanzitutto una situazione di emergenza, fatta di decisioni rapide e, come nel caso delle pensioni, dolorose.
Questo è il tentativo di Passera. In cui bisogna tenere conto anche di una questione più larga. Così come Monti, Passera si rende conto, dice chi lo ha incontrato di recente, che una delle questioni in gioco per lasciare il segno è costringere un pezzo di classe dirigente, l’élite tecnocratica di provenienza economica, ad assumere una responsabilità di guida del sistema, e che questa guida superi la fase emergenziale per diventare più strutturata e duratura.
Questa è una vecchia storia per il nostro Paese, da Luigi Einaudi a Giovanni Malagodi (che nel 1974 a Oriana Fallaci spiegava in un’intervista «l’aspetto parapolitico dell’attività bancaria… quel dover giudicare le cose nel loro complesso, cogliendo l’equilibrio tra le varie parti»), Cesare Merzagora, Ugo La Malfa, fino a Carlo Azeglio Ciampi e a Romano Prodi. Ma nel transito dall’attività economica a quella politica stavolta ci sono due incognite di mezzo: un quadro politico da ridisegnare e dai contorni ancora incerti e una crisi economica molto difficile. E l’opinione pubblica sarà occhiuta con chi arriva dalle banche e dall’economia.
- Lunedì 23 Gennaio 2012

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