Sandro Salvati, l’assicuratore con in tasca la polizza per il Paradiso

In Alleanza assicurazioni

Sandro Salvati quando era numero uno di Alleanza Assicurazioni (Credits: Imagoeconomica)

La notte scorsa è mancato Sandro Salvati, 65 anni, presidente della Fondazione Ania. Lo ricordiamo con le parole di chi lo ha conosciuto da vicino.

di Sergio Luciano

Se esiste un paradiso degli assicuratori, Sandro Salvati c’è andato. E probabilmente non ci avrà trovato molti colleghi. Lui sì, e non perché fosse uno stinco di santo: il presidente della Fondazione Ania per la sicurezza stradale, ed ex amministratore delegato di grandi compagnie come Alleanza e Toro, era semplicemente un uomo vero, di forte temperamento, forti convinzioni, forti passioni e probabilmente forti contraddizioni; ma certamente aveva salvato molte, molte vite. E l’altro mondo, nel quale credeva, gli sarà lieve.

Non è una storia qualsiasi, la sua, e merita un ricordo speciale, non il classico “coccodrillo” che non si nega a nessuno. Perché con Salvati se n’è andato ieri – ma se n’era già dovuto andare via qualche anno fa, dal business – uno dei pochi grandi manager autonomi di testa e di mestiere in un settore di cooptati.

La cifra della sua vicenda professionale è infatti tutta in questa connotazione di autonomia, piuttosto rara nell’ambiente: un dirigente acquisito al vivaio del gruppo Generali dopo una lunga palestra giovanile dai tedeschi dell’Allianz, fino al ’98, a 51 anni. Scelta rara, per il colosso triestino, assumere un “apicale” così formato e così estraneo (e concorrente).

Ma allora, sulle decisioni  di quel gruppo, influiva un altro personaggio straordinario, Alfonso Desiata, che ne mutuava il meglio dei valori storici – la stabilità, il tradizionalismo prudente – senza condividerne la tara dell’asservimento a Mediobanca e della lentezza burocratica, che in altre epoche e modi ha tante volte frenato il colosso.

Salvati entra nel gruppo e svetta: risultati, innovazioni, apprezzamento da parte della Borsa, comunicazione fluida con gli analisti finanziari… E quindi, autonomia decisionale dalla tolda di comando di un’azienda quotata in Borsa, l’Alleanza Assicurazioni, ma detenuta al 60% dalle Generali: troppa autonomia. Molto profittevole, visto che nei sei anni della sua gestione, l’azienda genera utili netti per oltre 1,8 miliardi e vede il fatturato moltiplicarsi da 1,4 a 4,1 miliardi.

Ma neanche 3.500 miliardi di vecchie lire di utili potevano comprare la merce rara che Salvati chiedeva: l’autonomia. E l’estromissione, puntualmente, sopravviene nel 2004.

Una breve sosta in panchina e poi la seconda “grande occasione” della sua vita arriva: il gruppo De Agostini, nella sua politica di diversificazione del portafoglio di partecipazioni rimpinguato dalla vendita della Seat, compra la Toro Assicurazioni dal gruppo Agnelli, boccheggiante per la crisi. Ma non ha idea di come gestirla. Ingaggia Salvati. Anche lì, quasi napoleonicamente – e pur cambiando genere, perché in Alleanza aveva gestito soltanto il ramo vita, mentre alla Toro prevaleva il ramo danni – replica il miracolo, e tutti i parametri gestionali dell’azienda esplodono.

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Ma l’azionista non vuole fare l’assicuratore, da grande: e appena visto che la valorizzazione dell’azienda, riportata dalla bolsa gestione torinese verso livelli di primato, la valorizzava al doppio di quanto pagato, la rivende. E a chi? Ma alle Generali, naturalmente, nonostante tre anni prima il vertice del colosso, da poco insediato da Mediobanca nella persona dello stesso attuale amministratore delegato Giovanni Perissinotto, aveva ritenuto che, a metà prezzo, la Toro non fosse da comprare.

Per carità, sarà stato per ragioni di Antitrust, poi superate: capita. Fatto sta che Generali raddoppia in trenta mesi il prezzo d’acquisto della Toro, trovandola – in compenso – perfettamente risanata e performante. Cosa fa, allora? Conferma il management, si potrebbe pensare. Nossignore. Lo butta fuori. E non lo ammette neanche alla presidenza dell’Ania – l’associazione tra le imprese d’assicurazioni - che pure, a 58 anni e a fine carriera, avrebbe potuto calzare a pennello, a Salvati. Gli ritaglia un posticino alla Fondazione per la sicurezza stradale.

E lui si accontenta, ma lo fa seriamente, come sempre. E petulando, insistendo, premendo, ottiene risultati di comunicazione mai visti, una campagna sociale-choc senza precedenti contro la guida pericolosa, una “live performance” a Roma dalla risonanza internazionale, spot traumatizzanti ma indimenticabili. Una polizza verso il Paradiso.

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