

Ugo Cosentino, presidente e ad di Pfizer Italia
Un miliardo di euro, ticket più, ticket meno. A tanto ammonta l’effetto Italia sui conti delle case farmaceutiche che lavorano nel nostro Paese, tra costi burocratici e fiscali, piani di rientro, caos normativo, tetti di spesa imposti unilateralmente, mancati investimenti in ricerca e ritardi nei pagamenti. Siamo abituati a calcolare l’impatto negativo della nostra reputazione internazionale su spread e rating. Ma anche le contraddizioni e l’elefantiasi del nostro sistema politico ed economico hanno un costo. A fare il conto è Ugo Cosentino, presidente e amministratore delegato di Pfizer Italia.
La succursale della più grande azienda farmaceutica del mondo, nonché numero uno della Iapg (Italian american pharmaceutical group), lobby aderente a Farmindustria che raccoglie le realtà italiane controllate dalle Big Pharma statunitensi.
«Solo sul nostro fatturato 2011 il cosiddetto “effetto Italia” vale 230 milioni di ricavi in meno» spiega Cosentino a Panorama Economy, prima di lanciare la bordata: «Chiaro che a queste condizioni mantenere la nostra presenza qui diventa sempre più difficile».
Pfizer sta pensando di fuggire dall’Italia?
Per il momento no. Il nostro desiderio è di rimanere qui, continuando a investire cifre importanti come facciamo ormai da più di un decennio. Ma se mi guardo intorno mi pare che la fuga sia già in corso e, senza voler fare polemiche con nessuno, mi sembra ampiamente giustificata.
Si spieghi meglio.
Multinazionali straniere in Italia ne sono rimaste pochine. E persino Fiat, che al contrario è una multinazionale con radici italiane, sta palesemente spostando il suo baricentro altrove. Il settore farmaceutico, che io rappresento, è tra quelli che provano a resistere. Ma lo fa a sue spese, senza che nessuno gli tenda una mano, nonostante i sacrifici già fatti in questi anni.
Cosa significa, tradotto in termini numerici?
Questo comparto ha perso 8 mila posti di lavoro in 10 anni, eppure mettere su un laboratorio in grado magari di impiegare qualche decina di neolaureati resta un’impresa titanica. La giungla legislativa genera ritardi su tutto, dal recepimento dei brevetti alla commercializzazione dei prodotti. I rimborsi pubblici, che per noi valgono l’80% dei ricavi, scontano margini continuamente erosi dalle politiche di risparmio sanitario dei diversi governi. Senza contare che quei pagamenti arrivano ad accumulare anche sei, sette mesi di ritardo.
Burocrazia e lentezza sono problemi che non riguardano solo voi.
Fermo restando che questa non è una giustificazione ma un’aggravante, per noi la cosa assume risvolti drammatici. Sa cosa mi chiedono i miei pari grado delle altre sedi europee e i vertici di Pfizer ogni volta che ci riuniamo?
No. Me lo dica lei.
Mi chiedono perché, dopo il via libera europeo, tra l’adozione dello stesso farmaco in Germania o Inghilterra e quella in Italia passino anche due anni.
E lei cosa risponde?
Che qui bisogna passare attraverso altre tre approvazioni: l’Agenzia del farmaco, le Regioni che raramente decidono in maniera simile e simultanea, infine le singole strutture come Asl e ospedali con le quali dobbiamo contrattare fino all’ultimo centesimo. Raccontare queste cose al mio quartier generale di New York è molto imbarazzante. Oltre che frustrante.
Il governo Monti e, prima, quello Berlusconi, hanno fatto male a dichiarare guerra agli sprechi nella sanità?
No di certo. Il problema è che tagliando in maniera lineare, come accade quasi sempre, si colpisce allo stesso modo chi è più o meno responsabile del buco. E le aziende farmaceutiche fanno sicuramente parte del secondo gruppo.
Perché?
I farmaci rappresentano appena il 16% della spesa sanitaria pubblica. Eppure negli ultimi anni la volontà di comprimere questa spesa ha abbattuto i nostri margini del 30%. Lo stesso delta che, non a caso, esiste con i prezzi praticati in Germania e Gran Bretagna.
Sta dicendo che in Italia i farmaci costano meno?
Molto meno: non lo dico io, ma le tabelle di comparazione dei costi dell’Unione europea.
Conclusione?
Con fatturati e redditività in calo, difendere la presenza italiana diventa sempre più difficile.
È per questo che voi e le altre Big Pharma sembrate tiepidi rispetto all’ipotesi di una liberalizzazione che tocchi le farmacie?
Io sono per natura favorevole a qualsiasi allargamento del mercato, specie se l’ottica è quella di un miglioramento dell’offerta. La fascia C di cui si vuole ampliare la disponibilità, peraltro, vale appena il 13% del nostro fatturato, quindi un eventuale minor guadagno su questo fronte non sarebbe drammatico.
Le vostre lamentele diventano meno credibili se non sono accompagnate da proposte concrete. Cosa mette sul piatto del dialogo con il governo?
Si possono risparmiare da subito cifre importanti ottimizzando la distribuzione e l’utilizzo dei prodotti: basterebbe prevedere la presenza di farmacisti di ruolo nei reparti più sensibili degli ospedali, come in molti Paesi stranieri.
Poi?
La prevenzione. In Lombardia siamo da anni partner della Regione in un maxiprogetto che prevede la compilazione di undatabase clinico, degli stili di vita e dei fattori ambientali. Funziona e sul lungo periodo consentirà di risparmiare sulle cure e dunque sui farmaci.
Che altro?
La ricerca. Pubblico e privato non dovrebbero finire in contrapposizione come spesso accade, soprattutto in campo farmaceutico e biotech. Anche perché in Italia le eccellenze in arrivo dalle università ci sono, ma poi faticano a tradursi in aziende e brevetti di peso. Ma questo non è solo colpa del governo, anche se naturalmente un po’ di burocrazia in meno e un po’ di incentivi «veri» in più non guasterebbero.
Voi quanto investite in Italia?
I nuovi investimenti ammontano a 70 milioni l’anno. I progetti in corso sono oltre un centinaio. Abbiamo laboratori a Catania, ad Ascoli e Aprilia. A Milano c’è il nostro centro mondiale di ricerca oncologica con oltre 300 dipendenti, di cui 100 ricercatori. Esportiamo il 57% della produzione e creiamo un indotto importante in tutte le aree in cui operiamo.
È per ribadire tutto questo che avete chiesto di essere convocati dal neoministro della Salute Renato Balduzzi?
Sì. Gli diremo che la nostra disponibilità ad andare avanti è molto evidente, ma subiamo azioni di contenimento dei prezzi di prodotti anche innovativi che ci portano a chiederci se questo sia davvero il Paese ideale dove continuare a investire. Ricordo che gli investimenti worldwide di Pfizer ammontano a circa 80 miliardi l’anno e vengono decisi anche in base alla compatibilità ambientale.
Cioè all’accoglienza che vi viene riservata.
Più o meno è così. E si tratta di una conclusione a cui potrebbero giungere molti altri country manager. Lottare contro i mulini a vento non fa piacere a chi, avendo creato migliaia di posti di lavoro, crede di meritare più considerazione.
Dietro queste minacce non ci sarà anche il malumore verso i controlli fiscali che hanno messo nel mirino le multinazionali straniere? Dopo il caso Bosch, sono scese in campo anche l’American Chamber of commerce e l’ambasciata statunitense.
Il problema fiscale c’è, ed è una variabile di cui negli Usa si tiene conto quando si affrontano decisioni importanti come il Paese in cui investire. Siamo in contatto con l’ambasciata e l’Amcham e posso dire che la
sensazione è la stessa per tutti i settori e le corporation che lavorano qui.
Nessun accanimento specifico, però. Giusto?
Pagare le tasse nel Paese in cui si produce è un dovere, e noi lo facciamo. La pressione eccessiva è un problema, ma quello che mi preoccupa di più è la specificità tutta italiana di cambiare continuamente il quadro di riferimento. A queste condizioni il rischio di fare qualche errore aumenta. Ma una contestazione fiscale non può e non deve diventare una gogna pubblica: per le multinazionali l’immagine è fondamentale.
- Giovedì 26 Gennaio 2012
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