
Il presidente del Consiglio Mario Monti (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)
di Oscar Giannino
Da «vecchio zio» dell’Istituto Bruno Leoni (traduco così l’anglismo «senior fellow») e da sua grancassa con il nostro Chicago-blog, posso dire che la settimana delle liberalizzazioni montiane, enfaticamente battezzate «cresci Italia», è stata per noi una vera pacchia. Dal Corriere della sera a Repubblica, al Sole 24 Ore, alla Stampa, tutti i quotidiani hanno dovuto fare riferimento ai criteri e ai giudizi in materia di concorrenza elaborati dai giovani ricercatori, giuristi ed economisti, coordinati dai giovanissimi Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro. Per me (e spero per molti lettori di Panorama, se la pensano come me) è un segno di grande speranza. C’è un serbatoio di pensiero e competenze liberali e mercatiste che inizia a essere riconosciuto come punto di riferimento obbligato. L’Italia ne avrà sempre più bisogno.
Il giudizio complessivo che abbiamo espresso sulla congerie di misure si sintetizza in due brevi punti. Il primo è che va apprezzata l’enfasi di mettere la concorrenza al centro dell’agenda italiana. Il secondo è che il giudizio nel merito è per noi insufficiente.
Sicuramente non tale da giustificare né l’enfasi mediatica né l’ottimismo delle previsioni d’impatto sull’economia italiana, disinvoltamente ricopiate nella relazione al provvedimento con metodo copia-incolla da due «paper» di Confindustria e Bankitalia che prevedevano un più 10,8 per cento di pil nel decennio, ma in caso di abrogazione del valore legale del titolo di studio, separazione netta della rete dai servizi di ogni «incumbent» pubblico, e via proseguendo con una lunga lista di misure radicali che in nessun caso sono comprese nei quasi 100 articoli varati dal governo.
Lasciamo perdere poi il Corriere, che è arrivato a scrivere che ci saranno quasi 2 mila euro in più ogni anno nelle tasche di ogni cittadino, in un rodeo in cui ogni associazione di consumatori ha detto la sua, da 200 a 900. Cerchiamo di rifare il punto, in capitoletti. Partendo dal capitolo che si è subito aggiunto alle liberalizzazioni, la riforma del mercato del lavoro, al quale venerdì 27 gennaio si aggiunge anche il decreto semplificazioni che è farina più che altro del ministro Filippo Patroni Griffi, come le liberalizzazioni sono targate Antonio Catricalà.
- MERCATO DEL LAVORO
L’avvio di lunedì 23 gennaio è una finta falsa partenza. Attenti a giudicare il ministro Elsa Fornero come un’ingenua. Non fu ingenuità, il 18 dicembre 2011, farsi sfuggire nell’intervista al Corriere l’accenno all’articolo 18 che ha subito irrigidito la Cgil e compattato su di lei Cisl e Uil. Allo stesso modo, non è un’ingenuità non avere distribuito il testo alle parti sociali, lunedì 23 gennaio.
Fornero è uno dei membri del governo più preparati e più determinati, ha idee toste e meditate da anni nella sua materia. Al «mese di confronto telematico», una bella trovata che leva il tavolo rituale dei caffè notturni e del braccio di ferro ostentato agli iscritti, ha affidato tre messaggi chiari. Le piace il triennio d’inserimento nelle aziende con tutele crescenti della riforma Nerozzi-Madia. Le piace la limitazione più stretta possibile dei contratti a tempo, con l’idea di fare dell’Italia l’unico paese al mondo con un modello unico di contratto a tempo indeterminato. Le piace l’idea di un reddito minimo a copertura universale. Per il quale non ha fondi, ma si potrebbero ricavare dalla diminuzione della copertura pubblica alla cassa integrazione in deroga, se la cassa fosse ristretta a un anno, e dalla delega fiscale su deduzioni e detrazioni.
I sindacati non potranno che dire no, finché non si capisce chi paga, e per quanto riesce a farlo oltre alle 52 settimane. Le imprese non potranno che dire no perché rischiano di pagare di più rispetto a oggi, e con un mercato del lavoro ancora più rigido. Perché la tutela giudiziale ai licenziamenti non solo discriminatori resterebbe, con rito abbreviato, e tanti saluti a molti anni di chiacchiere sulla riforma propugnata da Pietro Ichino e sulla «flexsecurity». Bisognerà lavorarci molto, il rischio di benzina sul fuoco del conflitto sociale imporrebbe cautela.
- TELEVISIONI E «BEAUTY CONTEST»
Avere deciso altri 90 giorni di dilazione per la riassegnazione delle frequenze digitali, con procedura diversa e onerosa, è una mossa da pokeristi «cattivi». Significa incertezza per le tv, significa attesa per l’intervento annunciato da Mario Monti in Rai, e significa minaccia a Mediaset, visto che la dilazione è come una pistola sul tavolo. Che il Pdl non alzi troppo la voce, altrimenti si cambia. Anche se nelle direttive Ue si faticherebbe a trovare altro che il «beauty contest», è ovvio che si può rimettere mano alla questione se Corrado Passera, ministro dello Sviluppo, apre una partita con le imprese telefoniche aggiungendola alla questione della rete in banda larga.
- IL BUONO DEL DECRETO: SNAM-ENI
La separazione proprietaria della Snam Rete Gas dall’Eni è attesa e continua a essere rinviata dopo un provvedimento di legge che la disponeva già nel 2003. Dovrà essere disciplinata da un nuovo decreto entro i prossimi sei mesi, a decreto governativo «cresci Italia» approvato. La separazione fra rete e servizio serve per evitare oneri impropri al consumatore, derivanti anche dalle politiche di approvvigionamento di lungo periodo «take or pay», adottate dal cosiddetto «incumbent». Vedremo a quali termini e con quale tempistica verrà resa cogente la riduzione della partecipazione dell’Eni al capitale della Snam.
Ma perché il provvedimento investe solo la rete di trasporto nazionale e non anche gli stoccaggi? La Stogit (l’azienda del gruppo Eni che fa servizio di stoccaggio di gas naturale, ndr) ha in pancia la quasi totalità degli stoccaggi italiani, e il sottoinvestimento in questo segmento forse è solidale all’interesse con la capogruppo. Comunque un grande passo avanti per il mercato del gas, e l’Eni farà emergere valore nel suo titolo.
- IL BUCO: POSTE-FERROVIE
La separazione tra reti e gestione del servizio, e la limitazione delle privative aprendo alla concorrenza, mancano invece per Ferrovie e Poste. Per le prime, c’è l’ok al contratto diverso dal contratto collettivo nazionale di categoria sottoscritto dai dipendenti della società Ntv di Luca Cordero di Montezemolo, Gianni Punzo, Diego Della Valle, Intesa-Sanpaolo e i francesi della Sncf.
Monti, però, ha detto che separare la rete dal servizio sarebbe stato concedere un favore troppo grande ai concorrenti esteri. Ovvio invece che, se si separava il BancoPosta dall’azienda, per le banche c’era un temibile concorrente in più.
Entrambe queste misure mancanti significano che lo Stato non intende vendere nulla, nemmeno con i professori al governo. È un grave errore non capire che il debito pubblico rientra meglio cedendo i 500 miliardi di mattone di Stato, e molte delle società a controllo pubblico centrali e locali (queste ultime sono quasi 9 mila). Lo Stato preferisce, anche coi professori, alzarci le tasse e abbattere così la crescita, pur di non cedere nulla del suo. In Gran Bretagna non c’è più un treno pubblico dal 1994 e da allora i dipendenti sono passati da 117 mila a 112 mila perché con più efficienza si è risposto a un aumento della domanda superiore al 30 per cento. Da noi i dipendenti pubblici sono scesi da 126 mila del 1997 a 80 mila, e domanda e offerta sono statiche.
- LA GRANDE CONTRADDIZIONE: FARMACIE E NOTAI CONTRO ASSICURAZIONI E BENZINA
C’è un insanabile salto logico nei criterio adottato a Palazzo Chigi per alcuni settori. Nel caso di farmacie e notai, liberalizzare significa diminuire le privative, cioè estendere ad altri concorrenti la facoltà di vendere farmaci di alcune fasce in un caso, e aprire gli atti riservati ai notai all’esercizio da parte di avvocati e commercialisti nell’altro. Invece Monti e Catricalà hanno deciso per un aumento della pianificazione dell’offerta, regolata dallo Stato: 5 mila farmacie in più, ma eguali a prima; 500 notai in più l’anno, ma eguali a prima. Roba da gosplan sovietico: la liberalizzazione qui è parola fuori luogo.
Al contrario, per gli assicuratori e per una fascia (assai limitata) di stazioni di carburante, il criterio seguito è quello di infrangere autoritativamente l’integrazione verticale delle catene distributive.
L’agente monomandatario non è mai piaciuto a Catricalà. Ma il benzinaio, per offrire più proposte al cliente, dovrà pagare più piattaforme informatiche e temo che il prezzo salirà; mentre per gli esercenti di stazione proprietari di licenza e non integrati nelle compagnie petrolifere il prezzo prevalente sarà quello dell’80 per cento da cui continuerà a rifornirsi.
Quanto alle scatole nere per la Rca (la responsabilità civile auto), saranno a carico delle compagnie i costi per l’installazione volontaria sulle auto degli assicurati. Sono dispositivi potenzialmente rivoluzionari, dal momento che possono fornire un’accurata storia del veicolo. Non si capisce perché non se ne sia lasciata la disciplina al mercato, integralmente e limpidamente. Chi vuole installare una scatola nera suggerisce, in virtù di questo solo fatto, di essere tendenzialmente più prudente di altri alla guida. Questo può influenzare la stima dei rischi: lo capiscono gli assicuratori senza bisogno di suggerimenti. E allora perché il governo non prova a dare una spintarella in questa direzione?
- E TUTTO IL RESTO È QUASI NULLA
L’Autorità delle reti per superfetazione di quella dell’energia? Vedere per credere, fichi e pere sono cose troppo diverse. Il rito giudiziale specializzato per le imprese? Introdotto nel 2005, già abrogato nel 2009. Prevedere che 12 sedi di tribunali competenti per le cause sui diritti proprietari diventino sede di tutte le cause societarie significa che le cause dureranno decenni. L’ufficio concorrenza a Palazzo Chigi per superare i ritardi delle autonomie? Fantastico: una liberalizzazione che introduce nuovi uffici centrali. L’obbligo di preventivo per i professionisti? Abolire tariffe minime e massime è ottimo, ma i miei avvocati dicono che sui preventivi gli scappa da ridere. I limiti alle commissioni per le carte di pagamento? Dopo avere proibito i pagamenti contanti oltre i 1.000 euro, il governo ripecca di statalismo dicendo che l’intermediario non si ripaga.
Per carità, nel decreto cresci Italia c’è anche roba buona. E non cambio idea: il governo è da sostenere. Ma temo che con l’Istituto Bruno Leoni avremo ancora anni di lavoro davanti a noi. Se queste sono le grandi botte di concorrenza che aspettavamo, io sono alto e biondo.
- Martedì 31 Gennaio 2012
EURO SI O NO?
STRATEGIE E NUMERI DELLA BIG IPO
COME SI CALCOLA
LA CRISI IN CIFRE
FAME, DISOCCUPAZIONE, NUOVI POVERI
ECONOMIA 2.0
IL PIANO MONTI
LA RIFORMA: ARTICOLO 18, PROPOSTE, DIBATTITO
LA RIFORMA, I NUMERI, LE POLEMICHE
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
START UP E IL NETWORK ITALIA-USA
APPLE - LUCI E OMBRE
FOTOGRAFIA EUROPEA 2012
IL GRAFICO DELLA SETTIMANA
VITE STRAORDINARIE
DIETRO LE QUINTE
IL MADE IN ITALY DI SUCCESSO










IL MEGLIO DEL 2011
G20 di Cannes: i protagonisti e le loro sfide






Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 31 Gennaio 2012 alle 13:14 Economia e Finanza : Liberalizzazioni: Professor Monti, stavolta i voti glieli diamo noi ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 31 gennaio 2012 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.