di Sergio Luciano
Legittima difesa. Senza eccesso colposo. Il “piano Viola” al Monte dei Paschi di Siena è vissuto a Rocca Salimbeni – il secolare palazzo che ospita il quartier generale della banca – come una sorta di una legittima difesa contro l’offensiva dell’Eba, più che un’autorithy bancaria, un baco nel sistema europeo (“ha un effetto prociclico”, cioè peggiora la situazione anziché migliorarla, ha sentenziato su di essa perfino il presidente della Bce Mario Draghi).
L’insieme di operazioni che il neodirettore generale della banca senese Fabrizio Viola sta avviando per ottemperare alla richiesta di consolidamento patrimoniale senza effettuare altri aumenti di capitale, e che era stato predisposto dal precedente direttore generale Antonio Vigni, oggi consulente della Fondazione Montepaschi, sembra comunque aver convinto l’Eba: almeno, così ha detto il presidente del Monte e dell’Abi Giuseppe Mussari.
Ora si tratta di attuarle, presto e bene: missione non semplice. E ad equilibri ristabiliti sarà forse il caso di ridiscutere dei problemi strutturali che il caso Siena ripropone con forza a tutto il sistema bancario italiano: prima di tutto, la gracilità degli assetti proprietari. Ma andiamo con ordine.
IL DIKTAT EUROPEO
In teoria, stando all’Eba, il Monte dei Paschi deve rinforzare il suo capitale con 3,26 miliardi di euro di risorse fresce. Più della capitalizzazione dell’istituto. È la condizione per arrivare entro giugno 2012 ad un “core-tier 1” (il numero magico che indica quanto è solda un banca) del 9. Ma i vertici, d’accordo con quelli della Fondazione che a tutt’oggi possiede il 49% abbondante del capitale, pensano che ci siano alternative a un aumento di capitale. E lo hanno argomentato, nero su bianco, nel “piano Viola”.

Fabrizio Viola, direttore generale Mps (Credits: Imagoeconomica)
Il piano prevede:
- la conversione dei prestiti obbligazionari Fresh oggi “in pancia” alla banca;
- un risparmio di circa 600 milioni che si otterrebbe estendendo al 100% degli impieghi l’adozione dei modelli interni avanzati di valutazione (attualmente al 70% del portafoglio);
- altri 5-600 milioni dalla vendita della società di credito al consumo del gruppo, Consum.it;
- 300 milioni come ritenzione di utili nei sei mesi fino a giugno;
- ulteriori 700 milioni di dismissioni: parte del patrimonio immobiliare, controllate minori come Biverbanca o la filiale francese Montepaschi Banque.
Una sfida, non c’è che dire: in tempi di mercato gelido, non sarà facile trovare gli acquirenti giusti, tanto più perchè il mondo intero sa che l’istituto è costretto a vendere. Già: ma il punto è proprio questo, ed è qui che s’incardina il concetto della “legittima difesa” del Monte. Siena ha fatto una mossa, a fine 2007, che già allora parve coraggiosa ai confini con la temerarietà, comprando la Banca Antonveneta per nove miliardi di euro.
Un boccone quasi indigeribile che però, in quel momento, e prima della crisi del 2008 sembrò sì caro, ma non strapagato: tanto che per 8 la stavano valutando vari altri gruppi… Mussari, che già allora presiedeva il Monte, volle far compiere così al suo istituto un passo avanti determinante verso la dimensione nazionale, e ci riuscì; acquistando un caposaldo fortissimo in un’area molto ricca del Paese.
Ebbene, quel boccone tanto grosso, pur carico di rogne e di debiti non buoni, è stato sostanzialmente digerito. L’ammanco di capitale imputato dall’Eba al Monte è in buona parte da riconnettersi alla valutazione “mark to market” dei titoli di Stato italiani in pancia alla banca senese, ottenuta cioè secondo lo stesso, devastante criterio che l’Eba ha imposto a tutti.
LA FRAGILITA’ PROPRIETARIA
Quel che però la crisi di capitalizzazione delle banche in genere e del Monte in particolare ha evidenziato è l’inconsistenza dell’assetto proprietario. Per vent’anni il sistema bancario italiano è andato avanti nell’equivoco che le Fondazioni bancarie fossero azioniste solide, e invece i fatti s’incaricano oggi di dimostrare che non lo sono.
Avendo in dote un portafoglio da gestire che in molti casi tende a conincidere con la partecipazione nella banca conferitaria e in altri è stato diversificato ma con criteri prudenziali – come la legge impone – e rende quindi poco, le Fondazioni non dispongono di una significativa leva finaziaria: non possono indebitarsi se non entro il 20% del valore del loro patrimonio, a sua volta fluttuante con le capitalizzazioni di Borsa, sono obbligate a erogare provvidenze al territorio e insomma, sono azionisti impotenti.
Nel capitale di Unicredit hanno dovuto diluirsi dal 14 al 12% (tra tutte) per tener dietro al maxi-aumento da 7,5 miliardi di euro. E ormai nel capitale del Monte dei Paschi la Fondazione non sarebbe in grado di investire ancora, oppressa com’è da oltre 1 miliardo di debiti fatti per sottoscrivere le precedenti operazioni del Monte. E che deve restituire in fretta: entro marzo, al pool di banche estere con cui ne ha il grosso.
L’OPERAZIONE “DI SISTEMA”
Antonio Vigni, ex direttore generale del Monte, che ha appena lasciato la banca è stato cooptato dalla Fondazione come consulente per gestire l’emergenza di questo debito, starebbe attivando – a quanto si è appreso, senza dettagli ma senza smentite – la classica “operazione di sistema”, in cui la solita Mediobanca, coadiuvata da Unicredit e Intesa Sanpaolo (in teoria le due principali concorrenti del Montepaschi) rileverebbero i debiti dell’ente senese verso gli stranieri per dargli modo di collocare con calma e in buone mani una fetta significativa del proprio pacchetto nella banca, riducendosi – vivaddio – dal 49% circa, di cui oggi dispone, giù verso quota 30% se non più sotto.
La classica operazione “di sistema” che nasconde in effetti un’operazione “di cartello”, dove Mediobanca orchestra un arrocco attorno a pochissimi centri di potere finanziario, che dettano poi legge sul mercato: perché è chiaro che la Fondazione, per farsi finanziare, non può dare altro, in pegno, che non le proprie azioni del Monte. Quindi i tre istituti italiani, se la finanzieranno, diventeranno in qualche modo azionisti del loro concorrente! Intendiamoci: è un’operazione che ha senso nella misura in cui si limiti a dare tempo a Vigni ad attuare una prudente ricerca dei nuovi soci stabili cui trasferire la quota del Monte da vendere per far rientrare “strutturalmente” la Fondazione dal suo debito-monstre…
Ma il rischio logico e concreto è che questa nuova compagine, alla fin fine, si riduca al solito giro di azionisti di comodo, né capaci né comunque “autorizzati” a dare un contributo strategico alla gestione dell’asset comune…
Sullo sfondo, aleggia infine la prospettiva di un intervento pubblico nel Monte, proprio attraverso l’acquisizione di quote della Fondazione nel Montepaschi da parte della Cassa depositi e Prestiti: niente di scandaloso, visto quel che hanno fatto in tutti gli altri Paesi europei gli Stati, durante la crisi del 2008 e successivamente. Ma pur sempre un ritorno dello Stato in un settore che si considerava privatizzato.
Nota a margine: il principale socio (ex-socio) privato del Monte, Francesco Gaetano Caltagirone, ha quasi azzerato la propria partecipazione nella banca senese, di cui era oltretutto vicepresidente, rimettendoci 200 milioni e ha investito in Unicredit. Morale della favola: entrato in banca anche per assumere maggior prestigio, è stato invece bersagliato, negli anni, da continue polemiche ed ha subito maggiore esposizione mediatica per la condanna (in primo grado) incassata sulla vicenda Unipol-Bnl. Ma sarà poi così sensato investire nei “salotti buoni”?
- Lunedì 6 Febbraio 2012



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Il 6 Febbraio 2012 alle 14:15 Economia e Finanza : Mps, il piano Viola e la legittima difesa contro l’Eba ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 06 febbraio 2012 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
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