

Alessandro Benetton nel magastore di South Extension a New Delhi (ANSA/UFFICIO STAMPA BENETTON)
di Sergio Luciano
E se mentre Marchionne lo dice, i Benetton lo facessero sul serio? Lasciare addirittura l’Italia no, ridimensionare la propria presenza sì. È quel che inizia a ipotizzare più d’un autorevole osservatore delle mosse del gruppo di Ponzano Veneto. Non che ci sia un nesso, non che ci sia un rapporto di causa-effetto: certo è, però, che l’uscita (non totale, dovrebbero scendere dal 33 al 10%) dal capitale di Igli, e per esso da Impregilo, e il delisting di Benetton Group dalla Borsa di Milano, viste così, l’una dopo l’altra, sono due mosse che fanno effetto. E che raccontano la saturazione dei quattro fratelli fondatori del gruppo e del loro attuale «timoniere» Alessandro, primogenito del capostipite Luciano, verso le beghe italiane.
Che certo gli hanno reso tanto: ma gli hanno anche portato un sacco di grane. Uscire da Impregilo e prendere in cambio azioni in più dentro Autopista do Pacifico, il colosso autostradale cileno con 2 mila chilometri di rete, che controllano pariteticamente, oggi, col 45% ciascuno: è quel che sarà formalizzato tra una quindicina di giorni, alla scadenza formale dell’opzione sulle quote in Igli (il 33%) messe in vendita dal gruppo Ligresti. Meno Italia, più estero, dove i Benetton si trovano a proprio agio, con 5 mila dei 6 mila negozi, con due terzi del business di Autogrill.
E Autostrade? E Aeroporti di Roma? Due monopoli naturali italianissimi, due vere e proprie «cash-cow», mucche per mungere dividendi; ma molto indebitati (in parte proprio da chi le ha comprate a suo tempo) perché gli aumenti tariffari su cui i compratori contavano per rientrare dal debito sono sempre stati concessi con il contagocce. Venderli? A trovare qualcuno disposto a comprare, forse sì: del resto, sono passati solo sei anni da quando i fratelloni veneti stavano vendendo tutto al colosso spagnolo Abertis.
Ma il premier Romano Prodi disse no. E poi quella scorreria in Telecom Italia con Marco Tronchetti Provera: un brutto quarto d’ora, costato salatissimo, con una minusvalenza di circa un miliardo di euro. L’uscita da Edizione Holding, dopo un quarto di secolo di onorata carriera, del massimo manager-consulente della famiglia, Gianni Mion, senza rimpiazzi, è un altro segnale chiaro: la famiglia non vuole più ripercorrere la via dell’alta finanza. Vuol fare quel che sa fare, stare sul mercato globalizzato con i suoi prodotti e servizi retail: l’abbigliamento e la ristorazione per la mobilità e magari anche le autostrade, ma alle condizioni internazionali.
- Venerdì 17 Febbraio 2012
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Il 18 Febbraio 2012 alle 16:14 Economia e Finanza : Benetton, l’obiettivo? Ridurre il peso dell’Italia ha scritto:
[...] Economia Pubblicato: 18 febbraio 2012 Autore: aggregatore Sezione: Economia e Finanza [...]
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