Mario Monti, il Professore e il tabù del posto fisso


Mario Monti. Il Professore e il tabù del posto fisso

Il premier Mario Monti

di Giampiero Cantoni

L’articolo 18 non deve essere un tabù. È, al momento in cui scrivo, la quarta volta che questa frase esce dalla bocca di Mario Monti. Il presidente del Consiglio prende la riforma del lavoro molto sul serio e la tratta come una questione cruciale dell’agenda di governo. Ha ragione. Il governo Monti nasce perché il precedente governo Berlusconi, a causa di dissidi interni che purtroppo riverberano anche nelle attuali vicende Lega-Pdl, non riuscì a realizzare nei tempi previsti l’agenda dettata da Jean-ClaudeTrichet e Mario Draghi nella lettera che la Banca centrale europea e la Banca d’Italia mandarono al nostro Paese in agosto.

Quella lettera, interpretata come un commissariamento, era in realtà un promemoria. Un catalogo pressante di buoni consigli, dalla riduzione dei ranghi della pubblica amministrazione alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, un elenco che ricordava molto da vicino l’agenda del berlusconismo.

Un’agenda rimasta interrotta, sacrificata sull’altare della politica politicante. Oggi Monti è in posizione agevolata, per riprenderla e portarla alle sue più definitive conseguenze. Deve farlo, perché il mandato del suo governo non è derivato dal verdetto delle elezioni: viene direttamente dalla lettera della Bce, deve esplicarsi sulla base di quella. Sulla capacità di mettere a tema quei punti programmatici, si gioca la sua credibilità.

Nella lettera della Bce c’è l’articolo 18: bisogna aumentare la flessibilità in uscita per agevolare maggiori assunzioni. E, aggiungo io, per riformare nel profondo il sistema delle imprese. Le aziende italiane combattono sui mercati esteri, sono ricche di competenze e di creatività imprenditoriali, ma sono piccole, non crescono dimensionalmente, fanno fatica a fondersi.

I motivi sono molti: la nostra cultura, certo, l’ossessione del controllo. Ma anche, e forse soprattutto, l’articolo 18: l’impressione, diffusa e corretta, che superare la fatidica soglia dei 15 dipendenti significhi rinunciare alla possibilità di interagire flessibilmente con il complesso della forza lavoro, di fare ristrutturazioni, di adattarsi ai bisogni del mercato. È paradossale ma va così: la paura di non poter licenziare domani spinge a non assumere oggi. E questo è tanto più vero nel caso di investitori stranieri.

Chiunque guardasse la struttura produttiva italiana, abbondante di imprese medie e piccole, la immaginerebbe più interessante per i fondi di private equity (quelli che mettono capitali e competenze manageriali nelle imprese, per rivenderle una volta rese più efficienti) che la Francia, Paesi di aziende più grandi e con un ruolo di programmazione dello Stato molto più forte. Purtroppo non è così: si fa più private equity in Francia che in Italia. Sono tutti quattrini che perdiamo: chi viene dall’estero e porta risorse porta opportunità a tutti e, alla lunga, maggiore occupazione. Ma se nelle imprese italiane non si può fare efficienza, perché fonderle l’una con l’altra è difficile e perché farle crescere porta con sé forti controindicazioni, capitali freschi non arriveranno mai.

E, con essi, ai nostri imprenditori continueranno a mancare le risorse e lo stimolo a fare un altro passo. Dalla crisi si esce con lo sviluppo, con la crescita, non con le belle parole, nemmeno coi patti europei o con una Bce che stampa moneta. Per tornare a crescere abbiamo bisogno di investimenti: imprenditori italiani che vogliano mettere quattrini nelle loro imprese, investitori stranieri che comincino a trovare interessante l’Italia.

Monti sa che l’articolo 18 è un vincolo importante, con conseguenze tremendamente negative: come il centrodestra dice dal 1994, e come anche la Confindustria diceva sotto la presidenza di Antonio D’Amato. Sa anche che l’articolo 18 è un simbolo. Il simbolo di un’Italia irriformabile. Anche per questo è imprescindibile metterci mano, ora. Non è il tempo della pazienza.

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