
Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro (Credits: Imagoeconomica)
Una lunga serie di polemiche e qualche proposta concreta. In questo clima si aprirà domani il terzo tavolo di confronto tra il governo e le parti sociali sulla prossima riforma del lavoro, che il governo vorrebbe varare entro un mese.
Mentre la Uil ha avanzato oggi l’idea di utilizzare 8 miliardi di fondi europei per finanziare le agevolazioni a oltre 200 mila contratti di apprendistato, l’attenzione dei media si concentra ancora sulle frasi pronunciate ieri dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, durante un convegno di Federmeccanica a Firenze, dove ha accusato i sindacati di proteggere, attraverso le tutele dell’articolo 18, alcuni fannulloni o i lavoratori disonesti. Parole pesanti, che hanno mandato su tutte le furie i leader di Cisl, Uil e soprattutto il segretario della Cgil, Susanna Camusso che ha chiesto le scuse della presidente di Confindustria .
“Quelle di Marcegaglia sono frasi inopportune”, dice Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro che, in vista del tavolo di domani, invita le parti sociali a usare toni più pacati, senza concentrarsi troppo nelle polemiche sulla disciplina dei licenziamenti. “Da tempo siamo favorevoli a riformare l’articolo 18″, dice, “ma oggi c’è un’altra priorità da affrontare: la riduzione del costo del lavoro, che in Italia è troppo alto”.
Dunque, le frasi di Marcegaglia sono da condannare?
Direi che la presidente di Confindustria ha fatto una ingiusta generalizzazione e ha inasprito il clima della discussione, in un momento così delicato. Se si vuole approvare una riforma del lavoro con il consenso di tutte le parti sociali, ognuno deve smorzare i toni.
Anche lei, però, in passato si è detta più volte favorevole alla revisione dell’articolo 18, proprio come Confindustria. Non è vero?
Certo. Da tempo proponiamo di elevare la soglia di applicazione dell’articolo 18, che oggi è in vigore soltanto per le aziende con più di 15 addetti. Si potrebbe innalzare di un po’ il livello, portandolo ad esempio a 30 o 40 dipendenti. Ma vorrei aggiungere una cosa: questo provvedimento, seppur importante, oggi non rappresenta affatto una priorità per rendere più dinamico il mercato del lavoro e stimolare le assunzioni.
Cosa occorre, allora?
Soprattutto una riduzione del costo del lavoro, che in Italia è troppo elevato. Secondo le nostre analisi, un dipendente che riceve in busta paga un assegno netto di 1.200-1.300 euro al mese, pesa sul bilancio dell’azienda per più del doppio, cioè per almeno 2.600 euro.
All’estero non è così?
Direi di no. Se si guardano i dati dell’Ocse, si scopre che gli stipendi netti italiani sono soltanto al 22° posto tra quelli dei paesi industrializzati. Se si prendono in esame le retribuzioni lorde, invece, il nostro paese è al terzo posto.
Come si potrebbe ridurre il costo del lavoro?
Su questo fronte, abbiamo presentato alcune proposte molto concrete: innanzitutto un abbassamento ad appena il 10% dell’aliquota irpef sui redditi al di sotto dei 26mila euro, accompagnata da una limatura, dal 6,9 al 6%, dell’accantonamento per il Tfr (il trattamento di fine rapporto, ndr), cioè la quota di stipendio destinata solitamente alla liquidazione. Sarebbero dei provvedimenti che portano dei benefici sia ai lavoratori, sia alle imprese, facendo salire le buste paga nette e scendere gli oneri per le retribuzioni lorde. Poi, proponiamo anche alcune misure per incentivare la produttività.
Quali?
Una riduzione del 50% i permessi di lavoro ma anche dei periodi di ferie del dipendente, che dovrebbero essere portati a un massimo di 4 settimane, anche quando alcuni contratti collettivi di lavoro prevedono una durata più lunga.
Non crede che i sindacati farebbero le barricate di fronte a queste proposte?
Nella situazione attuale, credo che sia necessario fare tutti un sacrificio. I lavoratori dovrebbero rinunciare a un po’ di riposi, in cambio di un aumento dello stipendio. Se le nostre proposte venissero approvate, la differenza tra il lordo e il netto della busta paga scenderebbe da oltre il 110% di oggi, a circa l’80%
Non vi sarebbe un onere per le casse dello stato?
Abbiamo stimato un costo complessivo attorno ai 4 miliardi di euro, già coperto però dai benefici della lotta all’evasione, che ha già portato allo stato a maggiori entrate per circa 11 miliardi. Inoltre, molte altre risorse si potrebbero recuperare inasprendo le sanzioni contro il lavoro nero e quello irregolare.
- Mercoledì 22 Febbraio 2012
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