
Chiamiamola pure generazione N. La generazione di studenti, tecnici, imprese cresciuta dopo il referendum antinucleare e che guarda con favore al ritorno delle centrali in Italia. Chi sono?
- Venerdì 26 Febbraio 2010

Chiamiamola pure generazione N. La generazione di studenti, tecnici, imprese cresciuta dopo il referendum antinucleare e che guarda con favore al ritorno delle centrali in Italia. Chi sono?
I riccioli sono quelli, ma ci sono tanti modi di essere un Tronchetti Provera. Si può anche essere laziali e preferire treno e metropolitane al trasporto su gomma. E questo è il modo di Nino Tronchetti Provera, cugino di Marco (”Mister Pirelli”) e presidente e fondatore del fondo Ambienta, in Italia il primo specializzato nel settore ambientale. Nino Tronchetti Provera discute con il principe di Galles della prima lobby del green al mondo e alla famiglia ha già dato il Gecam, il “gasolio ecologico” con cui la Cam (controllata dalla Pirelli Technologies) fa metà cento del fatturato. Se ci mettiamo anche una tesi di laurea profetica nel 1992, la prima sul tema del business green, che gli valse la lode e l’ingresso in McKinsey, le credenziali aumentano. E sentirgli dire che l’Italia rischia di perdere il treno verde non fa piacere. Soprattutto se in mano ha 175 milioni da investire.
“Sulle fonti rinnovabili abbiamo un sistema di incentivi molto avanzato, però green economy non vuol dire soltanto questo. Nel mondo c’è fermento, mentre in Italia il valore del settore ambientale non è ancora stato compreso. Eppure, il grande interesse che si è creato sulle energie rinnovabili e sulla tutela dell’ambiente non è una bolla: se internet significa comunicare, il green vuol dire sopravvivere”. I 150 miliardi messi a disposizione da Barack Obama e la svolta ambientalista annunciata dal premier spagnolo José Luis Zapatero sono due esempi di quel piano organico nazionale che in Italia ancora manca. “Gli spazi nell’eolico e nel solare sono ormai pochi” continua Tronchetti Provera. “Nel mondo esistono 13 società che in questi settori fatturano oltre il miliardo ed è difficile competere con giganti come Vestas, Gamesa, Q-Cells. Possiamo ancora giocarci la partita nei settori dell’efficienza energetica e della componentistica. Anche dell’auto elettrica. Su quest’ultimo fronte, la filiera asiatica è già partita ma abbiamo un know-how nel settore dell’auto o nel settore delle batterie che ci permette di sperare”.
Tronchetti Provera tace sulle voci di contatti che avrebbe avviato nella Ue e in Cina proprio per l’auto elettrica; e sulla ventilata trattativa con la bresciana Turboden, azienda che produce turbogeneratori che utilizzano scarti industriali. Gli preme di più dare la sveglia all’imprenditoria italiana. “Il web è nato lontano, nella Silicon Valley californiana. Il green invece ha molti pionieri in Italia: pochi sanno per esempio che i biocarburanti nascono con la Novaoil dei Ferruzzi”. Purtroppo, lamenta, l’inventiva italiana si è scontrata spesso “con il protezionismo delle grandi imprese dell’energia e con gli errori di un certo nostro ambientalismo, troppo politicizzato e spesso soltanto contro”. E se lo dice uno che è tra i fondatori del Kyoto club…In gioco ci sono i posti di lavoro promessi dalla green economy, che le due società nel portafoglio del fondo Ambienta non smentiscono: “La Icq (eolico) e l’Italiana Pellets (biomasse) fatturavano 24 milioni nel 2006 e ne prevediamo 90 nel 2010. Totalizzavano 53 dipendenti, ne avranno 175″.
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L’Expo 2015 è il punto di arrivo. Per Milano certamente, visto che si è guadagnata per dimensione il secondo posto nella classifica mondiale delle Fiere subito dopo Hannover. Ma soprattutto è un’occasione irripetibile per un settore che in Italia vale quasi 2 miliardi di fatturato, conta un paio di migliaia di occupati, e muove un indotto che tra alberghi, trasporti, ristoranti, allestimenti e comunicazione di miliardi ne vale dieci. Il motivo principale per il quale l’Expo porterà beneficio al settore fieristico è semplice. Se, infatti, è vero che esposizioni come Milano Vende Moda o il Salone del Mobile da soli aiutano a mantenere alto il numero di visitatori esteri (+12 per cento nel 2007) è anche vero che la grande frammentazione dei poli fieristici non aiuta a fare «massa critica». Dal ’95 a oggi infatti, il gap tra domanda e offerta di spazi si è aggravato. E la disponibilità di aree espositive sul mercato (320 milioni di metri quadri) supera di quattro volte la richiesta (85 milioni di metri quadri), con il rischio di veder prima crollare prezzi e profitti, per poi assistere alla chiusura dei poli minori. L’aspettativa è che l’Expo sia un’utile vetrina anche alle Fiere che non gravitano in Lombardia.
Ma intanto occorre fare i conti con quanto sottolinea Federico Minoli, amministratore delegato di Bologna Fiere, e cioè che la parcellizzazione dell’offerta «fa soffrire anche i poli di eccellenza perchè le aziende italiane faticano a razionalizzare le presenze. E gli stessi stranieri restano disorientati e spesso non riescono a comprendere quali sono le Fiere di maggior impatto cui partecipare». Basti dire che in Germania, il principale Paese europeo per attività fieristica, esistono 5 poli espositivi di rilievo, mentre nella sola Emilia Romagna se ne contano otto.
Una frammentazione che certamente non favorisce la cosiddetta «internazionalizzazione» delle imprese, l’obiettivo cui da tempo lavora il Comitato Fiere Industria (Cfi), braccio fieristico di Confindustria che vale il 59 per cento delle aree affittate, rappresenta 27 enti organizzatori e 80 marchi fieristici a livello internazionale come Salone del Mobile, Bimu (la fiera della meccanica), Micam, punto di riferimento per le calzature, e Milano Unica per il settore tessile. «Uno studio dell’Osservatorio Fiere del Cerme-Bocconi dice che oltre il 60 per cento delle piccole imprese trovano nella Fiera lo strumento più efficace per promuovere la propria azienda e il proprio prodotto» spiega il presidente Giandomenico Auricchio. Ma il punto è come potenziarlo al meglio, soprattutto in un momento in cui la globalizzazione incrocia la crisi. «Abbiamo già chiesto a ministro Claudio Scajola l’istituzione di una ‘cabina di regia’ in cui siano rappresentate anche le associazioni di categoria, che, come dimostra il ruolo di Federalimentare nella manifestazione parmense Cibus, sono spesso il motore di importanti fiere internazionali – aggiunge Auricchio -. L’obiettivo è razionalizzare e controllare gli investimenti, riorganizzare i calendari fieristici andando incontro ai compratori esteri, sostenere le imprese che non hanno la forza per partecipare a più eventi o a manifestazioni estere e avviare un’analisi del settore a livello mondiale per poi attuare opportune strategie di internazionalizzazione».
I punti di forza da sfruttare ci sono. L’Italia è seconda dopo la Germania per superfici espositive vendute. E nel biennio 2006/2007 Milano, Bologna, Verona, Rimini e Genova con il Salone Nautico, si sono distinte in attività fieristica internazionale. Fiera Milano, da sola, vale oltre un milione e 616 mila metri quadri locati, il 9 per cento degli 871 mila visitatori esteri del 2007, e il 34 per cento degli espositori internazionali (25.915 il totale dello scorso anno). Bologna invece, portabandiera di «Arte Fiera» conta rispettivamente l’8 e il 35 per cento dei visitatori e degli espositori stranieri.
Nel complesso, oggi si contano in Italia 190 manifestazioni internazionali per un totale di quasi 100mila espositori, una forza che si esprime soprattutto nell’abbigliamento e nella moda, che coprono il 18 per cento delle aree locate (779.140 metri quadri), quindi nelle costruzioni (513.213 metri quadri), nello sport, negli alimentari, nell’agricoltura e nell’arredamento. Un intero mondo insomma, che con l’Expo 2015 potrebbe vivere la sua grande occasione «a patto di riuscire a fare sistema» sottolinea ancora Minoli. «Dando rappresentanza a tutto l’indotto e visibilità all’intero sistema fieristico italiano». Collaborare, tiene bene a sottolineare Auricchio, significa mettere in comune le esperienze, per potenziare i servizi e rafforzare la presenza all’estero».
Per fare sistema si può cominciare con qualcosa di semplice: un collegamento diretto tra l’aeroporto di Malpensa e il polo fieristico, tariffe alberghiere non maggiorate e magari un biglietto Atm che, in occasione della Fiera, non pretenda la tariffa extraurbana per raggiungere il polo di Rho-Pero.
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Oreste Vigorito era un avvocato di Avellino e oggi è il signore dell’eolico italiano. Con il gruppo Ivpc gestisce la gran parte delle centrali a vento installate in Italia, fattura 250 milioni, occupa 420 persone e muove un indotto che vale almeno altri mille posti di lavoro.
La sua storia incarna quel sogno “green” che sta attraversando l’economia mondiale fiaccata dalla recessione: far crescere reddito e occupazione grazie all’energia pulita. Ricchezza grazie al sole, al vento, ai rifiuti del legno, ai piccoli corsi d’acqua e persino ai vapori sotterranei. D’altronde, i ritmi di crescita delle rinnovabili in Italia ricorda gli entusiasmi della new economy, con la differenza che a sostenerla c’è un’industria reale. Ci sono le grandi imprese dell’energia e persino la ricchezza dei petrolieri.
Secondo uno studio di Nomisma Energia realizzato in esclusiva per Panorama, oggi il settore eolico, fotovoltaico e delle biomasse generano da soli un fatturato di oltre 5 miliardi di euro al netto dell’import e degli investimenti. Nel 2002 non si arrivava al miliardo e mezzo. E il boom non ha trascurato nessun comparto: in un anno il fatturato complessivo è aumentato del 44 per cento. Il fotovoltaico ha raddoppiato, passando da 339 milioni a 700. L’industria dell’eolico (2 miliardi e 196 milioni) ha aumentato i suoi ricavi di oltre 43 punti di percentuale. E le biomasse oggi valgono 2 miliardi e 285 milioni, con un incremento netto di 564 milioni di euro.
Come non credere dunque al sogno green, un settore “obbligato” a crescere? L’impegno preso con l’Europa, impone di portare dal 17 al 30 per cento la quota verde dei consumi elettrici. E se oggi gli occupati del settore sono circa 60mila, “entro il 2020 potrebbero essere centomila in più” sottolinea Roberto Longo, presidente dell’associazione dei produttori di energia rinnovabile (Aper).
Il problema è capire se l’industria è pronta. “Purtroppo gran parte del valore aggiunto oggi finisce all’estero” sottolinea Giuseppe Mastropieri, autore della ricerca. “Mentre sviluppare un adeguato sistema produttivo nazionale significherebbe aumentare il giro di affari di un buon 50-60 per cento”. Prendiamo il caso dell’eolico: la produzione cresce a un ritmo che supera il trenta per cento l’anno, ma il mercato degli aerogeneratori resta in mano ad un manipolo di case straniere guidate dalla danese Vestas: la consolazione è che almeno quest’ultima ha in Puglia due stabilimenti con 700 dipendenti.
Attorno ai pionieri dell’eolico italiano (Edison, Enel, Ivpc) è cresciuto così un mercato di sviluppatori più che di produttori. E ancora ci si interroga se società come le altoatesine Leitwind e Fri-El, impegnata anche in un progetto per sfruttare il moto delle maree, riusciranno a inserirsi nel circuito dei grandi operatori internazionali.
L’Italia comunque, ha ancora due buone carte da giocarsi: quella degli impianti offshore e quella del minieolico.”Il mare ventoso e i bassi fondali aiutano” sottolinea Mastropieri. E società come la Trevi Energy di Cesena o la siciliana Moncada si sono già gettate sull’affare. Quanto al minieolico, “la sfida inizia grazie alla decisione di inserirlo in un sistema di incentivi simili a quelli che hanno tirato la volata al fotovoltaico” spiega Simone Togni, segretario generale dell’Anev (l’associazione dell’eolico). E questa volta i player hanno nomi italiani: Ropatec (Bolzano) e Jonica Impianti (Taranto).
Grazie agli incentivi del Conto energia, infatti, attorno al fotovoltaico si sta sviluppando un sistema produttivo ben strutturato: “Anche se il mercato delle celle e dei moduli (componente base dei pannelli) è ancora controllato da stranieri, negli ultimi due o tre anni sono emerse realtà produttive interessanti” riferisce Vittorio Chiesa, direttore dell’osservatorio sulle rinnovabili del Politecnico di Milano. Tra queste si possono citare Solsonica e due aziende del Padovano: Helios Technology e X Group, che prevedono entrambe di quadruplicare la capacità produttiva entro il prossimo anno. Ma senza dimenticare due nomi importanti nel mercato mondiale degli inverter: Elettronica Santerno (gruppo Carraro) e Siac (gruppo Siel).
La concorrenza asiatica si fa sentire. I prezzi dei pannelli calano e gestire comparto e investimenti è sempre più complesso: “Per per questo sta tornando dominante il ruolo delle utilities e dei grandi investitori” sottolinea Mastropieri. E gli esempi non mancano. La Sorgenia, il braccio energetico del gruppo Cir, sta sviluppando uno stabilimento per la produzione di celle fotovoltaiche in Sardegna. La Marcegaglia Energy produrrà pannelli fotovoltaici di nuova generazione a Varese, mentre l’Eni spende 300 milioni in ricerca e sperimenta con il Mit pannelli solari senza silicio.
“Il ruolo della grandi imprese dell’energia è quello di gestire le rinnovabili stimolandone allo stesso tempo lo sviluppo tecnologico e industriale” conferma Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel Green Power. E nel suo carnet ci sono infatti il progetto Archimede, la centrale solare termodinamica da 40 milioni pensata dal Nobel Carlo Rubbia, e soprattutto l’accordo con Sharp e St Microelectronics per avviare a Catania una produzione di celle fotovoltaiche a film sottile: 500 milioni di investimento e 300 nuovi posti di lavoro entro il 2010.
Il volume dei soldi in gioco, fa ben sperare. L’Edison progetta di investire un miliardo nei prossimi sei anni senza trascurare il “minihydro”, impianti di piccole dimensioni che rappresentano l’ultima frontiera del settore idroelettrico. Il governo ha messo a disposizione delle rinnovabili un fondo da 3 miliardi e petrolieri come Ferdinando Brachetti Peretti si buttano sulla materia prima di cui sono composti i pannelli: la Api Nova Energia è in campo con Italsilicon, che produrrà 4mila tonnellate di silicio l’anno a partire dal 2010. E di silicio si nutrono anche la Silfab di Borgofranco di Ivrea e la Estelux di Ferrara, però già acquistata dai tedeschi della Solon.
Energia verde significa anche geotermia, che in Italia coincide con l’impianto Enel di Larderello, e pannelli solari termici (mercato da 400 milioni controllato da Riello e Merloni Termosanitari), ma con sole e vento si impongono per potenzialità soprattutto le biomasse liquide (biocarburanti) e quelle solide, vale a dire rifiuti, liquami, legno, vegetali. “Oltre a trattarsi di impianti in cui l’industria italiana può vantare un know how di eccellenza, attorno alle centrali a biomassa va organizzato un sistema di approvvigionamento, produzione e servizi che ne triplica gli effetti sull’occupazione” conclude la ricerca Nomisma. Non è certo un caso dunque, se anche ex gigante dell’acciaio come Falck si è ormai convertito al green. Il gruppo ha appena annunciato la costruzione di un grande impianto eolico a Minervino Murge, ma soprattutto è impegnato con la Seci (gruppo Maccaferri) nella riconversione di cinque zuccherifici in impianti a biomassa.

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GRUPPO CARLO GAVAZZI
La Carlo Gavazzi Impianti Spa (gruppo Bonatti) è un’azienda di servizi che progetta e realizza centrali a biomasse, eoliche e fotovoltaiche. Dalla sede di Marcallo, in provincia di Milano, muove un fatturato di 80 milioni e garantisce lavoro a 2.500 persone.
DESMET BALLESTRA
Oltre 120 milioni di fatturato e 200 dipendenti e consulenti a tempo pieno sono le referenze di Desmet Italia, braccio nazionale del gruppo Desmet Ballestra, nato dalla fusione tra la belga Desmet l’italiana Ballestra. Leader nella fornitura di impianti per la lavorazione di olii e grassi e per l’industria dei detergenti, Desmet Italia guida lo sviluppo dell’industria del biodiesel di prima e di nuova generazione.
GRUPPO M&G
La sfida dei biocarburanti del Gruppo M&G inizia nel 2008 con l’acquisizione della statunitense Chemtex Int. Inc. Ingenti investimenti sono stati sviluppati nella creazione del polo tecnologico di Tortona per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e il bioetanolo di seconda generazione. M&G è una multinazionale chimica a gestione familiare che occupa nel complesso 2.600 dipendenti (di cui 550 in Italia) fatturando nel mondo 2,6 miliardi di dollari nel 2007.
MONCADA ENERGY
Moncada Energy Group figura tra i maggiori produttori di energia nel settore fotovoltaico, biomasse ed eolico. Con la società M&A Rinnovabili (partecipata al 30% dalla svizzera Atel) ha appena avviato la produzione di aerogeneratori e attraverso la controllata Geotermica Srl sta realizzando un impianto geotermico nell’isola di Pantelleria. Nel 2010 inoltre, attraverso la società Moncada Solar Equipment partirà la produzione di pannelli fotovoltaici. Il gruppo ha sede ad Agrigento e occupa complessivamente 185 persone per un fatturato complessivo 2008 di 35 milioni.
HELIOS TECHNOLOGY SPA
La veneta Helios Technology è il fiore all’occhiello produttivo del gruppo Kerself di Correggio (Reggio Emilia), marchio noto nel settore delle rinnovabili quotato al mercato Expandi. L’azienda di Carmignano del Brenta (Padova) costruisce celle fotovoltaiche, moduli fotovoltaici e accessori di rete occupando, tra addetti interni ed esterni, circa 210 persone. IL gruppo Kerself fattura oggi oltre 126 milioni di uero, cui contribuiscono anche le società Dea (installazione e distribuzione di impianti fotovoltaici), Nuova Thermosolar, Saem e la padovana Ecoware spa, leader in Italia nella produzione e commercializzazione di inseguitori solari digitali e strutture semifisse orientabili.
SOLARDAY spa
Solarday produce a Mezzago (Milano) moduli fotovoltaici in silicio policristallino. Nata appena due anni fa, ha fatturato 20 milioni di euro nel 2007 e 70 milioni nel 2008. Lo stabilimento dà lavoro a 85 persone.
RENERGIES ITALIA Spa
Operativa a Urbisaglia (Macerata) da circa due anni, la Renergies Italia è stata assorbita lo scorso anno dal gruppo AFIN e ha fatturato nel 2008 circa 9 milioni di euro. Produce moduli fotovoltaici e installa impianti chiavi in mano. Una cinquantina i dipendenti.
SIAC srl
Azienda del Gruppo Siel (sistemi di alimentazione di emergenza) con sede a Trezzano Rosa (Milano). Produce inverter solari, che sul mercato valgono 15 milioni di fatturato e un balzo del 96 per cento rispetto al 2007.
Una novantina di dipendenti in Italia e all’estero.
ELETTRONICA SANTERNO Spa
In due anni, il fatturato della Elettronica Santerno è triplicato, raggiungendo i 62 milioni di euro. Ubicata a Imola (Bologna), dal 2006 fa parte della galassia del Gruppo metalmeccanico Carraro. Produce inverter per impianti eolici e pannelli fotovoltaici e componenti per auto elettriche. I dipendenti sono 136.
BRANDONI SOLARE Spa
Brandoni Solare Spa è il braccio solare del gruppo Brandoni, nome noto nel settore dell’arredo bagno e termosanitario. A Castelfidardo (Ancona), produce pannelli solari policristallini e pannelli solari per riscaldamento. Nove i dipendenti della start up nel settore del fotovoltaico, una sessantina quelli impiegati nel solare termico per una decina di milioni di fatturato. L’azienda ha appena investito una trentina di milioni nel nuovo stabilimento per la produzione di pannelli fotovoltaici ad alta resa e trasparenti come vetro. L’obiettivo è un giro di affari di 50 milioni entro l’anno e di 90 milioni nel 2010.
MERLONI TERMOSANITARI Spa
Il gruppo di Fabriano noto per la produzione di caldaie e sistemi di riscaldamento è attivo da 20 anni anche nel campo del solare termico, che da solo vale il 53 per cento del fatturato (1 miliardo e 200milioni di euro nel 2007). L’azienda ha appena investito 5 milioni nella costruzione di pannelli solari termici piani che saranno prodotti nel nuovo stabilimento di Serra dei Conti, punto di riferimento per l’Europa.
RIELLO GROUP Spa
Duemila i dipendenti del gruppo di Legnago e una sessantina quelli destinati al settore delle energie rinnovabili. La vecchia fabbrica di caldaie di Piombino Dese infatti, è appena stata riconvertita per fabbricare bollitori solari e collettori solari termici. Il fatturato del solare termico vale 21 milioni, cifra che raddoppia se si aggiungono i profitti derivanti dall’assemblaggio di moduli fotovoltaici.
SUPERSOLAR Spa
A San Daniele del Friuli (Udine) non solo prosciutto, ma anche riscaldamento solare attraverso la produzione di “pannelli solari a circolazione naturale”.Un centinaio i dipendenti aziendali. Ventidue milioni il fatturato nel 2008, cinque in più rispetto al 2007.
ATB RIVA CALZONI
Società del gruppo Trombini con sede a Roncadelle (Brescia). Produce apparecchiature idromeccaniche e fattura circa 125 milioni di euro. I dipendenti sono 250.
ROPATEC Srl
Una decina i dipendenti di questa azienda di Bolzano che si è ritagliata in Italia la leadership nella produzione di turbine minieoliche ad asse verticale che permettono di caricare la corrente direttamente in rete, di utilizzarla per il riscaldamento dell’acqua o per ricaricare batterie. Due milioni circa il fatturato 2008.
SOLSONICA Spa
La società di Rieti opera ll’interno del Gruppo EEMS (semiconduttori elettrici), quotato al segmento Star. L’attività di Solsonica copre la produzione di celle e moduli fotovoltaici. Nata nel 2007, stima un fatturato consolidato di 25 milioni e conta circa 150 dipendenti.
SOLON SPA
La società berlinese, tra i massimi produttori mondiali di pannelli fotovoltaici, ha avviato nello stabilimento italiano di Carmignano del Brenta (Padova) una produzione di pannelli fotovoltaici assemblati con celle di produzione tedesca . Il fatturato italiano è di 160 milioni per circa 200 dipendenti. L’azienda tedesca ha anche appena ultimato l’acquisizione della padovana Estelux, che a cavallo tra il 2010 e il 2011 attiverà a Ferrara il più grande polo produttivo di silicio (circa 4mila tonnellate annue). L’investimento è di 360 milioni di euro, che svilupperanno circa 240 nuovi posti di lavoro.
OMNIASOLAR ITALIA Srl
In produzione da un paio di mesi, Omniasolar Italia conta di ricavare dalla produzione di celle fotovoltaiche circa 2 milioni di euro entro l’anno. La sede è a Paduli (Benevento) e i dipendenti 18.
X GROUP SPA
La produzione di celle e moduli fotovoltaici ha portato la X Group di Vanzo di San Pietro Viminario (Padova) a guadagnare lo scorso anno circa 29 milioni /(erano un milione e 100 mila nel 2007), con la prospettiva di trasformarli in 200 entro il 2010. Una sessantina i dipendenti.
BRULLI ENERGIA
Società di Reggio Emilia che opera nel settore delle rinnovabili attraverso la progettazione e realizzazione “chiavi in mano”, manutenzione e gestione di parchi eolici e centrali idroelettriche. Il fatturato consolidato 2008 è di oltre 23 milioni, per un totale di 51 dipendenti. Entro il 2010 è previsto nel settore un piano di investimenti di oltre 300milioni di euro.
IVPC (ITALIAN VENTO POWER CORPORATION)
IL gruppo Ivpc di Avellino ha gestito per un decennio l’80 per cento dell’energia eolica italiana, facendo del suo fondatore Oreste Vigorito uno dei pionieri del settore. La società realizza e gestisce parchi eolici in proprio e per conto di importanti operatori come Api Holding, Fri.El e l’inglese International Power, occupando direttamente di 420 persone e muovendo un indotto di altri mille. Il fatturato annuo sfiora i 250 milioni.
VESTAS Italia srl
Con il 41 per cento della capacità totale installata in Italia, Vestas Italia controlla da Taranto il mercato nazionale dell’eolico. Filiale operativa del colosso danese delle turbine, fattura 344 milioni di euro e impiega circa 700 persone. Nata nel ‘98 da una joint venture tra Vestas Wind Sistems e Finmeccanica, è stata poi acquisita nel 2001. In Italia sono attivi due stabilimenti per la produzione di navicelle e di pale: Vestas Nacelles e Vestas Blades..
FRI.EL GREENPOWER
Da Bolzano non è facile arrivare al mare, eppure è Fri.El, azienda altoatesina, ad aver sviluppato un progetto per tradurre in energia il moto delle maree. Il gruppo figura già tra i maggiori produttori di energia eolica ed opera anche nella produzione di energia da biomassa liquida (olio di palma). Oltre 7 mesi fa, la jv con la tedesca RWE per lo sviluppo di nuovi parchi eolici e impianti a biomassa solida, alimentati da piante energetiche. FriEl occupa 100 persone e fattura 50 milioni.
MARCEGAGLIA ENERGY
Marcegalia Energy è la divisione dedicata alle rinnovabili del Gruppo Marcegaglia. Attiva nel settore delle biomasse e presto anche nella produzione di pannelli fotovoltaici, cui sarà dedicata la nuova fabbrica da realizzare entro l’anno in provincia di Varese. La società ha firmato la costruzione della più grande centrale alimentata con cippato di legno a Cutro, in Calabria. E’ previsto nel 2009 il raddoppio degli attuali 100 dipendenti. Il fatturato è di 50 milioni.
GRUPPO FALCK-ACTELIOS
Il Gruppo Falck rappresenta la old economy convertita al green Alla produzione di energia da fonti rinnovabili sovrintendono infatti ben tre società: Actelios spa, quotata al segmento Star, Falck Renewables Plc (eolico), e Falck Bioenergy impegnata nel settore delle bioenergie. Actelios, in particolare, opera nel fotovoltaico attraverso le Actelios Solar, nel settore delle biomasse vegetali e biogas con Actagri e direttamente nella termovalorizzazione e nelle biomasse legno cellulosiche. Con Powercrop, posseduta pariteticamente con Seci-energia del Gruppo Maccaferri, è impegnata nella riconversione di cinque zuccherifici italiani in centrali a biomassa. I numeri di Actelios sono 142 dipendenti e ricavi di circa 90 milioni e mezzo a fine 2007
SORGENIA
Sorgenia, Spa con sede a Milano partecipata dal gruppo Cir, è il primo operatore privato italiano del mercato nazionale dell’energia elettrica e del gas naturale nonché quinto produttore nazionale di energia elettrica. Allo sviluppo del settore delle energie alternative sono preposte le società: Sorgenia Idro (idroelettrico), Sorgenia Solar (primo produttore di energia da fotovoltaico in Italia), Sorgenia Vento e Société Française d’Eoliennes (eolico). SFE, acquisita nel dicembre 2007, è uno dei maggiori operatori eolici francesi. Oggi il Gruppo Sorgenia vanta un fatturato superiore ai due miliardi e 325 dipendenti.
EDISON Spa
L’energia da fonte rinnovabile incide per circa il 18 per cento sulla capacità installata complessiva della milanese Edison, che nei prossimi sei anni conta di investire un miliardo nella realizzazione di nuovi parchi eolici in Italia e all’estero, nell’installazione di parchi fotovoltaici e nella costruzione di impianti idroelettrici di piccola taglia (mini hydro). Le attività dell’eolico, fotovoltaico e biomasse fanno parte della società Edens che nel corso del 2007 ha generato ricavi per circa 80 milioni di euro impiegando 50 dipendenti.

Lorenzo Sassoli De Bianchi darà il buon esempio con la sua Valsoia: “Pensare al futuro significa confermare i budget pubblicitari per il 2009, anche a costo di ridurre i profitti. Le aziende che riusciranno a farlo saranno le prime a superare questa fase di recessione”.
A dare ragione al presidente dell’Upa, l’associazione che riunisce 500 aziende utenti pubblicitarie, c’è una ricerca della McKinsey sugli effetti della crisi del 1991: chi non ridusse gli investimenti ha poi rafforzato le quote di mercato. Il problema è trovare risorse e coraggio. “Stiamo vivendo una crisi a 360 gradi e le aziende guardano al mercato con estrema prudenza. I primi sei mesi saranno difficili, ma si può pensare a una ripresa già in primavera”.
Il sondaggio condotto fra gli associati dell’Upa in occasione della presentazione del Summit internazionale della comunicazione, che si terrà in marzo a Roma, è abbastanza confortante: “Settantadue aziende su 100 affermano di considerare ancora la pubblicità una leva irrinunciabile per il proprio business. E anche se metà degli intervistati sarà costretta a limare i budget, c’è sempre un 25 per cento di imprese che aumenterà la spesa e una percentuale equivalente che la manterrà inalterata”.
Detto questo, il settore si interroga su come ottimizzare gli investimenti. E il summit stesso si apre con un interrogativo: “Comunicare oggi: tutto cambia, cambiamo tutto?”.
Sullo sfondo ci sono le variabili legate all’avvento del digitale terrestre, al ruolo della stampa, alla crescita della pubblicità online e delle tv satellitari o a pagamento. “Il 70 per cento delle aziende investirà in tv, ma il 50 per cento degli intervistati è intenzionato a pianificare anche su web e stampa”. Questo vuol dire che la tv resta il mezzo preferito, ma pure che il ruolo della stampa va rivalutato: “Ogni testata oggi ha un suo sito. Continuare a considerare la stampa come un medium distinto da internet sarebbe un errore”.

Liliana Raule ha 63 anni compiuti lo scorso ottobre. È dipendente della Onama e lavora come addetta alle mense scolastiche torinesi: per tutti è la “nonna della pastasciutta”. Una delle tante donne italiane che per obbligo, scelta o necessità continuano a lavorare oltre i 60 anni. “La vita mi ha messo nelle condizioni di dovermi cercare un lavoro a 50 anni. E per fortuna l’ho trovato”. Alzare l’età pensionabile delle donne, come ha proposto il ministro dela Funzione pubblica Renato Brunetta, dunque le sembra una buona idea: “Quale azienda infatti assumerebbe mai una donna che ha superato la mezza età se non potesse contare almeno su 15 o 20 anni del suo lavoro?”.
Liliana Raule non è una manager e nemmeno un’imprenditrice di ferro. Ma è una donna pragmatica, che per anni ha dovuto rinunciare a un impiego per curare il figlio distrofico, ha affrontato l’invalidità del marito, ex operaio edile, e per finire ha anche dovuto fare i conti con i contributi previdenziali: “La pensione sociale unita a quella di mio marito non ci avrebbe permesso di vivere. Ho soltanto la licenzia media inferiore, non restava altro da fare che rimboccarsi le maniche”.
Il 13 gennaio Brunetta dovrà rispondere alla sollecitazione della Corte di giustizia europea, che ha rilevato la disparità di trattamento in Italia per quanto riguarda l’età pensionabile nel pubblico impiego: 65 per i maschi, 60 per le donne. La sentenza europea ha spinto il ministro a proporre la parificazione a 65 anni per tutti, provocando un dibattito acceso. E in parte inutile: anche in Italia spesso il problema è già superato. Il 19 per cento delle lavoratrici nel settore pubblico va a riposo solo dopo aver compiuto i 60 anni. E se ci inoltriamo nelle statistiche Inps, scopriamo che negli ultimi 5 anni l’età media del pensionamento si è sostanzialmente parificata anche nel privato: 60,9 anni per gli uomini e 60,1 anni per le donne nel 2007.
Quella che diverge è piuttosto l’anzianità media contributiva (34,4 anni per i maschi contro i 26,8 delle donne): uno dei motivi per cui molte lavoratrici scelgono di prolungare l’attività.
“I continui trasferimenti di mio marito, impiegato nella marina mercantile, mi hanno costretto a lungo a svolgere lavori precari” racconta Giuliana Baretti, 60 anni, dipendente di un supermercato a Genova. “Ora mi sono stabilizzata, ma 26 anni di contributi sono pochi per vivere bene con la pensione. Lavorerò dunque finché avrò la salute. E finché mio figlio, lavoratore interinale, avrà la sicurezza di un posto fisso”.
Negli Stati Uniti, in Islanda e Norvegia l’età pensionabile è fissata per tutti a 67 anni, riforme per elevarla sono in discussione anche in Danimarca, Germania e Regno Unito. L’Italia invece è uno dei quattro paesi dell’area Ocse (con Svizzera, Polonia e Messico) che continuano a prevedere età di pensionamento diverse per uomini e donne.
“La realtà è più sfumata” precisa Maurizio Benetti, dell’ufficio studi Cisl. “Una legge del 1977 ha equiparato la possibilità di andare in pensione a 65 anni, lasciando alle donne la facoltà di esercitare l’opzione con preavviso di 3 mesi. La Corte costituzionale ha poi cancellato l’obbligo di preavviso, ma non sempre l’azienda ne tiene conto”.
In altre parole, oggi una donna ha diritto ad andare in pensione a 60 anni, ma se vuole può continuare a lavorare anche senza dare preavviso all’azienda. Addirittura può accadere che le donne vengano “discriminate al contrario” dalle imprese che vogliono sfoltire il personale. Come sostengono un centinaio di ex dipendenti dell’Istituto San Paolo, pensionate contro la loro volontà poco dopo la fusione con la Banca Intesa. “Tutte avrebbero voluto continuare a lavorare oltre i 60 anni” racconta la sindacalista della Uil Valeria Cabrini “ma l’azienda ha contestato loro il mancato preavviso appellandosi al regolamento Intesa. Peccato però che in San Paolo vigesse la prassi opposta, e che nessuno le avesse informate del cambiamento”. Il contenzioso si è chiuso con una transazione e le dipendenti sono state ripagate con una buonuscita tra le 12 e le 15 mensilità.
Ogni storia è un caso. Oggi le donne lavorano a lungo e volentieri, ma esistono impieghi più usuranti. Mancano gli asili nido, soprattutto al Sud. E parità di salario e di carriera si fanno attendere. “Per questo credo sia giusto lasciare alle donne libertà di scelta” commenta Rita Fiori, segretario generale del Consiglio nazionale dei centri commerciali. “Io ho 62 anni e ho firmato un contratto sino al 2010, però a condizionare le scelte altrui potrebbero anche intervenire problemi familiari o di salute”.
Sul punto la discussione è aperta. Anche Claudia Catania, professoressa di matematica nell’istituto agrario Domizia Lucilla di Roma, è contraria al principio dell’obbligatorietà: “Io continuo a lavorare serena, ma ho una figlia che frequenta ancora l’università. Al momento non ho alternative, forse, se fossi nonna, smetterei”.
I pannolini non piacciono a tutte e Maria Grazia Mastroianni, 63 anni, impiegata all’Enasarco di Roma, non li ha voluti vedere nemmeno da giovane: “Cinquant’anni fa gli asili nido non esistevano e le donne non potevano sfuggire alla cura dei figli. Oggi per fortuna è diverso: se guidiamo i tir, possiamo anche andare in pensione più tardi”.
Luigia Brunetti, 63enne buyer della Selex Sistemi Integrati, è nonna da tempo: “Ho lavorato part-time tre anni e mezzo per seguire i miei figli, ma oggi che entrambi hanno una famiglia e sono indipendenti, perché mai dovrei rinunciare alla gratificazione del mio lavoro? Il problema della maternità si affronta a trent’anni. A 60 anni, invece, le donne sono ancora giovani e all’azienda garantiscono esperienza”.
Ne sanno qualcosa i laboratori di alta moda di Valentino, dove hanno scelto di trattenere in servizio una decina di sarte esperte, ultrasessantenni. E la Edelman Italia, società di relazioni pubbliche di cui è executive vicepresident Patrizia Druetti, 60 anni: “Quando ho dichiarato l’intenzione di continuare a lavorare, mi ha colpito la reazione dell’azienda. Tutti erano convinti che il mio patrimonio di esperienza e relazioni fosse prezioso e che avrei potuto trasferirlo con più serenità restando al mio posto. A 60 anni, infatti, non susciti più gelosie”.
L’uscita di scena della donne prima dei 60 anni avviene più spesso in fabbrica o nelle aziende padronali, “mentre le aziende di maggiori dimensioni preferiscono valutare le singole prestazioni” sottolinea Paolo Citterio, presidente dell’associazione direttori del personale. E la storia di Grazia Adriana Caimi, perseverante amministratore delegato della Copyright Promotions Italia a 65 anni, non è che una conferma: “Ho lottato molto per il mio lavoro, bruciando nelle spese di asilo nido, baby sitter e colf tutto lo stipendio da impiegata. La carriera è stata una mia scelta. E non sono ancora pronta a mollare”.
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