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Sarà un software italiano a far funzionare gli istituti di credito messicani. Ci penserà la Dedagroup, società trentina specializzata nell’Ict (information and communication technology), che ha appena aperto a Durango una propria filiale, la Dedamex, per fornire programmi e servizi alle banche messicane di piccola e media dimensione. Continua
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Il pubblico, la banca, il privato: il titolo dell’ultimo libro di Elia Colabraro racchiude i protagonisti che in questi ultimi mesi stanno scrivendo la storia economica e sociale mondiale. Nel libro l’autore, che dopo la fusione tra Imi e Sanpaolo, dal 2000 al 2006, è stato direttore generale e amministratore delegato di Banca Opi (la banca del gruppo specializzata nel finanziamento delle opere pubbliche e infrastrutture, ora fusa in Biis, Banca infrastrutture innovazione sviluppo), delinea il ritratto della finanza e dell’impresa in Italia, senza trascurare elementi quali la fede, la scommessa, il rischio, la soddisfazione.
Elia Colabraro, quanta fede bisogna avere oggi sulla possibilità di una rapida risoluzione della crisi finanziaria? Quando si tornerà a parlare di stabilità?
Non è un periodo favorevole. Le cause fondamentali della crisi vanno ricercate nella crescita esplosiva dell’attività bancaria che negli ultimi dieci anni è stata “dopata” dalla finanza creativa. E oggi l’America, da dove è partito tutto, conta il fallimento di oltre 15 banche. Questo a causa di una politica di aiuto sbagliata, che forniva al creditore fino al 100 per cento del costo dell’investimento. Anche in Italia, negli ultimi anni, siamo stati bombardati dalla pubblicità di istituti di credito che davano sino al 100 per cento. Sin dagli anni Novanta negli Stati Uniti le banche con il “piano casa” davano questi soldi e trasferivano poi i mutui a un veicolo che, per poter pagare questi mutui, emetteva delle obbligazioni, che a loro volta venivano acquistate dai poveri risparmiatori. I clienti diventavano così vittime inconsapevoli.
Il Fondo monetario internazionale ha inserito l’Italia tra i Paesi a rischio recessione. È così? E quanto l’andamento dell’economia reale determinerà modi e tempi di uscita dalla crisi?
Si parla di recessione quando la crescita è negativa per due trimestri consecutivi e ancora il nostro Paese non ha registrato questo dato, quindi non siamo ufficilamente in recessione. Ma se si continua a dire che la crisi riguarda solo il mercato finanziario si commette un errore. La carenza di liquidità delle banche si è infatti ripercossa sulle aziende. Negli ultimi mesi i tassi interbancari sono saliti enormemente e i prestiti bancari oggi non solo sono più difficili da ottenere, ma costano di più. Per questo il governo ha deciso di dare la garanzia dello Stato sui prestiti interbancari per una maggiore stabilità. Anche se finora l’intervento dello Stato nel capitale dei nostri istituti di credito non è stato necessario e se ci fosse sarebbe comunque solo un provvedimento a carattere temporaneo. Quello che bisogna fare è cambiare completamente modo di agire.
Si spieghi meglio.
Le cartolarizzazioni, la creazione di veicoli hanno determinato un gonfiamento dei volumi senza però una ricaduta di carattere cartaceo, reale. Tutte queste operazioni di finanza creativa hanno causato la crisi. Per fortuna in Italia c’è stata più prudenza e le banche non sono fallite, i mutui infatti non venivano coperti al cento per cento, ma solo in parte e questo ci ha salvati. Le nostre banche infatti chiedono la dichiarazione dei redditi per verificare la capacità del richiedente di pagare il mutuo. La vigilanza della Banca d’Italia inoltre ha sempre esercitato una funzione di controllo fondamentale.
Alla fase del panico finanziario seguirà inevitabilmente una fase di maggiore o minore recessione e, infine, una fase di riaggiustamento. Quali saranno le future politiche economiche?
Non ci saranno delle vere e proprie regole capaci di risolvere ogni problema. Oggi l’Italia è a livello di crescita zero, anzi Confindustria prevede un valore negativo dello 0,5 per cento del Pil per il 2009. Davanti a questa prospettiva il governo dovrebbe adottare politiche di sostegno dei consumi, perché se le persone non comprano ne risente la produzione. Bisognerebbe agevolare l’adozione della detassazione o il sostegno a categorie con redditi bassi in modo che la gente possa consumare e quindi attivare la domanda dei beni e quindi aumentare la produzione. Ma è fondamentale anche il sostegno ai settori produttivi, come ad esempio quello dell’auto.
Quale sarà il conto che la “finanza canaglia” farà pagare agli onesti cittadini?
Le vittime sono i risparmiatori che hanno acquistato titoli della Lehman brothers. Alcune banche però hanno deciso di proteggerli, la Unipol ad esempio si è assunta l’onere di far fronte alle perdite dei propri clienti.
Cosa bisognerebbe fare per evitare un’altra crisi di questa entità? E quanto l’etica potrebbe servire a regolare il mondo della finanza?
Dovrebbe esserci una riforma del sistema bancario, sarebbe auspicabile un ritorno verso forme più tradizionali di gestione dell’attività. Meno finanza creativa, meno derivati. Più capitali e meno debito, ma soprattutto più trasparenza. Agevolazioni maggiori all’import-export e più sostegno allo sviluppo delle produzioni. Più attenzione quindi alle attività dell’economia reale. Aziende più responsabili e banche più trasparenti, in modo che la controparte conosca bene i rischi che va ad assumere, che le aziende insomma capiscano bene, quando firmano un contratto, quali sono i rischi e quali gli impegni. La trasparenza deve essere alla base del rapporto tra le parti. Oggi manca una chiarezza nel linguaggio e la capacità di assumersi le proprie responsabilità.
Imprenditori a tutte le età? Sì. Soprattutto quando i capelli diventano bianchi e il binomio saggezza più esperienza permette di intraprendere un’attività individuale senza troppi rischi. È infatti un mondo di imprenditori over settanta quello che emerge dai dati del registro delle imprese relativi al secondo trimestre 2008 e 2003, elaborati dalla Camera di commercio di Milano in occasione della festa dei nonni (5 ottobre).
Sono oltre 294 mila in Italia (26 per cento donne, pari a 76.554 ditte individuali) gli imprenditori ultrasettantenni e in cinque anni crescono del 3,2 per cento. Il boom si registra nel settore dell’intermediazione economica e finanziaria (113,2 per cento), delle costruzioni (43,5 per cento) e dell’istruzione (37,4 per cento). Ma è nel settore agricolo (68,8 per cento), del commercio (15,5 per cento) e nelle attività manifatturiere (4,6 per cento) che gli imprenditori sono presenti in quantità maggiore. Negli ultimi cinque anni sono poi le ditte individuali al femminile a segnare un risultato positivo: quelle con titolare donna di età superiore ai 70 anni sono cresciute del 7,9 per cento.
Nella classifica delle province italiane è il Centro-Sud ad avere la meglio: Roma è al primo posto con 10.671 imprese individuali con al comando un ultrasettantenne, seguita da Bari (9.274) e Napoli (8.717). Negli ultimi cinque anni sono invece le province del Nord a essere cresciute di più, con le città di Lecco, Como e Varese ai primi tre posti sul podio.
La provincia di Milano cresce e oltre a contare 5.460 imprenditori over settanta, di cui il 22,5 per cento donne (pari a 1.231 ditte individuali), in cinque anni ha visto aumentare l’attività imprenditoriale del 18,6 per cento, contro una crescita nazionale del 3,2 per cento. I titolari milanesi anziani rappresentano circa il 3,6 per cento del totale delle ditte individuali milanesi e le crescite maggiori sono state nelle attività di intermediazione economica e finanziaria (+92,6 per cento), immobiliari, noleggio e ricerca (+39,6 per cento) e nelle costruzioni (+37,3 per cento). Nella capitale economica italiana gli imprenditori ultrasettantenni operano soprattutto nel settore del commercio (40,1 per cento contro il 15,5 per cento del dato italiano) e nelle attività manifatturiere (15,7 per cento contro il 4,6 per cento nazionale). Uno su otto (12 per cento) è attivo nel settore agricolo, che prevale invece a livello italiano (68,8 per cento degli imprenditori).
Una nota rosa sotto la Madonnina: in cinque anni le ditte individuali con titolare donna di età superiore ai 70 anni crescono nella provincia di Milano del 12,5 per cento, più del dato italiano che si ferma al 7,9 per cento.
Tra i più anziani attivi, la Camera di commercio segnala l’imprenditrice di oltre 90 anni che ha un negozio di occhiali “su misura” in centro a Milano; l’imprenditore di 97 anni che ha aperto alla fine degli anni Trenta un’impresa di commercio al minuto di articoli casalinghi e l’imprenditrice di oltre 80 anni che si occupa della fabbricazione e della vendita al minuto di scarpette da ballo.
“Gli anziani sono una ricchezza nella nostra società, a partire dalla famiglia, col sempre più indispensabile ruolo svolto dai nonni”, sottolinea Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio di Milano, “Ma sempre più spesso il loro ruolo sociale si mostra anche attraverso la loro capacità di continuare a portare avanti un’impresa radicata, in molti casi l’attività di una vita, e di trasmetterla ai più giovani”.
La crisi dei mercati finanziari è stato solo l’ultimo dei problemi che ha strattonato molte casse di previdenza italiane. Questi enti, che sostituiscono l’Inps nell’assicurare la pensione a molte categorie di professionisti, devono garantire bilanci capaci di sostenere i conti per almeno trenta anni: questa è la richiesta che il governo ha fatto alle casse pensionistiche private. Un compito difficile che richiede una serie di interventi anche drastici per adegursi all’allungamento della vita media degli iscritti.
Cassa forense. I 140 mila avvocati iscritti sanno già che nel 2027 i loro contributi non basteranno a coprire le pensioni da pagare. «Per questo con la riforma abbiamo previsto un graduale innalzamento dell’età pensionabile in quattro fasi, a partire dal 2012 sino al 2027» spiega Michele Proietti, vicedirettore della Cassa. Previsti inoltre aumenti dell’aliquota contributiva al 13 per cento (oggi è del 10), del contributo integrativo e di quello di solidarietà per gli avvocati già pensionati. La cassa forense ha investito in bond della Lehman Brothers 3 milioni di euro (lo 0,06 per cento del patrimonio, che è di 3,6 miliardi di euro, con una parte immobiliare di 484 milioni) mentre il grosso è composto da titoli di Stato (1,6 miliardi di euro) e da obbligazioni fondiarie.
Inpgi. La cassa dei giornalisti non ha alcuna esposizione con la Lehman: «Come filosofia non compriamo obbligazioni strutturate perché non compriamo ciò che non capiamo» spiega Andrea Camporese, presidente dell’Inpgi. Secondo una stima prudenziale il patrimonio immobiliare dell’istituto è di circa 1,3 miliardi di euro, quello mobiliare conta titoli per 650 milioni di euro. La copertura delle pensioni è assicurata per circa 15 anni, poi inizierà la fase critica prevista tra il 2021 e il 2040 quando si dovranno pagare le pensioni di giornalisti che hanno maturato benefit maggiori rispetto a quelli garantiti oggi. Ma il vero tallone d’Achille sono i prepensionamenti. All’Inpgi costano 500mila euro a persona: «Siamo l’unica cassa di professionisti dipendenti a dover sostenere questa spesa» sottolinea Camporese, «secondo una norma da noi ritenuta incostituzionale». Per questo l’Inpgi ha fatto ricorso al Tar e chiede che il costo dei prepensionamenti sia a carico dello Stato. A questo si aggiunge un incasso minore: gli editori per ogni giornalista versano nelle casse dell’ente 7 punti percentuali in meno di contributi rispetto a quanto pagano all’Inps per un lavoratore non giornalista.
Enpacl. Il patrimonio dell’ente di previdenza dei consulenti del lavoro (22.255 iscritti) ammonta a oltre 500 milioni di euro ed è composto per il 75 per cento da investimenti mobiliari (ma i titoli obbligazionari Lehman acquistati nel 2004 rappresentano meno dell’1 per cento). «Effettuiamo investimenti prudenziali e diversificati» spiega Salvatore Magno, direttore generale dell’ente, «che ci assicurano una stabilità del sistema pensionistico per più di 30 anni». Quando entrerà in vigore la riforma (ora all’approvazione dei ministeri competenti) i contributi si pagheranno a fasce: non più un versamento fisso di 2.400 euro annui ma cinque diverse contribuzioni da 1.300 a 4.300 euro in misura crescente con il crescere dell’anzianità. Inoltre sarà previsto un aumento contributivo volontario.
Enasarco. L’ente previdenziale dei 350mila agenti di commercio ha investito un miliardo di euro in un pacchetto di obbligazioni strutturate, di cui si era fatto garante per la metà la Lehman e per l’altra metà la Jp Morgan: i titoli sottostanti quelle obbligazioni sono «investimenti in fondi di fondi hedge. A garantire la copertura sui 500 milioni coperti finora dalla Lehman» assicura Brunetto Boco, presidente dell’Enasarco, «sarà un’altra banca: la Barclays oppure altri istituti che già ci hanno contattati come Crédit Suisse, Bnp Paribas, Goldman Sachs».
I dirigenti dell’ente non sono in allarme per la situazione finanziaria. Mentre la decisione di vendere, con un incasso previsto di 4,5 miliardi di euro, tutti gli immobili (481 fabbricati e 17mila appartamenti tra Roma e Milano) «non è dettata da problemi di liquidità ma dalla scelta strategica di rinnovare il patrimonio. Le pensioni sono già coperte e non subiranno alcuna variazione».
Enpam. Quella dei medici e degli odontoiatri è la cassa previdenziale più grande, dopo l’Inps: gestisce 4 fondi e conta un patrimonio di 8,3 miliardi di euro, di cui 2,5 miliardi in immobili. E a quanto pare la salute è buona: con 337.798 iscritti in attività, c’è l’esercito di 145.451 pensionati ma per ora la spesa complessiva continua ad essere inferiore alle entrate (1,7 miliardi di euro i contributi, 934 milioni di euro le pensioni). L’Enpam ha investito in obbligazioni strutturate, ma solo lo 0,65 per cento è riconducibile a Lehman Brothers. La cassa non prevede per ora modifiche del sistema di calcolo delle prestazioni, ma aumenterà in futuro le aliquote di prelievo contributivo. E intanto l’età pensionabile, per i medici convenzionati è già fissata a 70 anni.

Sono più di venti mila i commercianti italiani che ogni giorno anziché alzare la saracinesca del proprio negozio, accendono il pc e vendono i propri prodotti attraverso un negozio virtuale aperto su eBay. Nel primo sito di commercio elettronico del Paese sono tre mila i negozi della Lombardia, 2.318 quelli del Lazio e 1.932 della Campania. I commercianti della rete meno numerosi sono invece quelli del Molise, che hanno 629 vetrine virtuali.
Ma non sono solo oggetti elettronici quelli che si vendono in rete.
Dall’orologio al tagliere per cucina, dal francobollo alla motocicletta, sono sempre più diversi i prodotti acquistati con un click. Secondo una ricerca eBay fatta analizzando i dati dei negozianti registrati sul sito, quello che risulta è che dal primo gennaio al 31 agosto 2008 molte regioni detengono un primato per categoria di prodotto venduto. E così se a finire nel carrello, sono prima di tutto i prodotti eno-gastronomici, sono l’Umbria e le Marche ad avere più negozi di vini dolci e da dessert. Ed è l’Emilia che vende il 71% dei vini rossi comprati in tutta Italia.
“Abbiamo fatto questa ricerca” spiega Leonardo Costa, responsabile dell’area venditori eBay.it, “per vedere le differenze statistiche tra regione e regione”. E le curiosità non mancano: in Val d’Aosta, Puglia e Friuli gli affari si fanno con la musica: se in Friuli sono molti i negozi che vendono stock di strumenti musicali, i valdostani guadagnano con le armoniche a bocca, i pugliesi sono specializzati nella vendita di oggetti audio portatili, come i-pod e lettori mp3, che costituiscono circa il 44% dei dispositivi venduti in tutta Italia. “Il Molise ad esempio”, spiega Costa, “la cui economia si basa sull’agroalimentare, nel mondo del commercio online vende di più passeggini e seggiolini”. Così come la Sardegna risulta ai primi posti per la vendita di abbigliamento premaman; il Trentino è invece la regione che vende più di tutte scarpe da bambina. Una sorta di federalismo del prodotto regione per regione, che però non ha spiagazioni oggettive, “dipende dal mercato, magari tra un anno cambiano i prodotti e le preferenze dei venditori”.
Per ora il collezionismo rimane una delle categorie merceologiche preferite dal commercio in rete “è il cavallo di battaglia di eBay” spiega Costa “nata per vendere francobolli, monete e banconote da collezione, oggi conta sempre più venditori, soprattutto uomini non giovanissimi, e i negozi più attivi sono in Veneto, Calabria e Campania”. Il 45% delle banconote straniere vendute in Italia arriva proprio dalla Campania. I venditori di libri antichi, invece, si concentrano in Abruzzo. A vendere più giocattoli sono Sicilia e Liguria: quelli preferiti dagli internauti sono gli aquiloni, le biglie e gli yo-yo.
Degli articoli per ufficio è il Lazio a vendere il 45% dei prodotti venduti in Italia, mentre i toscani fanno business sul web con i negozi stessi: in Toscana si cedono, attraverso eBay, il 33% delle attività commerciali del Paese. Attenti alla bellezza sono invece i piemontesi, grandi venditori di creme e prodotti per la cura del viso. Bravi gioiellieri sono invece i lucani e i lombardi, ma mentre in Basilicata si concentra il commercio di quelli d’acciaio, la Lombardia vende il 57% delle fedi nuziali che si vendono in tutta Italia.
L’immensa vetrina virtuale che il web offre diventa sempre più invitante e redditizia, “Se facessimo una classifica dei primi dieci venditori che hanno il fatturato più alto, che ruota intorno al milione di euro al mese, sette sono uomini e tre donne” commenta Costa, “Ed è proprio pensando a loro che qualche mese fa abbiamo lanciato un nuovo concetto di negozio che permetterà agli italiani di dimostrare ancora meglio la loro capacità di creare aziende di successo attraverso il nostro sito”.
A casa i fannulloni. È questa la risposta di Trenitalia che ha licenziato otto suoi dipendenti, perché colti in flagrante mentre cercavano di venire meno alle regole stabilite dal contratto di lavoro. Ovvero: uno di loro è stato sorpreso da un superiore mentre timbrava i cartellini degli altri sette colleghi che, nel mentre, anziché lavorare, salivano su un treno per tornare a casa prima della fine dell’orario di lavoro. Ma ad assistere al “giochetto dei badge” c’era un dirigente dell’azienda, che subito ha fermato i colleghi. E così la vacanza anticipata si è trasformata in una disoccupazione permanente.Il fatto è accaduto un mese fa nell’officina di piazza Giusti, nel quartiere genovese di San Fruttuoso. Il capoufficio, una volta richiamati all’ordine gli otto lavoratori, ha sequestrato loro i cartellini, e ha riferito l’episodio alla direzione dell’azienda.
Dopo circa un mese dalla denuncia, per gli otto dipendenti, cinque operai esperti e tre apprendisti assunti a tempo determinato, è arrivato il licenziamento, “senza preavviso” accusano gli interessati, “con un preavviso per iscritto e secondo la procedura prevista dal contratto” replica Trenitalia.
Alle polemiche che si sono subito scatenate sul licenziamento dei dipendenti, perché ritenuto da alcuni colleghi eccessivo e soprattutto influenzato dalle campagne contro i fannulloni intraprese dal ministro Renato Brunetta, Trenitalia risponde con una nota: “Il provvedimento di licenziamento, adottato da Trenitalia nei confronti di otto operai della Divisione passeggeri regionale della Liguria, è giunto al termine della procedura prevista dall’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori e dal Contratto collettivo nazionale delle attività ferroviarie”.
Ferrovie dello Stato segnala come casi analoghi a quello registrato a Genova, siano stati riscontrati anche in altre regioni. Solo nelle ultime settimane sono stati tre i dipendenti colti a praticare il gioco del cartellino in Lombardia. Altre segnalazioni sono arrivate anche da Treviso e sono ora in fase di accertamento. Negli ultimi dodici mesi, secondo i controlli effettuati dal gruppo Fs, sono stati 35 i dipendenti licenziati per violazioni gravi agli obblighi del contratto di lavoro.
L’azienda, davanti a questi casi, vuole seguire una linea di intransigenza nei confronti di chi viola i principi etici, e alle accuse di aver licenziato senza preavviso i dipendenti risponde: “La grave violazione accertata rappresenta una palese rottura del rapporto di fiducia che deve necessariamente intercorrere tra datore di lavoro e dipendente”.
Nessuna influenza quindi da parte dei provvedimenti antifannulloni “L’azienda ha agito in conformità con il contratto e quindi come avviene in qualunque altra azienda pubblica o privata, ha adottato la sanzione disciplinare prevista”.
La linea dettata dal management di Ferrovie dello Stato impone infatti il massimo rigore nei confronti di coloro che vengono meno ai principi etici e ai fondamentali doveri sanciti dal contratto. “Il tutto nell’assoluto rispetto di quanti lavorano ogni giorno con impegno e serietà per il Gruppo FS e nella piena osservanza delle norme previste a garanzia e a tutela dei lavoratori”.