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Al via i saldi, attesi con ansia da consumatori e commercianti


Comincia il Piemonte, in una giornata inconsueta per gli acquisti: domenica 1 luglio. Segue Napoli il 2 luglio, la Liguria il 6, mentre a Milano, Palermo, Bologna, Bari, Ancona e Trieste i saldi cominceranno il 7 luglio. A Roma e a Firenze si attenderà fino al 14 luglio, a Venezia al 15. L’ultimo capoluogo sarà Bolzano, il 16 luglio. A Milano in particolare i saldi si spettacolarizzano con la Notte Bianca dello shopping: negozi aperti by night in centro.
Il popolo dei “saldisti”, come li definisce Alfredo Ricci, Presidente di Fismo-Confesercenti (Federazione Settore Moda), scalpita in attesa di sconti e ribassi. “Esiste una vera e propria categoria di consumatori che acquista solo durante i saldi e in questo modo si adegua alla diminuzione del proprio potere d’acquisto. Ma i saldi rappresentano un’occasione anche per i commercianti, per tentare di risollevare le sorti aziendali e poter ottenere parte di quella liquidità necessaria per gestire l’attività in maniera economicamente sana”. Insomma dal 1 luglio si realizzerà l’incontro fra i desideri dei consumatori, che scaldano le carte di credito in attesa delle occasioni, e dei commercianti che sperano in una boccata di ossigeno. Sì perché i dati non sono confortanti: un calo del 4% delle vendite a maggio, addirittura del 15% a giugno. Con questi numeri chi lavora nel settore moda e abbigliamento, stretto fra tasse, contraffazioni e strapotere degli outlet, spera nelle promozioni estive per risollevarsi da mesi fallimentari. Complice anche il clima orientato al bello stabile che invoglia ad acquistare costumi e bermuda scontati.
Un business enorme, quello dei saldi, se si considera che con le vendite di fine stagione le aziende incassano oltre il 35% del fatturato stagionale, secondo le previsioni dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Nello stesso studio si chiarisce che ogni famiglia spenderà in media 261 euro, mentre l’acquisto medio per persona arriverà a 104 euro. Ma le proiezioni danno una lieve flessione rispetto al 2006: 3.105 milioni di euro contro i 3.132 dell’estate scorsa.
L’anno prossimo, anche per evitare polemiche e spaccature fra negozianti divisi fra chi vorrebbe anticipare e chi posticipare le vendite straordinarie, si cercherà di andare verso un’unica data: “I commercianti, per evitare confusione, sono orientati ad ottenere una data unica nazionale. Al momento stiamo valutando le ipotesi del 2 gennaio e 2 luglio anche se, oggettivamente, appaiono troppo ravvicinate”, aggiunge Ricci.

Che sia fuga o crescita, l’anno sabbatico in Italia non se lo prende nessuno

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/onlyice/]onlyice[/url] by Flickr)[/i]
Chiamiamolo sabbatico, gap year o più prosaicamente congedo formativo. In ogni caso la pausa tra l’università e il primo lavoro o a metà della carriera, tanto popolare nei paesi anglosassoni, in Italia stenta a decollare.
Nonostante la legge 53/2000 che permette a tutti i dipendenti pubblici o privati che abbiano maturato nella stessa azienda cinque anni di anzianità di chiedere un periodo di sospensione del lavoro, le richieste da noi arrivano con il contagocce. Sarà che nel periodo di break viene conservato solo il posto e il lavoratore non percepisce lo stipendio né incrementa contributi e anzianità. Ma per il momento la pausa per seguire un Master, fare volontariato nel Terzo Mondo o semplicemente organizzare quel viaggio in moto sognato da tempo (ecco dove trovare le idee per organizzare il gap year) è ancora roba da neolaureati in attesa di occupazione. Purtroppo, perché come spiegano gli esperti di selezione del personale, un break motivato e rivitalizzante oggi arricchisce ogni curriculum. E spesso restituisce all’azienda lavoratori più motivati, sollevati dalla sindrome del burn out che oggi colpisce quadri e manager già poco dopo i 30 anni.
Che i gappers siano soprattutto anglossassoni lo si vede dalle risorse disponibili; è inglese la bibbia del sabbatico, The Gap Year Book di LonelyPlanet e il forum dedicato Thorn Tree così come i principali siti di informazione sull’argomento: Gapadvice che offre anche strumenti precisi per calcolare i costi del viaggio della vita (secondo l’Observer, tra le 3 mila e le 4 mila sterline, circa 5.800 euro), The Career Break Site e Gapyear.com. Per quelli che non mollano la vita on the road neppure “da grandi”, definiti Stonky (acronimo di Still Travelling On, No Kids Yet) c’è un sito dedicato, Gap Year For Grown Ups, con suggerimenti mirati per chi ha più di 30 anni.

Le idee per organizzare un anno sabbatico

C’è chi usa il congedo per terminare gli studi universitari. O frequentare il mitico MBA (qui quelli in Italia accreditati Asfor e i più prestigiosi all’estero). Oppure, sempre nell’ottica di un futuro lavoro, partecipa a programmi come quelli proposti da TimeOff. Giornalismo in Ghana, stage in Cina, conservazione ambientale e di monumenti a Cuzco, ce n’è per tutti i gusti. Fino ai 30 anni invece è possibile iscriversi a un campo di lavoro targato Servizio Civile Internazionale che propone periodi fino a sei mesi in più di 60 paesi del mondo, dall’Islanda alla Mongolia passando per Russia e Australia. O, per esempio, dedicarsi a salvare gli orangutan del Borneo mettendosi in fila all’Orangutan Foundation.

In Italia, associazioni sempre alla ricerca di professionisti in fuga sono Medici senza Frontiere, Cesvi e WWF . E se cerchi una sistemazione low cost e non vuoi lasciare la casa vuota, prima di partire accordati per scambiarla con un altro gapper su Sabbatical Homes.

Il sabbatico fa curriculum

“Cosa penserei di un cv in cui fa bella mostra un gap year? Tutto il bene possibile”. Mario D’Ambrosio, presidente Aidp, Associazione italiana per la direzione del personale, incoraggia i lavoratori italiani a uscire dal guscio e fare nuove esperienze all’estero. “Per gli studenti ormai lo vedo indispensabile. Il nostro mondo del lavoro è ancora troppo statico, ben vengano le novità riossigenanti che possono servire a migliorare le proprie competenze o confrontarsi con una nuova realtà. Una persona che è capace di mettersi in gioco staccando per mesi mi dimostra di essere curiosa, attenta e disposta a investire sulla sua formazione” aggiunge.

Luisa Adani, esperta di selezione del personale e autrice di Quarant’anni. Trovare, ritrovare e cambiare lavoro lo caldeggia anche per chi è a metà della carriera (o temporaneamente a casa) a patto, però di “Non utilizzarlo come parcheggio ma sfruttarlo come vero investimento su sé stessi. Se è questo il caso, consiglio di evidenziarlo, oltre che nel cv, anche nella lettera di accompagnamento. Perché un tempo i selezionatori vedevano i buchi tra un lavoro e l’altro come segni negativi. Oggi invece, con la flessibilità, è del tutto normale avere percorsi alternativi ed eclettici”.

Do you speak english? Per far carriera, vietato barare. Cinese e spagnolo poi…

alexandralee by Flickr
L’inglese? Assolutamente indispensabile, a tutti i livelli. Lo dicono in coro direttori del personale e manager di grandi aziende. Aggiungendo che ormai la fluency è data per scontata: “Con un buon inglese te la cavi sempre: le riunioni delle multinazionali sono sempre tenute in questa lingua, non importa di che nazionalità siano i manager” spiega Mario D’Ambrosio, presidente nazionale Aidp, Associazione italiana per la direzione del personale.
Ma non basta borbottare qualche frase di circostanza: “Ormai le aziende chiedono un livello medio sensibilmente più alto a quello di qualche anno fa. Non si bara più: spesso parte dei colloqui è svolta direttamente in inglese” sottolinea Margherita Fagioli, consulente di Heidrick & Struggles, società di executive search.
Opinioni che cozzano impietosamente contro i dati ufficiali: secondo un recente sondaggio Letitfly-Censis, infatti, solo il 41% degli italiani parla una lingua straniera, sebbene il 97,7% della popolazione e il 96% delle imprese ritenga molto utile la sua conoscenza. Il 66,2% di chi afferma di possedere qualche competenza linguistica valuta le proprie abilità scarse nel 50% dei casi e appena sufficienti nel 19%. Peggio di noi solo Uk e Irlanda: c’è da correre ai ripari scegliendo un corso ad hoc, verificando prima però che aderisca agli standard europei.

Nel fortunato caso in cui l’inglese fosse uno scoglio superato, i consigli, al di là delle mode linguistiche (portoghese, giapponese, arabo…) sono due: buttarsi su cinese e spagnolo. Prima lingua parlata al mondo, il cinese mandarino è quello che “consente di fare il salto di qualità nella carriera, di proiettarsi decisamente nel futuro” spiega D’Ambrosio. Anche online: secondo il rapporto del linguista David Graddol, English Next pubblicato dal British Council, le comunicazioni su internet in inglese sono scese dal 51,3% del 2000 all’attuale 32% e contemporaneamente quelle in cinese sono salite dal 5,4% al 13%.

Proprio per soddisfare la maggior richiesta di corsi, accanto alle storiche università di lingue orientali di Napoli, Venezia e La Sapienza di Roma, stanno sbarcando in Europa nuove sedi dell’Istituto Confucio, l’organismo ufficiale di apprendimento della lingua. Al momento l’unico in Italia è a Roma, presso La Sapienza.

Più semplice per noi lo studio dello spagnolo, quarta (o seconda, per un’altra classificazione) lingua più parlata, sostenuta da un bacino di parlanti enorme, dalla crescita impetuosa della Spagna e da una recente legge del presidente Lula che ne ha fatto la seconda lingua da studiare per i brasiliani. “Per chi è già in carriera e non può investire tempo nel complesso studio di una lingua orientale, è senz’altro questo il secondo idioma che consiglio” dice Carla Monguzzi, direttore risorse umane di Ibm Italia. I principali sbocchi lavorativi?
Telecomunicazioni, banche ed assicurazioni e turismo, che vede un aumento del flusso da e per entrambi i paesi: “Pensiamo anche a grandi realtà come NH Hoteles, che insieme a Jocker e Intesa ha creato la maggiore catena alberghiera in Italia, Grande Jolly” ricorda Paolo Luisetto, della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna.

Corsi di lingue, ma quale “scolastico”: in Europa c’è il voto standard

Soprattutto per quanto riguarda le lingue europee, non è facile orientarsi tra le centinaia di corsi proposti da scuole a associazioni più o meno note. Può aiutare sapere che da qualche anno è in vigore il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue (Common European Framework of Reference for Languages). Si tratta di uno schema dei gradi di conoscenza della lingua elaborato dal Consiglio d’Europa. I livelli stabiliti sono sei: A1 e A2 (elementari), B1 e B2 (intermedi), C1 e C2 (avanzati) e vengono ormai utilizzati dalle scuole che aderiscono per identificare i vari corsi proposti. Non solo: è utile anche inserire il livello raggiunto nel cv, al posto delle classiche (e vaghe) terminologie come “scolastico”, “fluente” eccetera. “Per ricoprire posizioni manageriali o dirigenziali in aziende internazionali, la conoscenza richiesta è almeno di livello B2. Significa essere in grado di partecipare a riunioni e teleconferenze in lingua, leggere e controllare documenti di lavoro, spiegare chiaramente il proprio punto di vista senza incertezze o incomprensioni” spiega Emanuela Sias del British Council. Per passare di livello in media servono dalle 90 alle 120 ore di lezione. Vuoi sapere a che punto sei? Qui: la spiegazione dei livelli tradotta dal Ministero della pubblica istruzione e la griglia di autovalutazione online. Da fare senza barare.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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