
Obama sulla Grande Muraglia (Credits: La Presse)
Rispondere è semplice: basta fare un confronto tra il 2000 e il 2009. Continua
- Venerdì 20 Novembre 2009

Obama sulla Grande Muraglia (Credits: La Presse)
Rispondere è semplice: basta fare un confronto tra il 2000 e il 2009. Continua

Intagliatori di legno a Mogadiscio (Credits: La Presse)
La Somalia è il Paese più corrotto del mondo. Lo ha sancito il consueto rapporto di Transparency International, l’organizzazione non governativa tedesca che ogni anno pubblica un’indagine basata sulla percezione che gli operatori economici hanno del livello di corruzione del sistema in cui operano. Continua
Robert Samuelson, editorialista di Newsweek, si è posto di recente una domanda che probabilmente abbiamo pensato in tanti, senza mai avere il coraggio di rivolgerla ad un esperto: “e se i governi non fossero in grado di ripagare i loro debiti?”. Continua

Credits: La Presse
Locomotiva cinese? Traino asiatico? Ripresa alle porte? Sono tanti i giornali che diffondono con ottimismo le stime di economisti pronti a scommettere che sarà l’Asia a trascinare l’Italia e il mondo fuori dalla stagnazione post-crisi economica. D’altronde, non si può negare che il Pil cinese sia cresciuto quest’anno del 7,9%, quello indiano del 6%, l’indonesiano del 5%, quasi come se la crisi avesse sfiorato solo marginalmente i vecchi e i nuovi giganti economici d’Oriente. Continua

Negli ultimi mesi la credibilità della qualità delle produzioni cinesi è stata messa in discussione da diversi scandali. Tra tutti, hanno avuto più risalto a livello internazionale quelli dei giocattoli tossici, del latte alla melamina e dell’acqua al cloro.
Le vittime principali dei mancati controlli nelle diverse tappe delle catene di montaggio cinesi sono i bambini, e nonostante il governo di Pechino abbia tentato di rimediare ad alcune delle inefficienze del Paese, controlli a tappeto nella provincia meridionale del Guangdong hanno rivelato che seppure il 95% dei giocattoli e il 67,7% dei mobili per bambini messi sul mercato possa essere oggi considerato “sicuro”, il tasso di affidabilità dei prodotti crolla nel settore dell’abbigliamento, in cui poco meno del 50% degli articoli messi in vendita contiene una quantità di reagenti chimici talmente elevata che nel lungo periodo rischia di intossicare i neonati.
Le aziende coinvolte nell’inchiesta hanno cercato di difendersi accusando i rispettivi fornitori di filati che, per risparmiare, tenderebbero a colorare le rocche di filo grezzo con additivi ricchi di formaldeide, sostanzia potenzialmente cancerogena la cui ingestione o esposizione a quantità consistenti può risultare letale anche per gli adulti.
Gli stabilimenti in cui sono stati rintracciati i capi più pericolosi per la salute dei minori sono stati chiusi e i prodotti precedentemente messi sul mercato verranno al più presto ritirati, mentre i vestiti di tutte quelle aziende i cui standard qualitativi sono stati giudicati al di sotto della soglia di sicurezza sì, ma “non così tanto”, dovranno semplicemente essere sottoposti, più spesso, a controlli più seri.
Con il passare dei mesi, la morsa della crisi non si allenta, e in Asia, per la precisione sull’isola di Formosa, dove il crollo della produttività nel primo quadrimestre del 2009 ha superato il 10%, i taiwanesi si rimboccano le maniche e si inventano nuove originalissime occupazioni per far quadrare il bilancio familiare.
Chang You-wu, 35 anni, si è trasformato in un professionista nel “fare la fila per gli altri”. Aspetta pazientemente nelle boutiques di lusso il suo turno per acquistare gli accessori richiesti dai committenti, o nei teatri più in voga per ritirare i biglietti degli spettacoli più gettonati. Lo slogan con cui si auto-pubblicizza, “Sei occupato? Allora ci penso io!”, gli ha permesso di accumulare in un solo anno un migliaio di ore di lavoro, con una media di venti alla settimana, pagate, ognuna, quattro dollari e mezzo. Talvolta gli capita anche di essere ingaggiato da ragazze single per spingere il carrello della spesa al supermercato o addirittura per passeggiare in un parco. Ma per Chang You-wu tutto è lavoro: la crisi non gli permette di rifiutare nessun incarico.
Kao Shu-fang, 45 anni e madre di tre figli, per riempirsi la giornata ha risposto ad un annuncio governativo per “controllori di zanzare”. Si tratta di figure professionali a tempo determinato inserite in un programma nazionale di prevenzione della Dengue. Il compito di Kao Shu-fang e delle sue colleghe è infatti quello di bussare alle porte dei taiwanesi e ispezionarne le case per rimuovere tutte le impurità e gli accumuli di acqua stagnante che possono attirare le zanzare. Kao Shu-fang controlla in media un centinaio di case al giorno. Guadagnando solo 24 dollari.
Jenny Hsu, 33 anni, ex proprietaria di un salone di bellezza, ha dovuto liquidare tutto e ora mantiene una bancarella in affitto al mercato notturno di Taipei, dove mette in forma le sopracciglia delle clienti di passaggio: una media di cinquanta a sera nei giorni feriali, che salgono a ottanta nei festivi. Il guadagno è di circa 152 dollari a notte.
Cheng Jun, ventinove anni, lavorava in una fabbrica che per abbattere i costi di produzione si è recentemente spostata in Cina. Dopo il licenziamento, ha iniziato a consegnare a domicilio ricette e medicine per i malati, che talvolta offrono anche una mancia un po’ più alta per essere accompagnati a passeggiare all’aria aperta. Ma si tratta in ogni caso di guadagni fin troppo miseri che non gli bastano per vivere. Tuttavia, Cheng Jun è consapevole che se fosse costretto a rinunciare anche a queste entrate la sua condizione diventerebbe davvero tragica.

La grande catena di distribuzione americana Walmart, che vanta una presenza già ben consolidata sul mercato cinese con 227 negozi gestiti da 70.000 dipendenti, si prepara in questi giorni a sbarcare in India. La prossima settimana il gigante statunitense aprirà il suo primo punto vendita nel subcontinente in collaborazione con il colosso locale Bharti Enterprises.
Dal momento che in India gli investimenti diretti esteri nel settore della distribuzione sono vietati allo scopo di proteggere gli operatori nazionali, per Walmart la scelta di associarsi a un partner locale è stata inevitabile. L’accordo tra i due distributori per una joint venture al 50% é stato raggiunto nel 2007, e il primo outlet verrà inaugurato ad Amritsar, nello stato settentrionale del Punjab, ma i due rivenditori hanno già previsto di aprirne almeno altri dieci nelle principali città del Paese. L’ampiezza di ogni negozio oscilletà tra i cinque e i diecimila metri quadrati, in cui dovrebbero riuscire a trovare lavoro un totale di cinquemila persone.
L’investimento di Walmart e Bharti è stato fatto tenendo in considerazione le stime di uno studio che prevede che il valore del settore delle vendite al dettaglio in India, pari oggi a circa quattrocento miliardi di dollari, possa raddoppiare entro il 2015.
Fino ad oggi sono riusciti ad accedere al mercato indiano della grande distribuzione colossi internazionali come Metro (Germania), Tesco (Stati Uniti) e Marks and Spencer (Regno Unito), mentre i francesi di Carrefour sono ancora alla ricerca di un partner con cui mettere in piedi una joint venture.

Non si contano i Paesi del mondo che, terrorizzati dall’incubo di un’epidemia da influenza suina, ordinano esagerati quantitativi di Tamiflu - apparentemente l’unico antiretrovirale in grado di combattere i sintomi dell’A/H1N1 e noto per essere stato oggetto di accaparramento durante la stagione dell’aviaria - per tutelarsi in caso di effettiva emergenza.
Ma dall’Oriente, ecco la sorpresa: Cipla Ltd, una casa farmaceutica indiana con base a Mumbai, è riuscita ad approfittarne mettendo sul mercato Antiflu, medicina che vanta le stesse caratteristiche (quelle del principio attivo, Oseltamivir - OS) di Tamiflu (condizione, questa, già certificata dall’Organizzazione mondiale della sanità, ndr) ma che viene venduta a prezzi molto più bassi rispetto alla pillola americana.
L’azienda, che ha sfidato le multinazionali del farmaco già una volta con una “versione low cost” di preparati anti Aids, destinati a un programma condotto anni fa in Africa da MsF - ha annunciato di essere pronta a diffondere l’antivirale Oseltamivir in un mese ai paesi in via di sviluppo, che notoriamente non hanno i fondi per fare fronte a emergenze sanitarie di vasta portata.
Primo fra tutti il Messico, Paese a cui Yusuf Hamied, direttore della casa di Mumbai, ha presentato una bozza di accordo che le autorità di Città del Messico stanno valutando per decidere se impegnarsi ad aquistare significativi quantitativi di Antiflu.
L’attivismo indiano rischia di scontrarsi con i diritti di proprietà intellettuale dell’americana Gilead e della svizzera Roche, le due case farmaceutiche che si occupano della produzione e della distribuzione di Tamiflu, ma in India Cipla è già riuscita ad avere la meglio su Gilead ottenendo l’autorizzazione a commercializzare la versione economica farmaco.
Ma il problema è che se, come sembra, il Messico deciderà di non tenere conto del brevetto di Gilead e Roche e procederà all’acquisto di Antiflu, creerà un precedente facile da seguire per molti altri Paesi, interessati a comprare un antiretrovirale efficace a dieci dollari per ciclo di cura anzichè agli attuali venti.
I termini per intentare un’azione legale contro Cipla ci sono, ma in un momento in cui Gilead e Roche ammettono che in caso di pandemia non saranno in grado di produrre una quantità sufficiente di medicinali diventa eticamente difficile fermare il free-rider indiano, capace anche di dimezzare il prezzo di vendita al pubblico pur senza rinunciare ai profitti.

Da quando Cina e India hanno iniziato ad aprire i loro mercati e ad offrire costi estremamente vantaggiosi per le produzioni in ogni settore, giapponesi, coreani, ma anche europei e americani hanno cominciato a delocalizzare stabilimenti industriali in questi Paesi per massimizzare i profitti delle singole aziende.
Negli ultimi tempi, però, questa strategia ha iniziato a non rivelarsi sempre vincente. Meno di un anno fa gli indiani di Tata Motors sono stati costretti a trasferire un impianto già attivo nel Bengala Occidentale a causa delle violente proteste di contadini e attivisti politici contro una presunta appropriazione indebita dei terreni dello stabilimento. A settembre Lalit Kishore Chaudhary, responsabile della ditta di componentistica auto Graziano Trasmissioni, è stato assassinato nel corso di una protesta violenta organizzata dagli operai della fabbrica di Noida, vicino a Nuova Delhi, che gli italiani hanno successivamente deciso di non chiudere.
Ma i coreani di Hyundai Motors, rimasti particolarmente colpiti da uno sciopero di massa che negli ultimi giorni ha coinvolto lo stabilimento di Sriperumbudur, nel Tamil Nadu, dove la Hyundai impiega circa 10.000 operai, conclusosi con l’arresto di 750 dimostranti, vogliono prendere una strada diversa e delocalizzare in Europa, dove il lavoro, anche se più costoso, è sicuro e garantito.
Secondo Rajiv Mitra, responsabile della casa coreana in India, l’instabilità del Paese è aumentata significativamente con la crisi economica, e nel timore di non riuscire a mantenere le consegne e, di conseguenza, a rispettare gli obiettivi di produzione del 2009, l’azienda preferisce far costruire la i20 in Europa, evitando di perdere vendite importanti in momento in cui anche il settore dell’auto è in crisi. L’impianto di Sriperumbudur avrebbe dovuto mettere sul mercato 120.000 vetture quest’anno, 80.000 delle quali destinate all’Europa, quindi l’aumento del costo del lavoro dovrebbe essere almeno parzialmente ammortizzato dalla riduzione dei costi di trasporto.
Lo sciopero dei lavoratori della Hyundai è iniziato circa un mese fa, quando la casa coreana si è rifiutata di riconoscere un nuovo sindacato, ritenendo ancora valida la rappresentanza di un gruppo di lavoratori interno all’azienda. Ma anche nel caso in cui la diatriba sindacale venisse risolta, i dirigenti di Seoul considerano l’impianto di Sriperumbudur troppo poco affidabile per continuare ad essere sfruttato.
(Credits: kevindooley by Flickr)
A dispetto di un commercio bilaterale che continua a crescere e frequentissimi incontri al vertice in cui si parla di amicizia e coesistenza pacifica, Cina e India non vanno d’accordo su nulla. Competono in Asia, in Africa e in America Latina per il controllo di risorse energetiche, materie prime e rotte marittime; restano fedelissime ai propri interessi nazionali e, sul piano internazionale, vanno in cerca di alleanze trasversali in grado di aiutarle a controbilanciare quello che percepiscono come un vicino scomodo.
Nella lotta al riscaldamento globale, complice la necessità di salvaguardare un interesse comune, quello di rilanciare, soprattutto in tempi di crisi, la crescita nazionale, i due colossi orientali hanno deciso di allearsi. I delegati di Pechino e Nuova Delhi si sono infatti trovati d’accordo nel comunicare alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite di non essere disposti ad approvare nessuna intesa ambientalista che possa comportare un rallentamento della loro crescita economica, in conseguenza del quale potrebbero ritrovarsi entrambi sulla strada della povertà anzichè su quella del progresso.
In realtà, a bloccare lo sviluppo dei due paesi ci sta già pensando la crisi. Stando alle stime della Banca Mondiale, in Cina la crescita è crollata in pochi mesi dal +10/11 per cento al +6,5 per cento, in India dall’ +8/9 per cento al +4. Valori positivi, ma insufficienti sia per continuare la lotta alla povertà estrema sia per mantenere la stabilità sociale.
Tuttavia, per evitare di dipingersi come paesi irresponsabili, i delegati di Pechino e Nuova Delhi hanno specificato che i loro governi sono da tempo impegnati nella lotta al riscaldamento globale. Allo stesso tempo, però, per tutelare il benessere delle rispettive popolazioni, si trovano costretti a porre un limire alle possibili ingerenze della comunità internazionale sulle politiche verdi nazionali.
Alla ricerca di un’intesa che vada bene a tutti, Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha lanciato l’ipotesi della crescita verde. Ma bisognerà vedere se, entro il vertice di Copenhagen di fine anno in cui la comunità internazionale verrà chiamata a prendere una decisione sul protocollo post-Kyoto, riuscirà a trovare una strategia efficace per concretizzarla.

Gli ultimi commenti